Periodic Table of Typefaces

Le parole per dirlo

Periodic Table of Typefaces

di Matteo B. Bianchi

I miei genitori non sanno più nominare i programmi che vedono. Sanno descriverli: – Quello della ragazza che dipinge i mobili – (“Paint your life”), – La serie ambientata durante il Proibizionismo – (“Boardwalk Empire”), – Quella della cupola – (“Under the dome”). I miei genitori sono due pensionati che non sanno l’inglese, ma vivono in Italia e guardano i programmi che la tv italiana trasmette. La verità è che un numero elevatissimo di trasmissioni ormai conserva il titolo originale americano. Ancora più assurdamente, il titolo in inglese è usato anche per programmi originali di produzione nazionale. In alcuni casi i miei non riescono neppure a pronunciarlo (“Extreme makeover home edition”), in tutti gli altri non capiscono perché tenere a mente un’accozzaglia di parole straniere per indicare cosa stanno guardando.

La domanda che pongo è: sono loro ad avere torto?

Dovrebbe far riflettere che l’abitudine diffusissima e forse inarrestabile di lasciare i titoli originali si colloca in un contesto nel quale i medesimi programmi sono interamente doppiati. A parte il nome dunque, tutto il resto è in rigoroso italiano.

Basta scorrere i palinsesti, in particolare quelli dei canali digitali o satellitari dedicati ai telefilm, per rendersene conto. Viene da chiedersi però fino a che punto questa uniformità abbia un senso.

Perché “The bridge” non si chiama “Il ponte”? Perché “The following” non è “La setta”? Perché “Homeland” non è “Patria”? Perché “The good wife” non è “La brava moglie”? Si vuole a tutti i costi mantenere l’originale? Bene. Per quale motivo allora non c’è un semplice sottotitolo sotto con la traduzione letterale? Dalla sigla in poi, tutto il resto verrà tradotto. Perché proprio il titolo, elemento fondante di una serie, no?

La conservazione dell’originale comporta la perdita di diverse sfumature di significato. Gli studenti di medicina italiani studiano sul testo classico “L’anatomia del Grey”. Perché non tenerne conto quando si ha una serie che come “Grey’s anatomy”, che proprio da quel testo prende lo spunto?

Torniamo a casa mia. Mia madre e le sue amiche non sono in grado di pronunciare “Desperate housewifes”, ma fra di loro ne parlano, sensatamente, chiamandole “le casalinghe disperate”. Nel caso specifico nel nostro paese si è giunti al paradosso. Non solo è stato scelto di rinunciare a titolo efficacissimo e molto azzeccato come “Casalinghe disperate”, ma si sono peggiorate le cose accostandovi un sottotitolo fuorviante, “I misteri di Wisteria Lane”, che oltre ad alludere a un contenuto giallo che era solo vagamente presente nella prima stagione, aggiunge altri termini inglesi.

La questione non si limita all’ambito televisivo. Al cinema è anche peggio. E’ sufficiente scorrere la lista dei film in sala in questo momento e di quelli in uscita. Fa impressione: “Royal affair”, “In another country”, “Monster University”, “The spirit of ’45”, “The grandmaster”, “Rush”, “You’re next”, “The bling ring”, “Gravity”, “Love Marylin” “Before midnight”, “The frozen ground”, “White House down”, “The chronicles of Riddick”, “The fifth estate”, “The seventh son”… E questo elenco si limita al periodo fra qui e ottobre. Talvolta il mantenimento del titolo originario avviene a completo discapito della sua comunicabilità (in quanti riferendosi al thriller con Denzel Washington “Death at 3600” avranno chiamato gli amici per proporre: – Andiamo al cinema a vedere “Death at three thousand six hundred” -?). Altre volte ignora del tutto il problema della sua comprensibilità (trovatemi almeno uno spettatore in grado di tradurre “Quantum of solace”, titolo del penultimo 007).

Non posso fare a meno di notare anche che questo istinto alla conservazione si limita ai materiali di provenienza americana. I titoli di film francesi, spagnoli, tedeschi vengono sempre tradotti. Sono rarissime le eccezioni (a me è venuto in mente solo “La mala educatiòn” di Almodovar, ma ce ne saranno anche altri immagino). In sintesi, il tutto mi puzza di provincialismo del più becero. Tu vo’ fà…

Quando pongo la questione in una discussione fra amici di solito c’è qualcuno che la giustifica in questi termini: meglio conservare il titolo originale piuttosto che subire quegli obbrobri a cui arriva la distribuzione italiana. A supporto del ragionamento vengono citati esempi eloquenti quali “Eternal sunshine of the spotless mind”, da noi uscito come “Se mi lasci ti cancello”. Trovo questa obiezione risibile: fra una titolazione che offende l’intelligenza dello spettatore e il mantenimento dell’originale ci potrà essere una terza via, no? Intendo un lavoro serio e intelligente che si sforzi di produrre un titolo fedele e significativo. Come già dovrebbe avvenire, senza che ci sia l’esigenza di richiederlo.

Neanche l’editoria è immune al fenomeno. Certo, in maniera molto minore, ma anche qui non mancano i casi ingiustificabili. Prendiamo per esempio la bibliografia italiana di Chuck Palahniuk e chiediamoci perché i suoi libri da noi si chiamino “Invisible monsters”, “Guinea pig”, “Survivor” e (il più patetico di tutti) “Diary”. Pareva brutto dare a un romanzo in forma di annotazioni giornaliere il titolo di “Diario”? A quanto pare sì.

Intendiamoci, non sono contrario all’uso dell’inglese in sé. Io stesso ho usato una canzone inglese come titolo per un romanzo, e non avrebbe avuto alcun senso tradurla. Quello che contesto è il dilagare incontrastato del fenomeno, l’idea che i titoli inglesi in un paese che doppia tutto diventino una semplice abitudine senza che nessuno la metta in discussione, che il provincialismo l’abbia vinta sull’esigenza (legittima) della decodificabilità.

Ci sono contesti nei quali la diffusione della terminologia inglese avrebbe un senso molto maggiore. Chiunque abbia viaggiato in luoghi come i paesi scandinavi avrà notato quanto l’uso dell’inglese sia diffuso. Anche la signora con le borse della spesa incontrata per strada in un villaggio di provincia è in grado di dare indicazioni allo straniero che si è perduto. In queste regioni la convivenza fra la lingua nazionale e una internazionale è un dato di fatto (basti pensare alle decine di gruppi pop che il cui intero repertorio è stato pensato e realizzato sin da subito in inglese, dagli Abba agli A-ha, dai Knife ai Roxette). Distribuire materiale in lingua anglosassone qui sarebbe funzionale, se non addirittura naturale.

In Italia, a giudicare dai manifesti dei film o persino dagli slogan pubblicitari, un turista sarebbe portato a credere che l’inglese sia di dominio pubblico: niente di più lontano dalla realtà. Gli andrà di lusso se l’autista dell’autobus saprà dire “Ticket”, indicando con un gesto della mano dove acquistarlo.

L’imbarbarimento linguistico nella comunicazione rivolta ai giovani (la hit più cool momento, l’action-video in esclusiva sul tuo digital store, il beach party più hot dell’estate) fa sempre parte di questa tendenza all’approssimazione totale.

La dicotomia fra la presunta padronanza di una lingua straniera e la sua effettiva (scarsissima) diffusione presso la massa è dolorosamente evidente e rischia di essere  deleteria: invece di trasmettere un sapere ci si accontenta di frammenti casuali e superficiali, che forse in pochi capiscono, ma comunque fa figo citare e riportare.

Appunto, ancora: provincialismo puro.

Ne faccio una questione culturale a partire da una frustrazione squisitamente personale. Perché non so cosa avvenga coi vostri genitori, ma quando io vado a cena dai miei e impieghiamo minuti per spiegare a vicenda gli spettacoli che stiamo seguendo, come stranieri che fanno fatica a comprendersi, ecco, a me viene una certa tristezza.

Commenti
19 Commenti a “Le parole per dirlo”
  1. Federica scrive:

    La questione a mio parere è molto più articolata e non andrebbe appiattita. Esiste una disciplina professionale detta ‘naming’, di cui mi occupo, che giustappunto serve a capire che nomi dare a un prodotto, programma, a tutto ciò che è in vendita, affinché esso sia il più efficace possibile. Uno dei criteri più importanti attraverso i quali si sceglie un nome è, suona persino banale dirlo, il target, il pubblico, la clientela principale cui quel prodotto si rivolge. Altro criterio è la musicalità, la storia, del nome stesso. ‘Masterchef’, per dire, è un nome geniale, perché intanto è una parola sola, aperta e semplicissima da pronunciare. Coniuga una parola di lungo corso come ‘chef’, che è straniera ma è perfettamente entrata nell’uso comune già da varie generazioni, con una più recente ma molto assonante con l’italiano e perfetta per i più giovani come “Master”. Va benissimo per anziani e più giovani, ed è infatti un programma per tutte le generazioni, in certo modo. Anche “X factor” è un nome perfetto, per motivi simili, più giovanile ma non precluso agli adulti (che infatti lo guardano). Alcuni nomi tagliano via il pubblico più adulto, tuttavia possono esaltare quello più giovane, dunque la scelta può essere quella giusta (le serie americane con nomi americani brevi sono perfette a mio parere, come scelta, e non condivido il tuo giudizio. The Killing, Homeland, sono tutti nomi brevi che un venti-trenta-quarantenne non fa nessuna fatica a pronunciare. Il target è azzeccatissimo). Altri nomi sono ridicoli in tutto perché difficilmente pronunciabili, in un contesto italiano, persino da chi l’inglese lo parla e lo capisce perfettamente. Non sempre è la difficoltà o l’ignoranza, spesso e volentieri è la pigrizia che ti porta a non voler fare la fatica di inserire nel tuo vocabolario quotidiano un titolo una frase che ti è, per quanto comprensibile, distante. In altri casi, sorprendentemente, è la vergogna. Per dire ‘America’s Next Top Model’, io lo vedo spesso perché mi rilassa molto nella sua vacuità. Ma non lo pronuncio mai. Il che fra l’altro, rende molto più difficile condividere la visione di questo programma con altre persone e dunque allargarne la visione, anche perché so che se lo dovessi pronunciare in italiano oltre a un po’ di vergogna per il contenuto del programma :S si aggiungerebbe pure l’imbarazzo di mettere in difficoltà l’interlocutore, o pronunciarlo in modo sbagliato ecc. Se mi fa fatica pronunciarlo, va da sé che non ne parlerò, e il programma rimarrà prodotto di nicchia consumato da ognuno in solitudine, molto probabilmente. Ovvia conclusione: un bravo copywriter, si sa (ma non se ne traggono le conseguenze, purtroppo per noi) fa la fortuna di un prodotto, ne esalta la qualità quando c’è, e almeno in un primo momento ne stempera i difetti (i quali però alla lunga si ripropongono, c’è poco da fare).

  2. Fam scrive:

    Naming, target… aggiungiamo anche brand, headline, pay-off… tutti termini “tecnici” della pubblicità che potevano usufruire di una traduzione semplice e puntuale. Solo che il termine inglese “fa più figo” e la tesi del provincialismo di cui parla l’articolo ci sta tutta. Vi prego, non ne posso più di lavorare in questo mondo, c’è una casa editrice che assume un grafico stufo della pubblicità?

  3. bidé scrive:

    Concordo con Fam sul fatto che i termini inglese facciano più cool sminuendo così il nostro background. Ovvero fanno figo e e sminuiscono il nostro retroterra. I prestiti necessari sono ben accetti, ma in presenza di ottimi equivalenti italiani sono soprattutto fastidiosi. Mission, in questo senso, è l’apice della bruttezza. Ed è infatti, ovviamente, abusato.
    Purtroppo però è una questione che va oltre il campo televisivo/cinematografico/pubblicitario, ed è entrata ormai nel nostro favellare quotidiano: se penso alla telefonata della Minetti poi resa pubblica mi vengono i brividi.
    A ciò va aggiunto il fatto che, oltre ad essere sostanzialmente lessico (serve quindi per fare figo, ma non sottende un’effettiva conoscenza grammaticale/sintattica della lingua inglese), la terminologia inglese è sovente usata in maniera erronea, avallando la tesi dell’articolo secondo cui siamo un popolo che non sa l’inglese. Occhio però ad esaltare i paesi scandinavi e la loro anglicizzazione, che è spesso più leggendaria che altro, sebbene rimanga indubbio che siano messi meglio di noi.

  4. Federica scrive:

    Possiamo essere d’accordo su questo, anzi lo siamo. Anche a me danno fastidio tutti gli inglesismi del linguaggio quotidiano specie nel settore marketing. Però di nuovo non credo si debba banalizzare. Il nostro cervello ci fa fare confusione quando ci muoviamo continuamente fra una lingua e l’altra, e spesso per fretta, la solita pigrizia, per confusione mentale mischiamo un lessico con l’altro. Capita anche in contesti tutt’altro che cool, se per esempio si vive in una famiglia in cui padre e madre sono madrelingua di due lingue diverse, è normale incappare in combinazioni balorde. Non è che si usano i termini inglesi solo per fare i fighi, si usano i termini inglesi perché il cervello ti suggerisce quello, spesso anche in modo sbagliato.

  5. Federica scrive:

    E fra le altre cose, inserire vocaboli di altre lingue nella propria è un processo che esiste da che esiste la lingua. L’incontro fra i popoli crea queste commistioni, un tempo magari avveniva di più nel campo dell’arte, dell’artigianato, oggi avviene nel marketing (e in tante altre cose), perché è il settore in cui i nostri incroci si sono moltiplicati, evidentemente. Invece di sminuire la cosa, sarebbe interessante pensarla creativamente per capire come avvengono gli incroci fra culture, nel bene e nel male. Nessuno si lamenta di quante parole straniere sono entrate nel nostro vocabolario alimentare degli ultimi 20 anni. Forse che a cercarla, non ci sarebbe una buona traduzione italiana di kebab? Certo che c’è. E allora, anche questo è provincialismo? Non credo affatto. Sulla lingua le spiegazioni semplicistiche sono quasi sempre sbagliate, come cercare di impugnare l’acqua.

  6. bidé scrive:

    No, non c’è una buona traduzione di kebab, in quanto prodotto culturale originario di altre zone linguistiche, ovvero in quanto realia (particolarmente tipici nell’ambito gastronomico, dal sushi alla paella, dalla vodka alle lasagne).

    Per quanto riguarda il bilinguismo famigliare, si tratta di un fenomeno ben presente nell’attuale società, ma marginale per quel che concerne la lingua inglese; e soprattutto, per quella larghissima fetta di popolazione che non viene da contesti bilingui e che non sa l’inglese è semplicemente impossibile che ci si possa confondere tra le lingue. Eppure, è proprio da questa fetta della popolazione che arriva il linguaggio più appiattito verso l’anglicismo.
    Che poi questa storia della confusione tra lingue non mi convince affatto: le difficoltà si hanno nel passare improvvisamente da una lingua all’altra, ma se si sta parlando in un solo idiome difficilmente ti verrà spontaneo inserire un termine di un’altra lingua. Lo dico per esperienza diretta, ma basterebbe pensare anche ai bilingui, molto più diffusi nel nostro paese, che parlano arabo/italiano, spagnolo/italiano, rumeno/italiano. Com’è che loro non ce li mettono mai, o quasi mai, i termini nell’altra lingua se stanno parlando italiano?

    Infine: il fatto che i prestiti linguistici esistono da che esistono le lingue è un’affermazione incontrovertibile, ed è uno dei principali motivi per cui le lingue si evolvono (l’altra è la presenza di errori che col tempo divengono regola), ma l’accettazione passiva di ogni anglicismo in quanto tale è sinonimo di abbruttimento della nostro bell’italiano.

  7. Federica scrive:

    Non so, tenderei in parte a essere d’accordo con te, in parte no. La mia esperienza diretta di convivenza e uso quotidiano di più di una lingua, tanto nel lavoro quanto nella vita personale, è per esempio del tutto differente. Il mischiume nel mio caso è totale, non solo per me ma anche per le persone con cui convivo. Rischiamo tuttavia di sviare dalla questione dei nomi posta nell’articolo, che è solo un aspetto dell’anglicizzazione superficiale in corso. Per capirci, forse, secondo me uno dei punti più critici è: vogliamo dedicare il giusto tempo, e il giusto prezzo, e anche il giusto spazio (ha fatto più danni l’inglese al ‘nostro bell’italiano’, o il linguaggio degli SMS e dei tweet?) alla ricerca delle parole migliori? La fretta, la foga, il risparmio mentale, monetario e di spazi portano a sbagliare, quando si parla. Anche quando lo si fa solo in italiano, per dire. Tornando ai nomi dei libri e delle serie, forse è solo una questione di gusti, ci può anche stare: ma a un nome tutto in italiano lunghissimo tipo “Il profumo delle foglie di limone”, o “Il centenario che saltò dalla finestra e cadde”, che non dicono niente con tante parole, preferisco una parola secca tipo ‘Twilight’ che evoca, è facile da ricordare, essendo in inglese capisco subito si tratta di un romanzo al 99% americano, e direi che la cosa non è del tutto indifferente per un lettore. Insomma, riassumendo e poi mi taccio: italiano a tutti i costi? No. Inglese a tutti i costi? Neanche. Dipende dal tuo pubblico. Non c’è niente di male a usare tanti vocabolari inglesi nella propria lingua quotidiana se usati bene, se non si sparano ‘outing’ a caso, se non si creano mostri tipo ‘ti briffo’ che non è né l’una né l’altra cosa. Anche perché se ci vogliamo riferire ai realia, ogni parola è un realia a modo suo, e di esatti equivalenti non ne esistono forse al mondo. Kebab si può tranquillamente tradurre in modo inesatto come panino turco con carne e spezie, falafel con “polpetta” ecc. Ma non lo si fa, perché kebab è più efficace. Così come ‘naming’, nel linguaggio della pubblicità, è più efficace di denominazione, ‘marketing’ è più efficace di ‘commercializzazione e promozione’ e via via. Non esiste traduzione che non cambi il senso di ciò di cui stiamo parlando, ed è bene che esista la libertà di scegliere le proprie sfumature, ecc. La questione fondamentale è un uso consapevole, accurato e rispettoso della lingua, non un uso arrafazzonato o sciatto.

  8. Damiano Latella scrive:

    Tradurre i titoli dei film è un’arte complicatissima, mentre tradurre titoli per la tv mi sembra tutto sommato più semplice (perché Italia’s got talent invece di L’Italia ha talento?).
    Prendendo ad esempio lo spagnolo, l’unico titolo (non a caso con errore di spelling!) nell’articolo è La mala educación. Per estare su Almodóvar, anche Volver è stato lasciato in spagnolo. Forse Tornare avrebbe funzionato lo stesso, ma così si lascia il riferimento al famoso tango. Invece La piel que habito (si pronuncia abìto) ha tutto un altro suono rispetto a La pelle che àbito. A me disturba il cambio di accento, ma è un motivo sufficiente per tradurre La pelle che vivo o qualcosa del genere?

  9. Massimo scrive:

    Riparto dalla domanda iniziale, visto che sappiamo tutti che questo non è un mondo per vecchi (ovvero: o si cresce – anche linguisticamente – o si cresce). Ciò che mi fa tristezza invece sono gli anziani lasciati davanti alla televisione… Che potrebbero invece giocare, ballare, vedere bambini, etc

  10. Massimo scrive:

    Magari imparare l’inglese da un bambino cingalese…

  11. Matteo B. Bianchi scrive:

    Scusa Massimo, chi ha parlato di “anziani lasciati davanti alla televisione”? Mi sembra che questa sia una forma di pessimo qualunquismo. Al contrario, se un anziano ha dei gusti televisivi meno beceri dei talk show pomeridiani, si confronta con una serie di difficoltà linguistiche ingiustificate. Oppure solo i 30/40enni hanno diritto di esprimere opinioni e perplessità? Siamo così poco abituati a includere gli anziani nei discorsi culturali che quando appaiono devono per forza essere accostati a dei cliché. Ma questo è un altro, ben più ampio, problema.

  12. Massimo scrive:

    Ma no Matteo, nessun qualunquismo, semmai, se vogliamo usare un po’ di etichette, un po’ di empirismo applicato e un briciolo di nichilismo costruttivo… Amo come te la ricchezza della lingua: la lingua è pensiero in azione, traduce le esperienze e in essa queste sedimentano. Apre e articola visioni. Per questo il problema della traduzione non è banale. Mi sembrava però interessante sottolineare un paradosso: viviamo un vassallaggio culturale – che miete vittime “culturali” anche in termini di lingua – che è allo stesso tempo anche arricchente – siamo tutti figli grati di quel periodo pazzesco che è stato il Rinascimento americano della seconda metà del XX secolo (tanto che a Milano per quattro mesi verrà celebrato con manifestazioni bellissime). Insomma, voglio dire che la cultura dominante si veicola e riproduce attraverso la stessa lingua. È stato così col latino, poi con il francese, nei secoli scorsi. Sono pronto ad accettarlo perché non posso farci nulla, non posso andare contro il fiume né spingerlo. Penso che a noi rimanga di riempire questa lingua con la nostra esperienza, perché solo così la facciamo nostra e la trasformiamo. L’evoluzione è meticcia. Fa tristezza anche a me. Ma forse è meglio riderci su…

  13. S. G. F. scrive:

    E’ troppo semplicistico affermare, semplicemente, che si tratta d’un fenomeno (di vecchia data, con i dovuti aggiornamenti) di colonialismo linguistico?

  14. Massimo scrive:

    Caro SGF, possiamo anche chiamarla così. Ma cosa co fa capire della nostra realtà e delle prassi, ovvero delle pratiche attraverso le quali vivere e apportare senso e segni al mondo che viviamo? Cosa dire delle lingue che stanno arrivando in Italia, anzi che abitano già in Italia e che cambieranno sicuramente l’italiano? Una è la lingua IMPERIALE americana. E cosa ce ne facciamo dello spagnolo, dell’arabo, dell’indiano, del filippino, del rumeno, dell’albanese, etc etc? Insomma i fenomeni sono complessi, nella lingua si sedimentano le pratiche, è un fatto quasi organico. La trasformazione è inarrestabile. Sia l’una che l’altra, la lingua e la trasformazione, bisogna solo viverle e animarle.

  15. S. G. F. scrive:

    Sì, Massimo, come tu dici “la trasformazione è inarrestabile”. La lingua è un organismo, e si trasforma come qualsiasi organismo. Tuttavia, sta a noi preservarne consapevolmente la salute. La trasformazione dell’organismo linguistico in un modo piuttosto che in un altro (nella “malattia”, per esempio) non è l’effetto inevitabile d’un qualche destino malefico.
    Grazie per lo scambio e cari saluti

  16. Massimo scrive:

    La vita che erompe e trasforma non è un destino malefico. Lo è il sistema che controlla e dirige pensando ingenuamente di poter applicare una tecnica…. Se osserviamo l’etimologia di parole come amore e sesso scopriamo che non derivano né dal greco né dal latino, ma ancora di più dal sanscrito. Ecco cosa mi riempie di meraviglia: la filogenesi della lingua. E l’ontogenesi che nel nostro piccolo tempo di vita riproduciamo, non semplicemente lasciandoci fare dagli eventi ma, ripeto, vivendoli, aggiungendoci per forza il nostro, anche lo strafalcione di chi ad esempio non conosce alla perfezione la dizione di Desperate Housewife, o si sente tanto cool nel dire cool…

    Aggiungo a questa mia opinione il ringraziamento per la possibilità di dialogo offerta da questo spazio e stimolata dall’autore.
    Grazie.

  17. Manuel scrive:

    Mi sembra che ci siano problemi anche nel ricopiare l’inglese: Desperate HouseWIVES.

  18. Lidia scrive:

    Forse sarò provinciale, ma non riesco a capire di che tipo sia il provincialismo della mancata traduzione dei titoli inglesi o americani. Non è piuttosto il contrario? Limitare la propria apertura mentale alla sola lingua italiana.
    Ma -e qui viene il bello- imitare gli altri è sintomo di mancanza di cultura, di pappagallaggine, quindi di provincialismo.
    Chi non traduce? Chi vuol darsi arie di sapere l’Inglese (capirai). Allora per non essere provinciali bisogna fare l’opposto, cioè tradurre.
    In poche parole, se traduci o no, sei sempre un provinciale. Ché poi in provincia, ve lo assicuro, si sta benino. Se ti mancano due euro dal panettiere ti fa credito, e se vomiti per strada qualcuno chiama il Pronto Soccorso (il nove-uno-uno, naturalmente).
    Sapete cosa mi sembra questo post? Un articolo di colore (cioè di cazzate) solo per riempire un blog.
    Se questo è il meglio che Minimum Fax riesce ad esprimere, che diritto si ha di chiedere alcunché a chi realizza porcheriole televisive?

  19. Giannetto scrive:

    Il problema c’è, eccome. Saper ricordare il titolo in Inglese dà uno strano senso di potere che porta molti a fare commenti come quelli qui sopra. Si, perché tutti coloro che hanno commentato a favore lo hanno fatto perché sono caduti in una trappola: pensano di sapere l’inglese solo perché ricordano un titolo. In realtà alle orecchie di un madrelingua il solo pronunciare quel titolo suonerebbe come poco comprensibile, tutti i commentatori a favore facciano un giro in USA o UK per capire direttamente cosa vuol dire NON sapere l’inglese: di fronte alla constatazione della loro ignoranza la difficoltà di ricordare/pronunciare un titolo scomparirebbe in un attimo.

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