Le perifrasi di Leo Spitzer

1spitz

Nel settembre del 1915, il giovane Leo Spitzer, viennese di una facoltosa famiglia ebraica, viene assegnato all’Ufficio centrale della censura postale dell’esercito imperalregio. Il suo compito è quello, all’interno di un clima di crescente preoccupazione per l’Impero che deve difendersi dalle numerose accuse di violazione delle convenzioni internazionali, di leggere le lettere dei prigionieri e bloccare quelle informazioni scomode che l’Austria non voleva uscissero dai campi di lavoro.

Spitzer è ovviamente sollevato dal non dover recarsi sul fronte, ma lo è ancora di più perché attraverso questa attività può esercitarsi nelle sue competenze linguistiche: per questo si attarda in ufficio dove, mentre vaglia migliaia di lettere, annota e ricopia alcuni passi delle corrispondenze, mantenendo la grafia originaria che molto spesso si distacca dalle consuete norme ortografiche.

A partire da questo imponente e molto variegato materiale nascono due libri fondamentali di Spitzer, Le lettere di prigionieri di guerra italiani e Perifrasi al concetto di fame. La lingua segreta dei prigionieri italiani nella Grande Guerra. Entrambi pubblicati da Il Saggiatore, Le perifrasi arrivano adesso in libreria con la cura di Claudia Caffi, che firma anche un saggio in apertura importante per definire e circoscrivere la materia del libro, e la traduzione di Silvia Albesano (chiude poi la serie di apparati un saggio di Antonio Gibelli).

Come è facilmente intuibile, questi due libri formano un insieme organico (e che ha come ulteriore bussola Lingua italiana del dialogo, sempre pubblicato da Il Saggiatore, curato da Cesare Segre a cui Caffi dedica il presente volume), di «filiazione» parla nella sua introduzione la curatrice, e i temi messi in campo sono infatti segnati da un’importante continuità; nel caso delle Perifrasi l’attenzione è rivolta principalmente al tema della fame, una delle maggiori sofferenze patite dai prigionieri di guerra che ha provocato un numero impressionante di morti. Così come per le Lettere, questo nuovo volume dà conto al lettore di una narrazione della storia minoritaria, che viene dal basso, dalle voci dei soldati prigionieri italiani, del Regno e italiani d’Austria, nello specifico soprattutto trentini, fiuliani, istriani, triestini e sudditi dell’Impero asburgico.

Ancora una volta si assiste a una narrazione polifonica in quanto si incontrano testi di ufficiali e di militari di grado semplice, elemento che contrassegna il materiale di un ulteriore interesse linguistico ed etnografico.

Gli scritti introduttivi di Spitzer dal sapore più teorico e storico che anticipano le scritture vere e proprie dei prigionieri, spiegano bene al lettore le circostanze in cui il filologo ha lavorato e il processo che queste lettere hanno subito: innanzitutto sono molti i casi in cui i prigionieri mettono nero su bianco la parola “fame”, «perché, appena catturati, sono ancora ignari della censura o sottovalutano le competenze linguistiche dei censori o perché decidono ostinatamente di ignorarli o addirittura di impressionarli» spiega Spitzer, ma molte sono anche le tecniche impegnate per mascherare il concetto, le «perifrasi» appunto, e le abbreviazioni, secondo Spitzer non molto «scaltre» (tra gli esempi «la polvera sta per arriva, e anche le pillole, e cosi mi calmeranno fa…», oppure «ora che si lavora la signorina Fà si sente assai assai»).

Anche in questo lavoro si replica l’eccezionale cura filologica presente nelle Lettere dei prigionieri, con più di quattrocento pagine dedicate ai campi diversi che emergono dalle singole missive, precisamente divise in capitoli, ognuno dedicato alle diverse condizioni in cui questo tema emerge. Si incontrano così riferimenti a malattie che si rivelano a uno sguardo attento come lamentele per la fame, con riferimenti per esempio all’espressione della fame come «malattia del mangiare» («Solo che patisco quella benedetta malattia di quando eravamo accasa insieme di quando ci mettevamo a tavola per mangiare» oppure «cari genitori vifacio sapere che tengo la malattia della febbre mangina») oppure con la soddisfazione dello stimolo in sogno («Le notti mi par di vedere il Forno di Signor Ercole. Se sapesse Cualche Cosa, gran Fame» o «Quella donna del formaggio me la sogno sempre»).

Molto interessanti sono poi le pagine dedicate a quelli che Spitzer definisce i «santi della fame», per esempio Santa Lucia, una tra le venerazioni più diffuse in Italia, qui utilizzata perché la vigilia della sua festa è un giorno di digiuno («qui ogni giorno è Santa Lucia ed ogni giorno si festeggia con vigilia»), o Sant’Anna, evocata come patrona dei poveri dove il riferimento si fa ancora veicolo del digiuno preparatoria alle festività e si lega direttamente all’auspicio dell’arrivo di qualche pacco alimentare.

Tra le profezie che emergono da queste lettere, ce n’è una che torna con particolare regolarità, quella della propria morte, legata di fatto ancora alla richiesta di pacchi alimentari: se da una parte questa immagine è certo collegata a far sentire vincolati i parenti all’invio di cibo, in un momento dove le difficoltà alimentari erano abbastanza diffuse, dall’altra essa risponde anche a un effetto della paura di fronte al destino toccato ad alcuni compagni di prigionia («pacchi senno vado fare la terra per li ceci») e si tramuta talvolta in una profezia di segno opposto, quella di tornare a casa tra abbondanze e banchetti («Si spera che non moriremo in mani straniere e che potremo seppellire le nostre ossa nella nostra amata patria… La carne l’abbiamo persa, assomigliamo a un pesce essiccato, uno stoccafisso, avete capito bene? Sarebbe davvero il momento di cambiare cibo e di andare dove c’è polenta e salsa… conservateci dei polli, la prima gallina che vedo, la uccido e me la mangio»).

Perifrasi al concetto di fame è dunque il volume attraverso il quale Il Saggiatore chiude il trittico italiano di Spitzer: quello che si ha la possibilità di consultare è ancora una volta un documento di grande ricchezza, ma soprattutto la testimonianza di un fenomeno imponente e drammatico a cui furono condannati migliaia di prigionieri un secolo fa. Le loro scritture, colte, semicolte o ancora meno corrette, sono il grido unico di una detenzione di massa che si tinge di inumano: come sottolinea Gibelli nel suo saggio introduttivo, l’importanza di questo testo, come degli altri pubblicati da Il Saggiatore, non sta solo nell’essere un capitolo rilevante nella storia della linguistica e dell’epistolografia popolare, perché esso rappresenta anche una fosca anticipazione del successivo cammino drammatico che percorreranno, di lì a poco, i paesi europei sotto i regimi totalitari.

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
Aggiungi un commento