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Le parole sono importanti. Un dialogo con Marco Balzano

 

di Virginia Fattori

(fonte immagine)

Marco Balzano pubblica il suo saggio Le parole sono importanti, Dove nascono e cosa raccontano con Super ET Opera Viva (Einaudi) nel 2019, un anno di significativi cambiamenti per l’Italia che ha dovuto affrontare ostacoli politici, economici e crisi sociali. Balzano si fa portavoce della contemporanea classe intellettuale che partecipa, attraverso la propria arte, ai ritmi della società che cambiano, si modellano, a volte periscono, mentre altre rinascono; un ecosistema dove il sapere viene divulgato tra le persone, uscendo così dall’etere ideologico che ultimamente ha agitato gli animi di molti. Un messaggio tanto chiaro (già a una prima lettur) quanto la risposta dell’autore alla domanda “Come è nata l’idea di scrivere questo saggio?”

«Come ogni altra cosa che ho scritto: dall’indignazione. L’altra faccia dall’indignazione è l’amore e dunque direi che l’indignazione di vedere la parola così manipolata, specie dalla politica, dai media e dalla pubblicità, si accompagna all’amore che, come ogni scrittore, nutro per la lingua. Come un desiderio di difenderla e di restituirne la voce, senza filtrarla con la mia. Ho fatto molta attenzione a far parlare la parola e la sua storia, tenendomi indietro. Il mio pensiero si vede semmai dalle parole che ho scelto, non da come le ho analizzate. Volevo prendere dieci parole emblematiche e di uso comune che ci vengono presentate come spazi individuali mentre implicano sempre l’altro. Il confine, la felicità, la fiducia, ecc.sono parole che chiedono la presenza altrui, non di essere vissute egoisticamente».

Con questo saggio, dunque, Balzano bussa alla porta dei lettori e ricorda loro che le parole e il loro significato sono un considerevole comune denominatore per conoscere e affrontare le situazioni che si presentano con maggiore consapevolezza.

Ma è bene considerare, tra le altre cose, anche la genesi dell’opera che l’autore racconta nascere «dalla revisione di materiale accumulato negli anni per conferenze e lezioni»; continuando: «Ho sempre in mente una frase di Coetzee, uno degli scrittori che più amo: dice che un autore prima di scrivere dovrebbe conoscere il passato della lingua». L’iter che ha portato alla nascita del saggio si è snodato in mesi di rielaborazione e confronto con maestri del calibro di Luca Serianni, elementi che dicono molto dell’idea che accompagna il lavoro di scrittura di Balzano, che specifica:

«Non credo che scrivere sia un mestiere di solitudine, sono convinto che invece sia un lavoro che necessita di confronto continuo e ogni volta che questo accade mi sento migliore. Anzi, se scrivere diventasse un’attività che mi isola non lo farei più perché non mi sentirei messo in discussione».

Marco Balzano nasce nel giugno del 1978 a Milano dove tutt’ora vive e lavora come insegnante di Lettere nei Licei. Recentemente si è classificato secondo al Premio Strega per il suo romanzo (pubblicato da Einaudi) Resto qui, mentre nel 2015 si è aggiudicato il Premio Campiello con L’ultimo arrivato (uscito con Sellerio).

Nei romanzi dell’autore si distingue l’intima necessità di umanizzare situazioni e persone che la storia o la superficialità talvolta opacizzano, la stessa struttura narrativa promette e mantiene sempre una onesta visuale periferica in grado di attivare anche i più pigri neuroni specchio, una logica cognitiva che curiosamente ci fa immaginare lettori palermitani che iniziano a pensare in milanese o laziali che iniziano a leggere mentalmente con un qualche accento tedesco. Osserviamo questi effetti come figli della potenza delle parole, dell’uso che Balzano ne fa e dell’impronta caratterizzante che lasciano nella definizione dei personaggi. Tuttavia il lavoro di Balzano con le parole non si limita unicamente alla sua attività di romanziere ma si avviluppa, spinto da intenzioni divulgative, anche attorno al più profondo senso del parlare e dello scrivere: la comunicazione nel suo ruolo civile.

L’obiettivo di questo saggio?Richiamare l’importanza etimologica delle parole, stimolando in chi legge meraviglia, stupore, soddisfazione nel ritrovare per iscritto significati e derivati fino a quel momento solo intuiti; momenti che aprono delle finestre verso la curiosità di approfondimento e a un modus operandi comunicativo più consapevole e ricco.

Balzano in questo saggio, dunque, si ripropone di indagare le sagome superstiti delle parole con cura e attenzione chiarendo infine:

«che questa dimensione archeologica della parola è fondamentale per avere consapevolezza della lingua e, direi, della sua potenza poetica. L’etimologia è affascinante perché connette questa profondità verticale con la comparazione delle lingue – una dimensione orizzontale, dunque – mostrandoci una quantità di analogie che sprovincializzano l’idea che spesso abbiamo di lingua nazionale. Connette insomma tempo e spazio. L’etimologia permette di ascoltare un racconto che affonda le radici in secoli lontani e offre la possibilità di comprendere meglio altre lingue, proprio perché gli idiomi si parlano, non sono mai compartimenti stagni»

Riassumendo, se nella pigrizia quotidiana l’uomo si muove nella bidimensionalità delle parole, Balzano racconta come l’etimologia offra una valida mappa della terza dimensione, fornendo tutte le indicazioni necessarie per risalire a un’unica imponente forma che richiama, come fa notare l’autore, quella della poesia. Una dinamica di studio linguistico che fa il punto, forse una volta per tutte, su come le parole possano definirsi vive attraverso una propria esistenza fatta di storia, intrecci, inciampi e mutazioni: i cosiddetti progressi dell’etimologia.

Ma là dove l’etimologia, e il suo uso cavilloso, spesso sono usati come fonte di verità indiscussa da sguainare per erudizione, il messaggio che il saggio di Balzano recapita è piuttosto un uso della stessa come atto di cittadinanza: un aggregante linguistico in grado di unire e uniformare (in una certa misura) la comunicazione per una migliore comprensione di sé ma soprattutto degli altri. Questa disciplina linguistica per ottenere risultati incita a ripercorrere le strade dei mondi passati e le scenografie culturali del tempo; tuttavia il vero miracolo si compie solo una volta che si è riusciti a ricalcare quanto più possibile i modelli linguistici e culturali, coniugando morfologia e significati alla ricerca di un equilibrio imperfetto quanto più caratterizzante di chi quelle parole che ha create, svuotate, riempite e riutilizzare: l’uomo.

Si può dire che il significato percepito di una parola sia differente tra uomini e donne? Alcune parole sono usate diversamente a seconda del genere di chi le pensa e poi le inserisce all’interno di un discorso?

«Certo, può accadere. Ma vale come principio universale, non ne farei una questione di genere: la cultura, la società, i valori, la stessa sensibilità creano, naturalmente, una differenza nell’uso del linguaggio e fanno sì che ciascuno di noi dia curvature e
colorazioni diverse ai significati. Ciò accade perché se in ogni parola esiste una parte di significato che non può essere messa in discussione (per esempio: la felicità è uno stato d’animo), ne esiste un’altra, più soggettiva e metaforica, che cambia a seconda di chi siamo (felicità per me è uno stato di estasi, per te un momento di inconsapevolezza, ecc.). Il significato della parola, infine, cambia lungo il corso del tempo. Non solo dei secoli, ma anche della nostra vita (la felicità rimane uno stato d’animo, ma non la definirei più come quando avevo vent’anni)».

Nei suoi romanzi, mi viene subito in mente Resto qui, quanto sono importanti le parolenel processo di caratterizzazione dei personaggi?

«Scrivere è creare una voce e una voce è fatta di parole. Quello che chiamiamo stile è, per molti aspetti, l’insieme delle voci che formano un romanzo. Scrivere non è in sé un’operazione particolarmente complicata. Forse, se si hanno delle discrete capacità di progettare un discorso e di strutturare un pensiero, anche scrivere una storia potrebbe non essere troppo difficile. Quello che fa la differenza, ciò che nel migliore dei casi diventa letteratura, è la creazione di una voce, ossia la capacità di usare le parole in modo talmente preciso, efficace e coerente da sollecitare l’immaginazione, l’emotività e la conoscenza. Le storie che ci raccontiamo, in fondo, sono spesso simili, ciò che le distingue è la voce, che si porta sempre dietro uno sguardo e un punto di vista. Non è, quindi, un aspetto dei miei romanzi o del mio modo di lavorare, è la questione essenziale di ogni scrittore».

Nel suo saggio fa riferimento al fatto che le parole hanno il potere di influenzare,anche inconsciamente, chi le ascolta. Qual è secondo lei il ruolo delle parole nella nostra società? Non quello che dovrebbe essere o che vorremmo che fosse ma quello che ha assunto effettivamente.

«La funzione delle parole è la comunicazione. All’interno della comunicazione rientrano molte altre intenzioni, tra cui la persuasione. Direi, dunque, che per fortuna le parole ci influenzano. “Parola” deriva da “parabola”, è cioè un percorso del suono e del significato che parte da me e deve arrivare a un altro, che la deve ascoltare, comprendere e valutare per poi ribattere. La parola, ci dice questa etimologia, non è un atto individuale ma implica sempre l’altro, che ne è coinvolto e dunque ne subisce l’influenza. Sapere che le parole degli altri ci cambiano mi pare un elemento fondamentale da tenere presente quando parliamo di identità, che da molti viene considerata come qualcosa di monolitico e non in divenire. Gadamer ci ricorda che la modalità di scambio per eccellenza della nostra civiltà è il dialogo, assente nelle culture orientali, che preferiscono i monologhi e i testi sapienziali. Il dialogo, che infatti è nato in Grecia, è specchio della democrazia: ci sono due parti di pari dignità ed entrambe subiscono e esercitano influenza una sull’altra. Nel dialogo siamo attori e ascoltatori e le tue parole cambiano quello che avevo intenzione di dire, mi obbligano, proprio come la democrazia, a ritornare sui miei passi e a rivedere continuamente le mie posizioni, a fare i conti con il potere persuasivo della parola e con la forza del ragionamento. Dico questo perché credo che le manipolazioni attuali del linguaggio vadano generalmente in una direzione contraria al dialogo, rendendo le parole non delle parabole ma uno spazio solipsistico,di solitudine e senza confronto. La funzione della parola, invece, è connettere. Il suo ruolo è sempre aggregante.
Se invece vuole una risposta più calata nell’oggi credo sia onesto premettere che nemmeno la manipolazione è una caratteristica esclusiva del nostro tempo. Piuttosto oggi possiamo mettere meglio a fuoco le alterazioni e osservare con maggiore facilità come, ad esempio, certa politica muti geneticamente il linguaggio.

Prendiamo “confine”, una voce che analizzo nel libro: la politica più conservatrice e populista, non solo in Italia, lo presenta come luogo ideale dove costruire un muro, come se volesse dire “stop”. “Confine”, invece, etimologicamente deriva da cum e finio, “finire con”, dunque vuol dire finire insieme. Il suo sinonimo più prossimo è “frontiera”, che deriva da fronte, perché è il luogo dove puoi guardare qualcuno in faccia, negli occhi. L’etimologia (étimon in greco vuol dire inizio, dunque l’idea iniziale che sta alla base della parola) ci dice che il confine è un luogo di incontro e questo significato non è negoziabile, lo dobbiamo rispettare e difendere in nome della lingua prima che delle nostre idee. Conoscere le parole vuol dire attivare gli anticorpi contro simili utilitarismi che possono avere conseguenze concrete sulla vita sociale. Nel libro non mi interessava parlare di etimologia come sapere erudito, io ne faccio proprio una questione di cittadinanza».

Leggendo il suo saggio è evidente come attraverso i media tradizionali e nuovi media le parole abbiano trovato uno spazio potenzialmente infinito, e anche incontrollato. Secondo lei è corretto dire che questo spazio ne ha strozzato la vita e deviato la crescita? E il fatto che abbiano avuto dei mutamenti talvolta inattesi è da considerarsi qualcosa di negativo? In fondo non è questo il meccanismo che muove l’evoluzione delle lingue da sempre?

«No, non credo che il web e i social abbiano strozzato la vita delle parole. Penso che alcuni di noi si siano fatti strozzare dal web e dai social, praticando la parola solo in quei contesti e dunque sclerotizzandola. Non è una questione di spazio, piuttosto di ambienti. Se il web è uno degli ambienti in cui pratichi la parola tendenzialmente ci avrai guadagnato, o comunque non ci avrai perso. Se, invece, quell’ambiente diventa l’unico in cui parli e discuti allora significa che lo hai reso uno spazio che, per quanto infinito, resterà asfittico e pericoloso. Prescindiamo dalle condotte da tenere sul web.L’uso del linguaggio su internet è veloce, iconico, frammentario, poco progettato,qualche volta anche creativo in maniera interessante. Se parlo e scrivo solo in quel contesto sarò un parlante a cui calzano esclusivamente quegli aggettivi. Se uso la parola anche altrove, se ad esempio pratico il dialogo o il dibattito, se scrivo lettere o tengo un diario, svilupperò altre capacità e dunque saprò tenere comportamenti linguistici diversi e più elastici. Ne consegue che sarò un parlante, e dunque un uomo, più libero. Alla luce di questo mi preoccupa che nell’educazione di un bambino e di un ragazzo non si illustrino e non si facciano conoscere a fondo i vari ambienti della lingua, mostrando quanto possano essere stimolanti.

Finché non si fa questo lavoro è ovvio che la scelta ricadrà su ciò che è più istintivo, meno faticoso e più superficiale. Le responsabilità degli adulti e del sistema educativo in questo senso sono molte».

Quali sono secondo lei le conseguenze concrete dell’alterazione semantica di alcune parole (prendiamo ad esempio due parole che lei analizza nel saggio: “contento” e “fiducia”)?

«Una volta, al parco giochi, ho visto un gruppo di bambini che, per divertirsi alle spalle di un loro compagno cinese, continuava a dirgli che il prato è blu, il cielo è verde, i tronchi degli alberi gialli, ecc. Poi mandavano quel bambino da altri ragazzi che non partecipavano allo scherzo a chiedere loro qualcosa che gli facesse fare figuracce. Io a un certo punto ho lasciato mia figlia sull’altalena e sono intervenuto.

I fraintendimenti ti lasciano in balia di una confusione perenne, minano anche quei pochi punti fermi che ci siamo costruiti. Allo stesso modo interiorizzare l’idea di confine come muro è completamente sballato e le conseguenze sono concrete perché condizionano le tue esperienze e il tuo sguardo sugli altri».

E ora un gioco. Prendiamo delle coppie dalle parole che lei analizza nel saggio: Divertente e Memoria; Scuola e Resistenza; Parola e FiduciaPersonalmente, riflettendo sulla loro etimologia, a cosa pensa leggendole insieme?

Che avere memoria è divertente, nel senso che ti permette di de-vertere, di prendere altre direzioni e di vivere non solo nella progressione cronologica del tempo, che procede irreversibilmente dalla vita verso la morte (il bello della letteratura è che sa alterare questa direzione forzata!).

Che la scuola deve rimanere una sacca di resistenza: resistenza democratica e resistenza del confronto. Che per parlare veramente con qualcuno, per credergli, devo aver instaurato un patto di fiducia. Io dei miei scrittori preferiti, per esempio di Dante, mi fido molto. Credo a tutto quello che mi raccontano».

Nel suo saggio lei propone l’insegnamento dell’etimologia nelle scuole. Imparare a usare le parole ci rende più umani anche nelle relazioni sociali che intratteniamo, questo è indubbio, ma la campanella suona e i ragazzi escono trovandosi, talvolta, immersi in dinamiche sociali brutali e superficiali. Come fare per non disperdere quello che imparano e conciliare realtà differenti (quando si presentano)?

«Ovviamente non ho risposte a domande così ampie. Procedo per tentativi, come tutti, e so che rinunciare è sempre una sconfitta. Leopardi dice che bisogna instillare nei bambini e nei ragazzi più virtù possibile per far sì che reggano l’urto di entrare nella società. La scuola non è preparazione al lavoro, come vogliono farci credere (scholè in greco vuol dire vacanza, cioè vacanza dal lavoro). La scuola dovrebbe essere acquisizione degli strumenti che danno accesso al ragionamento, al dialogo, all’incontro con l’altro, alla cittadinanza attiva. Le dinamiche sociali brutali, come dice lei, non esistono a priori, esistono finché le facciamo esistere. La violenza è
mancanza di parola, è la pulsione che, non trovando canali espressivi, diventa aggressione. Chi sa parlare ha imparato a essere più educato, dunque è senz’altro una persona meno brutale e con più fiducia nell’altro».

Ha dedicato il saggio a suo padre Michele, c’è un motivo particolare?

«Con mio padre ho avuto diversi momenti di scontro, specie prima di diventare padre a mia volta. Ma ci ha sempre accomunati il piacere di parlare di vino e di politica. Siccome credo che la parola sia sempre politica perché è un atto di relazione, dedicarlo alla persona che più di tutti mi ha insegnato il piacere e la difficoltà della discussione mi sembrava bello. Anzi, giusto».

Commenti
Un commento a “Le parole sono importanti. Un dialogo con Marco Balzano”
  1. Laura scrive:

    Non avevi mai sentito parlare di questo autore finché non l’ho incontrato tra queste righe. Diretto e tagliente come le sue parole, è riuscito a colpirmi e coinvolgermi e per questo varrà sicuramente la pena approfondire. Inoltre ho trovato sia l’introduzione che l’intervista splendide, esaurienti oltre che ben scritte. Moltissimi complimenti all’autrice dell’articolo, chiara e mai banale, per aver condiviso con noi un così interessante personaggio del panorama culturale.
    Attendo con ansia il prossimo!

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