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Tra le pieghe dell’ossessione. L’invenzione dell’altro in Frédéric Boyer

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Photo by Jose A.Thompson on Unsplash

di Alice Pisu

“Ci sono bambini che abitano immagini nelle quali credono ciecamente per tutta la vita”. Quella di Frédéric Boyer ha le sembianze di una giovane donna dagli occhi scuri che turba i suoi pensieri di bambino per diventare presto un’ossessione che lo accompagnerà per il resto della vita. A contrastare il rigore e le imposizioni dell’educazione impartita dalle suore del Sacro Cuore, i giochi segreti nel dopopranzo con una figura misteriosa che prenderà forma nel suo immaginario diventando l’oggetto del desiderio da ricercare instancabilmente in ogni donna che da adulto avrebbe incontrato.

Con Occhi neri (trad. Ilaria Guaudiello, ed. Clichy), Boyer consegna al lettore una riflessione sull’infanzia, quell’inafferrabile materia che sceglie di affrontare per comprendere cosa lasci nell’individuo una volta perduta e dove finisca quando scompare. Immagina gli esiti di questa separazione per l’uomo e per l’infanzia stessa di cui traccia il tempo e lo spazio che ne delimitano la fine, capace di generare solitudine e vulnerabilità.

Delinea le ossessioni che attanagliano chi si sente annientato dal tempo perduto e ricerca il proprio senso l’altro, arrivando anche a costruirlo: “Se ci si abituasse a essere estranei a sé stessi arriverebbe poi un personaggio pronto a vegliare con crudeltà e amore su di noi, un piccolo personaggio resiliente inventato da noi”.

L’invenzione domina la narrazione: a partire dalla figura immaginaria di Lago (da Lancillotto del Lago) a cui rivolgersi nel riannodare i ricordi e nel porsi continui interrogativi sulla condizione dell’infanzia in relazione all’esistenza, sino all’incapacità dell’individuo di cercare l’altro senza averlo prima inventato, con un riferimento costante al pensiero di Sant’Agostino ben conosciuto, tradotto e analizzato dall’autore.

Romanziere, saggista, poeta, traduttore e editore, Frédéric Boyer è tra le voci letterarie francesi maggiormente apprezzate in Europa. Sente di appartenere a una generazione di mezzo che non ha vissuto rivoluzioni, guerre, carestie: “Credo che i venti urlassero intorno a noi ma noi non ne sapevamo nulla o non volevamo saperlo”.

Quel “tempo perso a decidere chi siamo” è l’oggetto primario di ricerca di Occhi neri, memoir innervato da interrogativi sulla labilità del ricordo e sull’inganno della memoria con una narrazione dallo sguardo poetico improntata sulla frammentarietà che sotto forma di un flusso interiore ininterrotto ripercorre eventi che avrebbero segnato l’infanzia e l’esistenza intera del narratore e protagonista, da qui la scelta dell’auto-fiction. L’impronta narrativa riproduce il disordine e la tortuosità dei percorsi mentali di chi si muove tra ossessioni e turbamenti del passato cercando di trovare risposte nuove nel presente, in relazione anzitutto alla necessità di definizione e spazializzazione dell’infanzia.

Quel rospo nel giardino, come nei versi di Romance modern di William Carlos Williams è agli occhi di Boyer una terra sperduta, un fantasma vivente attraverso cui potersi confrontare con la solitudine e la perdita, nella consapevolezza dell’urgenza di interpretazione che ogni assenza porta con sé.

Un’evidenza che riemerge anche nell’osservare una madre dalla “tenerezza immatura” che appare lontana dalla propria esistenza e che si sostenta nella malinconia “come se l’aspirazione alla gioia e al piacere fosse così forte da indurla a rimandare eternamente il momento in cui si sarebbe infine concessa di raggiungere l’oggetto di quell’aspirazione”. Attraverso quella “regina paralizzata da un dolore ignoto” lo sguardo di Boyer si posa anche sulle zie Jeanette e Marie-Thérèse. Le esistenze di quelle tre sorelle celano la capacità di costruire una lingua per addomesticare l’infanzia.

Si muove soffermandosi pressocché unicamente su figure femminili che hanno segnato e definito la sua osservazione sensibile e emotiva e hanno strutturato la sua educazione sentimentale, a partire dalla madre e dalle sue sorelle, viste come adulti teneri e solitari, per interrogarsi sul significato della nostalgia di un tempo irraggiungibile e non più replicabile sino al concetto di felicità: “Da bambino ho intuito molto presto che le parole fanno la guerra con la vita. O meglio con gli usi che di esse facciamo, nella vita. Ci saranno almeno mille modi di dichiararsi felici o infelici. Nessuno di questi è sufficiente”.

Boyer si insinua tra le pieghe del desiderio per definirne l’esperienza come inscindibile dal dolore e capace, se caratterizzato dall’insoddisfazione, di accogliere e rendere fertili la sofferenza e l’afflizione per strutturare la propria coscienza emotiva. Ogni dipendenza emotiva segnata da un impeto violento gli permette di tracciare narrativamente un’idea di desiderio, inteso come tale solo se la sua realizzazione garantisce di accogliere il resto; la scoperta di una forma di trasgressione resa un’innocenza dichiarata;  l’erotismo e l’indulgenza del piacere nell’incontro fisico inteso come fusione di ripetizione e oblio, tra gioia, sofferenza e ridicolo. “La dipendenza non si regge tanto sulla sostanza e i suoi poteri, quanto sull’impasse del piacere procurato. [..] Poiché essere governati dal piacere di farsi dominare (da una droga o da una persona) vuol dire in realtà essere governati dall’assoluto che abbiamo ospitato.”

La scrittura per esibire e osservare le proprie nevrosi permette a Boyer di interrogarsi sulla natura dei ricordi, la condizione che essi impongono nell’abbandono del loro possesso e nel riappacificarsi con l’ineluttabile. “Non c’è ricordo vivente se non fuori dal ricordo, finalmente liberato dal sentimento di attaccamento, dalla sua ripetizione, con la quale possiamo costruire solo una memoria difensiva”. Una memoria che per Boyer ha una meccanica basata sul presentimento, non sulla conservazione, si sostanzia anzitutto di parole e richiama la necessità di rivoluzionare il proprio rapporto col passato, snaturandolo dall’immagine di una totalità ingannevole.

Occhi neri racconta l’irrequietezza del sentirsi irrisolti, della ricerca di rassicurazioni vane nei tentativi di trasformare il tempo in spazio, provando ad avvicinare l’inafferrabile, l’invisibile, a un’idea di verità, la ricerca spasmodica di ciò che non esiste più. “Come velocisti dopo la vittoria, a correre dietro a idee perdute”.

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