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Le pire di luglio

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Il 20 luglio 2001, in piazza Alimonda a Genova, perse la vita Carlo Giuliani, ucciso durante gli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti arrivati in città in occasione del G8.
Il racconto di Marco Montanaro parla di quei giorni, e ai tanti che da quei fatti vennero travolti.
Proprio in queste ore, in piazza Alimonda, si sta svolgendo una manifestazione in ricordo di Giuliani.

di Marco Montanaro

Il padre di E restaurava mobili antichi. Dopo la morte della moglie gli erano prese certe fisse, certi tic. A tavola aveva la sensazione che qualcuno lo toccasse sulla spalla ogni volta che mangiava carne o pesce. Smise solo col pesce.

Poi c’era la storia del viaggio, un viaggio verso un grande acquario, da fare assolutamente con E, in programma da prima che la moglie si ammalasse. Ne parlava con tutti gli amici, di continuo, raccontandone ogni dettaglio come se fosse già avvenuto.

Infine la fissazione per la sufficienza, la più grande trappola in cui potesse ficcarsi suo figlio. Molto sopra o molto sotto, mai nel mezzo, ripeteva il vecchio ma con calma, da buon amico più che da genitore, mentre E lo ascoltava con lo sguardo basso, senza dire niente, in attesa di quel viaggio. Ma il viaggio, come altre cose, non sarebbe arrivato. Intanto suo padre, a tavola, continuava a muoversi a scatti se si sentiva toccare, soprattutto col caldo, quando mangiava a torso nudo.

L’adolescenza di E si svolse comunque lontana da grandi passioni o disavventure, e soprattutto molto lenta, come in un ricordo d’infanzia riesumato da un anziano. Almeno fino all’estate del 2001, quando E e suo padre sarebbero finalmente dovuti partire per Genova.

Una sera di fine giugno arrivò la telefonata di un ex compagno di scuola del vecchio. Doveva essere un poliziotto o qualcosa del genere. Dopo qualche minuto di conversazione, l’uomo consigliò di anticipare o posticipare il viaggio di qualche giorno. Disse che le manifestazioni previste a Genova nella seconda metà di luglio avrebbero trasformato la città in una zona di guerra. Lo spiegò con un tono calmo, senza alcuna esasperazione, prima di riprendere a parlare d’altro come se niente fosse. Alla fine, il vecchio decise di rimandare ancora il viaggio.

In effetti, a Genova in quei giorni accadde qualcosa di terribile: un ragazzo si beccò una pallottola in pieno volto da un carabiniere; un blindato dell’Arma ne calpestò più volte il cadavere; le caserme e le scuole divennero carceri per molti dei manifestanti; furono autorizzate torture equeste torture, in un ordinario crescendo d’orrore, per lungo tempo non avrebbero conosciuto mandanti.

E e suo padre guardarono più volte i filmati dei disordini e della morte del ragazzo in televisione. Il vecchio era disgustato. Diceva che il morto assomigliava a suo figlio. Avevano grossomodo la stessa età e lo stesso taglio di capelli. Il mondo, concludeva muovendo compulsivamente la spalla sinistra, andava inesorabilmente peggiorando. (Diceva tutto questo parlando alla tv, come se E non fosse presente.)

Dal canto suo, E non si era fatto un’idea chiara sulla questione. Percepiva anche lui un vago senso di disgusto, forse addirittura di nausea, davanti al fermo immagine del suo coetaneo riverso sull’asfalto di Genova; ma c’era come un filtro di spugna, nella sua testa o chissà dove, che gli impediva di accedere concretamente al dolore che in qualche modo doveva esser racchiuso in quelle immagini.

A volte, ragionando in solitudine, di notte, E concludeva che lui e suo padre erano diversi, molto più di quanto entrambi erano disposti ad ammettere. Quella che mancava a lui era la parte storica della storia, la chiamava così, che al contrario portava suo padre a leggere le cose in un certo modo, a tratti politico, a tratti solo eroico oppure tragico.

Poco dopo, sul finire di quel luglio 2001, E vide T per la prima volta, seduta sui gradini della cattedrale. All’epoca,la ragazzina doveva avere tredici o quattordici anni. Aveva i capelli neri, molto corti, da maschietto, e l’espressione di chi, indeciso, sceglie a malincuore che è bene non sorridere agli estranei. Quando la vide, E stava passeggiando con O, un amico di qualche mese più grande che era stato rappresentante degli studenti del liceo. Secondo O, quanto accaduto a Genova avrebbe rappresentato la fica politica per quelli della loro generazione. Ad E questa definizione faceva un po’ ridere, ma non disse niente. Lasciò parlare O e continuò a pensare a T. La ragazzina sembrava così dolce. E provò allora a immaginarla in un corpo da adulta: pieno, sensuale, preciso nella sua esistenza. Concluse che prima o poi avrebbe voluto incontrare una donna del genere.

A fine agosto, E si trasferì in una città del nord per frequentare l’università. Le prime settimane le passò chiuso nella sua stanza. Mangiava ogni tre giorni, in ogni caso mai più di una volta al giorno, in un piccolo bar all’angolo della strada. Nell’appartamento con lui c’erano due fratelli albanesi. Appena iscritti a ingegneria, passavano la maggior parte del tempo a giocare con un enorme coniglio che uno dei due aveva regalato all’altro per il compleanno. Un’altra stanza, occupata da uno studente di fisica che poteva essere libico, egiziano o marocchino, restò misteriosamente vuota a metà settembre, dopo il crollo delle torri del World Trade Center a New York.

Verso metà ottobre arrivò la nuova coinquilina. Si chiamava S, studiava entomologia. Era un anno più grande di E. Dopo qualche giorno, la ragazza decise che avrebbe cucinato anche per lui. Con lei, E parlò di Genova per la prima volta. S raccontò di essersi avvicinata alla politica proprio in seguito a quello che definiva un assassinio di stato. E scoprì che S frequentava gruppi politici e collettivi universitari i cui nomi, piuttosto esotici, non aveva mai sentito nominare. Soprattutto, la ragazza frequentava solo uomini stranieri. Iraniani, maghrebini, greci, turchi, qualche francese o tedesco. Gli italiani non le piacevano. A volte, quando beveva, S diceva che non le piaceva niente, a parte il pianoforte, che aveva smesso di suonare un anno prima e che avrebbe voluto riprendere in vecchiaia. Quando tutto si sarà sistemato, diceva con un sorriso dovuto più al sonno che al vino.

Pian piano, E comprese che non sarebbe riuscito a parlare per davvero della morte di Genova neppure con S: per parte sua perché c’era ancora quel filtro spugnoso a bloccarlo;e per parte di S perché finiva sempre col prevalere la tentazione di ragionare a partire dai meccanismi più grandi che avevano portato a quell’assassinio. Così la questione prese una piega diversa. Una notte S chiese ad E di dormire nel suo letto; E ci pensò su per qualche minuto, finché lei non lo prese per mano e lo portò nella sua stanza. E seguì con diligenza tutte le direttive che S gli comunicò con gli occhi socchiusi e un labiale morbido e materno. Dopo qualche minuto, l’affanno di S, spigoloso e regolare, si sciolse in un breve orgasmo chiassoso, con cui la ragazza chiese ad E di bagnarle la pancia.

A partire dal giorno dopo, la presenza di S in casa si fece sempre più rara. Ad E sembrava di intravedere un fantasma, a tratti lucido o trasparente, che giocava a carte con gli albanesi fino a sera tardi. Fu il minore dei fratelli, ai primi di dicembre, a dire ad E che S si era trasferita in Francia con un amico iraniano.

Per qualche giorno, E tornò alla sua vita prima dell’arrivo di S. Pensava ancora a Genova, al cadavere del ragazzo, alla fica politica per quelli della sua generazione. Nella sua testa cominciava a prendere corpo la tesi dell’assassinio di stato, anche se non sapeva da parte di chi. Quanto a quello che ancora non sapeva delle donne, E tornò a pensarci un giorno di metà gennaio, in un bagno dell’università, mentre la giovane assistente di un professore di lettere glielo teneva in bocca con estrema calma e gli occhi ben chiusi. Poco prima di Natale, E aveva deciso di frequentare le lezioni, e in un modo o nell’altro doveva aver attirato l’attenzione di M, che più che l’assistente di un vecchio critico letterario aveva in mente di fare la scrittrice.

A un certo punto, mentre E stava per venire, la testa della ragazza aveva cominciato a emanare una strana forma di calore da fin sotto i capelli, crespi e folti come quelli di un’africana. Quando ebbero finito, M disse ad E che lo trovava molto delicato e che avrebbe voluto rivederlo per sentirlo dentro, più forte.

E si trasferì a casa di M per un paio di settimane. Passavano il tempo a bere e a parlare di romanzieri, vivi o morti, che E non aveva mai sentito nominare prima d’allora, un po’ come per i collettivi universitari frequentati da S. Secondo M, un bravo scrittore doveva essere in grado di scrivere già in vita con voce da morto, se sperava di produrre letteratura o quantomeno una certa tensione verso la letteratura. A lei però sembravano tutti fin troppo vivi, incluso il suo professore. In ogni caso, diceva come in un’ammonizione a se stessa prima che a E, a me interessa soprattutto innescare la rappresentazione, capire fin dove le persone sono disposte a spingersi pur di credere a qualcosa. Ogni tanto, mentre la ragazza parlava, E ripensava alle parole del suo amico O sulla fica politica, cercando invano di capire se fossero parole da vivo o da morto.

Una sera, M si lasciò andare a una confidenza. Raccontò che l’unico uomo che le fosse mai venuto dentro era stato proprio il suo professore. Lo disse scherzando, con gli occhi semichiusi a fessura e la mano davanti alla piccola bocca, come se parlasse di un’amica, un’amica intima lasciata a invecchiare da sola in una vita parallela. E disse che avrebbe voluto farlo anche lui. M chiese se stesse dicendo sul serio. E insistette. La ragazza si voltò, si inginocchiò e inarcò la schiena. Dopo averlo accolto, chiese ad E di sparire.

Ancora una volta, E tornò nella sua stanza. Di tanto in tanto si sentiva al telefono con suo padre. Nel corso di una telefonata piuttosto lunga, il vecchio gli raccontò che al paese c’era stata un’alluvione. La bottega era sottosopra, anche se poteva andar peggio. Gli chiese di tornare a dare una mano. E inventò una scusa e restò in città e la città, come nella celebre poesia di Geōrgios Tzetzadis, continuò a respingerlo a volte come un esule, altre come un turista. In ogni caso, tutto, in quei giorni, rimandava alle facce infinite di un prisma cupo e inconoscibile. Allora E ripensava a sua madre, ma in modo blando, come si rievoca un ricordo piacevole perché in fondo ormai compiuto. E così era anche per il viaggio a Genova, dal momento che nella sua testa era come se alla fine ci fosse stato. Una di quelle gite fatte controvoglia, per accontentare qualcuno, che si dimenticano in fretta, senza dolore, col passare del tempo. Il tempo, intanto, lo costringeva a una sola conclusione: l’unica donna che lo avesse tenuto dentro, dentro fino in fondo, gli aveva chiesto di sfumare proprio come i poeti e gli scrittori di cui avevano parlato insieme, per notti intere.

Al paese, E tornava comunque in estate o per Natale. In quelle occasioni rivedeva qualche vecchio amico, partito come lui per cercar fortuna altrove. In genere non avevano molto da dirsi, a parte i nomi delle rispettive destinazioni, italiane o straniere che fossero; O, ad esempio, era finito in Baviera, a Deggendorf, nella gelateria di un vecchio zio. Con quel lavoretto, O si pagava gli studi in conservatorio. Motivo per cuitornava poco o niente. Ogni tanto, E aveva comunque la certezza che prima o poi si sarebbero incontrati e avrebbero finalmente parlato di Genova e di tutto quello che era successo dopo.

Nel frattempo, coi fondi stanziati per i danni dell’alluvione, il padre di E aveva preso un locale più grande e aveva messo su un ingrosso d’arredamento. In generale, il vecchio non parlava granché, limitandosi a chiedere ad E come andassero gli esami. E sapeva di poter mentire, ma non lo faceva. Aveva l’impressione di maneggiare un oggetto sempre più fragile. Quanto più sentiva di poter mettere una certa distanza tra lui e suo padre, tanto meno cedeva alla tentazione di farlo. Per cui, quando il vecchio gli chiese di dargli una mano con l’ingrosso, E disse che ne avrebbero riparlato dopo la laurea.

Quanto a T, in quegli anni E la incontrò un paio di volte. Una sera ci fu una rissa davanti a un baretto dalle parti della cattedrale. Alla fine c’era un ragazzo per terra con una ferita da taglio sul petto. Più in là, in disparte, T piangeva abbracciata a un’amica. E pensò che quello fosse il primo atto di confidenza verso il mondo da parte sua. Concluse che comunque la cosa non lo riguardava.

Qualche giorno dopo, prima di ripartire, E andò davanti al liceo frequentato da T. Quando la vide tra gli altri studenti, all’uscita,non trovò il coraggio di farsi avanti.

In città, E cominciò a frequentare scrittori, musicisti, attivisti politici, linguisti, filosofi, psicologi e sociologi. A volte riceveva dei compensi per scrivere degli articoli che uscivano su riviste specializzate a nome di queste persone. Così, per un certo periodo, E poté permettersi un appartamento tutto suo, dove quegli strani personaggi simili a fantasmi andavano a trovarlo per fare due chiacchiere. Discutevano con lui di Jacques Lacan, Philip Roth o Wolfgang Pauli come se si trattasse delle ultime cose buone accadute su questo pianeta. In un certo senso si trattava di feste, in un certo senso E sentiva di essere il festeggiato. Era solo un po’ dispiaciuto quando realizzava che nei suoi fantasmi non sopravviveva alcun ricordo dei giorni di Genova, quanto l’indignazione per quello che era successo allora; anche nel caso di chi aveva preso parte alle manifestazioni, quella nostalgia veniva comunque rosicchiata da quanto accaduto in seguito a New York.

Se capitava che tra quei fantasmi ci fosse qualche ragazza, E era felice. Dopo aver fatto l’amore, finiva anche lui per dimenticarsi di Genova, di quello che ancora non sapeva delle donne. Allora metteva a fuoco, sovrapponendoli alle macchie d’intonaco sul soffitto come in certi ritratti di Schiele, i volti e soprattutto i discorsi che aveva sentito dai suoi ospiti: dalle teorie sulla tecnologia come una sorta di nuova natura matrigna e indifferente, fino a quelle sul fascismo come stato mentale, prima ancora che evento storico o politico. In particolare, l’uomo che aveva esposto questa teoria, un sociologo a detta di tutti intellettualmente molto pigro, aveva spiegato, con tono sospettoso e irrisorio, di aver scovato più fascisti tra i suoi amici che tra i suoi nemici.

Allora E aveva concluso che non aveva ancora trovato dei veri nemici, e che questo fosse imperdonabile.

A un certo punto, E decise di chiudersi nuovamente in casa. Ignorò il telefono, che si trattasse di suo padre o dei suoi fantasmi. Era stanco di frequentarli (o di esserne frequentato). In fondo, gli scrittori non facevano che parlare di scrittura, i filosofi di filosofia, i politici di politica e così via. Dov’erano i pensieri concreti, che presupponevano delle conseguenze tangibili, che aveva fatto fino all’estate del 2001? Dov’era la vita vera, a cui quei pensieri, come un passaggio segreto, avrebbero dovuto condurre? Dove il profumo dei pini sul lungomare, il puzzo di bruciato delle pire in campagna, in piena estate? Nessuno dei suoi amici era realmente interessato al mondo fuori, qualsiasi cosa volesse dire, ovunque si trovasse. Allora E iniziò a dipingere, con scarsi risultati, e riprese a studiare. Tra un esame e l’altro si sforzava di uscire, con qualche compagno di facoltà o altre persone che venivano del paese. Per un po’ frequentò due ragazze. La prima, di qualche anno più giovane, studiava architettura e lo chiamava il prevaricatore. Quando E si allontanava, smetteva di mangiare. La seconda era una parrucchiera, non disse mai ad E di amarlo ma vomitava ogni volta che non dormivano insieme. Per lei, E era l’evanescente.

In ogni caso, a nessuna delle due E parlò di Genova né provò a spiegare che tipo di umanità avesse incontrato fino a quel punto. Le parole sono pallottole, pensava, colpi che a volte o per la maggior parte vanno tenuti in canna.

Il suo ultimo anno in città lo passò diviso tra gli esami e queste due ragazze, che non seppero mai l’una dell’altra e soffrirono molto (o almeno così credettero) a causa sua. Entrambe ebbero dei sospetti in un paio d’occasioni, e sempre in un paio d’occasioni progettarono di uccidersi o di uccidere E.

Nel corso del suo penultimo esame, E rivide M. Fu lei a interrogarlo, assegnandogli il massimo dei voti. Un’ora dopo erano nello stesso bagno del loro primo incontro. A un certo punto, mentre teneva l’uccello di E tra le dita, M cominciò a piagnucolare. Aveva appena scoperto di essere incinta. Un mese dopo avrebbe accompagnato il suo professore a Oxford per una conferenza su Palazzeschi e sull’eredità del futurismo italiano. Il professore avrebbe deciso se lasciare sua moglie solo al ritorno dalla conferenza. Qualunque cosa faccia, disse M prima di tornare a far sentire il suo alito caldo sul collo di E, per me è finita. Allora E la prese per le spalle e l’allontanò piano. La ringraziò per l’esame, disse che non meritava quel voto. Andò via. Qualche giorno dopo decise di lasciare l’università e tornare definitivamente al paese.

Dopo la morte del vecchio, E si occupò degli affari dell’ingrosso. Per lungo tempo le cose non migliorarono né peggiorarono. Diversi amici gli consigliavano di spostarsi nel capoluogo, come progettato inizialmente da suo padre; altri parlavano confusamente di una certa crisi economica, si chiedevano come facesse E a restare in piedi e perché, in fondo, non si sposasse. Si seppe che O, il suo vecchio amico, era morto o aveva perso le gambe in un incidente sul confine tra Austria e Svizzera, mentre stava tornando in Italia. A quel punto, ad E non importava.

Dopo qualche anno, E cedette l’ingrosso a un cugino. Si stabilì nella piccola abitazione di campagna della sua famiglia. In paese si vedeva sempre meno. Passava la maggior parte del tempo a dipingere sotto il porticato, specie nei pomeriggi in cui il sole dava l’impressione di vorticare fisso e immobile sul paesaggio di terra grigia, compatta. Tutt’attorno stavano in piedi come soldatisull’attenti gli ulivi secchi, i cui rami disegnavano piccole sagome infernali nel cielo terso, altrettanto immobile. Nei suoi quadri, che lo stesso E definiva brutti e notturni, tornavano gli intarsi e i ricami dei mobili restaurati da suo padre. Questo a detta dei pochi amici che avevano ancora voglia (o il fegato, secondo alcuni) di andare a trovarlo. Tra queste persone, per una notte, ci fu anche T.

Un pomeriggio di luglio, E la incontrò per strada. Era diventata una donna alta, spigolosa, con un corpo sottile, difficilmente gestibile da chicchessia. Non fu comunque difficile riconoscerla, e lo stesso fu per lei con E, che la invitò per un bicchiere. Sotto il porticato, quella sera, T raccontò la sua storia. Lui ascoltò in silenzio. A quanto pare, per un certo periodo era stata sposata con il ragazzo che aveva avuto la peggio in quella rissa di tanti anni prima. Forse aveva avuto un figlio, forse no: E la pregò di smettere. Era chiaro come si erano messe le cose per quella povera donna, sarebbe stato chiaro per chiunque senza neppure che lei aprisse bocca. Quella stessa notte finirono a letto. E tentò in tutti i modi di venirle dentro. T oppose una timida resistenza, tutta rannicchiata attorno a un sorriso minuscolo e inebetito, da bestiolina che non può comprendere a fondo il tipico accanimento umano nelle cose.

Verso l’alba, ancora in dormiveglia, E chiese a T se ricordasse qualcosa del luglio del 2001, se sentisse di avere dei nemici. Lei disse di no, disse che non capiva, che si sentiva ancora ubriaca. Ma E aveva deciso che non era più il caso di tenere i colpi in canna. Allora cominciò a parlare col suo buon demone in corpo, un demone in fondo sconosciuto anche a lui. Raccontò cosa aveva visto, l’umanità che aveva incontrato, le teorie di ognuno su di sé (soprattutto su di sé) e sul mondo. E poi il ritorno, il magazzino, la casa in campagna, i quadri. Intanto T era in piedi e tentava di rivestirsi, barcollando. Ancora sul letto, E continuava: ti sto regalando i miei fantasmi, diceva, all’università c’era una che studiava psicoterapia o qualcosa del genere che ti assomigliava, e secondo lei c’è una spiegazione scientifica, persino clinica, circa l’esistenza dei fantasmi, delle idee che ci restano in testa per anni e non vogliono saperne di andarsene al diavolo. A quel punto T era davvero pronta a lasciare E, ma E saltò giù dal letto e le fu addosso, a spogliarla e poi a spingerla con colpi regolarli contro la scrivania, tanto che lei avrebbe preso a urlare con tutto il corpo se non fosse che dentro era certa di essere già morta. Poi E finalmente si calmò, almeno in apparenza, e le chiese di sparire. Prima con cortesia, poi strillandolo, strillando che non dovevano più vedersi, che non avrebbe voluto rivederla mai più in vita sua. Poco fuori, l’alba abdicava definitivamente in favore di un rosso sbiadito, appena acido sulla gramigna; un contadino con la schiena nuda e ruvida contemplava il vapore color pece sollevato dall’ennesima pira di ispide sterpaglie, inutilmente fasciate in vimini.

Marco Montanaro (1982) vive in Puglia, dove si occupa di scritture e comunicazione. Si trova anche su dipianura.com.
Commenti
Un commento a “Le pire di luglio”
  1. Simone Bachechi scrive:

    Carlo confidò ad un amico che quel giorno, quel maledetto giorno aveva pensato di andare al mare, cosa sarebbe accaduto se Carlo fosse andato al mare? Perchè nessuno lo dice? Buongiorno notte.

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