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Le ragazze rubate dell’Antica Grecia

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Pubblichiamo in anteprima un testo del catalogo della mostra di Tania Giordano e Tiziana Lo Porto “Tendere l’arco come un indovino” allestita all’interno del Museo Archeologico Regionale A. Salinas di Palermo per la trentasettesima edizione della rassegna di teatro di figura diretta da Mimmo Cuticchio La Macchina dei Sogni, dal 14 al 18 ottobre. Sempre all’interno della rassegna, Cuticchio sarà in scena il 16 e 17 ottobre con lo spettacolo di opera dei pupi per la grande scena e musica L’ira di Achille.

“Forse la conoscenza ha i suoi vantaggi
ma, vuoi mettere?, supporre
diverte più che sapere”
W.H. Auden, Archeologia

“Quando tornai a casa mi misi a leggere i greci”.
Roberto Bolaño, Notturno cileno

A leggere i grandi libri della mitologia greca utilizzando i personaggi femminili come trama e ordito, viene fuori una singolare quanto macabra storia di violenze, abusi, omicidi e rapimenti. Una di quelle storie che se accadesse oggi potrebbe essere ambientata a Ciudad Juarez o in una delle vicine cittadine messicane di frontiera dove quotidianamente spariscono, vengono stuprate e quasi sempre assassinate decine di ragazze per mano di narcotrafficanti, poliziotti, trafficanti di organi, serial killer, o criminali comuni. Alla domanda: appaiono felici le donne nella mitologia greca? possiamo sommariamente rispondere: no, non appaiono felici. Sì, certo, ogni tanto qualcuna si innamora, di un dio o di un eroe o di un uomo comune. Qualche altra trascorre un’infanzia felice. Altre ancora sposano uomini che amano, diventano madri, vivono dentro palazzi incredibili. Ma anche per loro la catastrofe è sempre dietro l’angolo.

Le dee hanno più mezzi per difendersi dagli abusi di genere e di potere, ma capita anche a loro di attraversare momenti difficili. Artemide, per esempio: desidera restare eternamente vergine e aiutata dal padre Zeus ci riesce, ma il suo distacco dai sentimenti è così evidente che spesso gli altri dèi la ingaggiano come sicario. E lei esegue sempre l’ordine. Armata di arco e di frecce, punta al cuore, trafigge e uccide. Spesso colpisce altre donne, ninfe o comuni mortali amate, possedute, abbandonate e poi odiate da dèi che la ingaggiano per ucciderle. A volte agisce di propria iniziativa.

Non sono da meno altre dee, come Atena o Era, sempre pronte alla vendetta spesso a scapito di altre donne, uccise talvolta per gelosia. Scrive Roberto Calasso in Le nozze di Cadmo e Armonia: “Il gesto eroico della donna è il tradimento”. Di fatto nell’Antica Grecia il tradimento è all’ordine del giorno.

Nella mitologia greca ogni mito ha le sue varianti, ed è proprio grazie alle varianti che i miti hanno il potere di muoversi nel tempo e nello spazio, di restare attuali, di essere declinati tenendo conto delle variazioni di paesaggio dovute ai cambiamenti climatici o ai flussi migratori, delle questioni di razza o di genere.

E proprio perché un mito ha più varianti, a una stessa donna può capitare di morire più volte di morti differenti. Per esempio Arianna, principessa di Creta, muore trafitta da una freccia di Artemide, mandata come sicario dal marito Dioniso geloso dell’amore della donna per il mortale Teseo; si impicca a Naxos dopo essere stata abbandonata da Teseo; muore per le doglie del parto dopo essere fuggita da Naxos incinta di Teseo e naufragata a Cipro; viene pietrificata dopo avere guardato la testa di Medusa sventolata da Perseo mentre combatte valorosa al seguito di Dioniso; viene trasformata in costellazione di stelle che ruotano senza sosta, costretta a un’eterna danza.

Altre fanciulle muoiono una volta sola, ma è raro che non si tratti di una morte brutale. Altre diventano immortali non per scelta, ma per punizione. Altre ancora, le meno fortunate, vengono trasformate in animali, isole, alberi, sassi. O costellazioni, inchiodate al cielo per l’eternità. Le comuni mortali vengono sovente stuprate, da altri comuni mortali, ma più frequentemente dagli dèi. Per farlo spesso si trasformano in animali, così che le poverette vengano possedute da cigni, tori, pantere, serpenti, aquile. Se nel corso della relazione con il dio sorge un problema, un tradimento per esempio, o una vendetta per un’offesa o uno sgarbo ricevuto, vengono punite o assassinate. Qualcuna impazzisce di dolore e si suicida.

Semele, figlia di Cadmo e Armonia e nipote di Europa, viene posseduta da Zeus trasformato in toro, poi pantera, poi giovane uomo, poi serpente. Dal loro pittoresco accoppiamento viene concepito Dioniso. Gelosa di lei, la dea Era la convince a chiedere a Zeus di apparirle nelle sue maestose sembianze divine. Avendole promesso di esaudire ogni suo desiderio, Zeus è costretto a farlo, ma essendo Semele una comune mortale, nell’attimo in cui guarda Zeus in tutto il suo splendore muore fulminata. Quando muore è incinta di Dioniso, che viene salvato da Ermes e cucito nella coscia di Zeus da dove nascerà. Una variante della storia vede Dioniso scendere nell’Ade e riportare in vita la madre rendendola immortale, un’altra variante parla di una relazione di Semele con Atteone, che mosso da gelosia Zeus fa sbranare dai cani.

Erigone è la giovane figlia dell’ateniese Icario. Viene posseduta da Dioniso dopo che quest’ultima l’ha fatta ubriacare (alcune fonti parlano di un figlio nato da quella notte e che viene chiamato Stafilo, ovvero “grappolo d’uva”), perde il padre per mano di un gruppo di pastori anche loro ubriacati dal vino di Dioniso, grazie a un cane ritrova il cadavere del padre in un pozzo, lo seppellisce e si impicca dal dispiacere. Dopo la sua morte, diverse fanciulle ateniesi cominciano a impiccarsi senza un’apparente ragione. La funesta scia di impiccagioni generata dalla morte di Erigone viene interrotta solo quando su suggerimento dell’oracolo di Apollo viene istituita una festa in onore di Erigone e lo stesso Apollo dà l’ordine di uccidere gli assassini del padre di Icario.

Coronide è una fanciulla avvistata da Apollo mentre si lava i piedi nelle acque del lago Boibeis, trecento chilometri a nord di Atene. Apollo la vede, la vuole, la prende. Sebbene incinta di Apollo, rimasta da sola Coronide si innamora di uno straniero di nome Ischi e si concede a lui. Ma Apollo ha lasciato un corvo a fare la guardia su di lei. Il corvo la vede e vola a Delfi a riferire. Adirato Apollo trasforma le piume del corvo da bianche in nero pece e convoca Artemide per chiederle di andare a uccidere Coronide. Da bravo sicario, Artemide esegue l’ordine trafiggendola con una freccia. A salvare il bambino è ancora una volta Ermes, che lo estrae dal cadavere della madre. Il bambino viene chiamato Asclepio e viene cresciuto dal centauro Chirone che lo istruisce all’arte della medicina. Dotato del potere di guarire ogni tipo di ferita e di fare risorgere i morti, viene fulminato da Zeus che non ama particolarmente la confusione tra uomini e dèi. Ma Apollo si infuria e così Zeus si accontenta di renderlo immortale trasformandolo in costellazione.

Aura è una ninfa che vive nei boschi, è veloce come il vento ed è dedita al combattimento con i cinghiali e i leoni. Come Artemide, è determinata a restare vergine, ma Dioniso la vede e la vuole. Avvisato da un’amadriade che l’unico modo per possederla è legarla mani e piedi a un albero, Dioniso segue il consiglio e dopo averle offerto del vino per farla addormentare, la disarma, la lega e la possiede. Al risveglio la fanciulla si convince sia stato solo un brutto sogno, ma scopre presto di essere incinta. Partorisce due gemelli e infuriata per le suddette vicende ne scaglia uno dei due per terra e si avventa su di lui per sbranarlo. L’altro gemello viene salvato da Artemide e consegnato al padre Dioniso. A quel punto Aura tenta il suicidio gettandosi nelle acque del fiume Sangario, ma Zeus glielo impedisce trasformandola in torrente.

Le Danaidi sono le cinquanta figlie di Danao, re della Libia, e di madri diverse. Per sfuggire a un matrimonio imposto con i loro cugini, i cinquanta figli dello zio Egitto, le ragazze si mettono in mare insieme al padre e sbarcano sulle coste di Argo chiedendo asilo. Pelle scura e occhi da nomadi, dicono a Pelasgo, re di Argo, che se non verranno accolte, si impiccheranno alle statue del santuario, usando come corde le cinture dei pepli. Sebbene spaventato da una possibile guerra con i cugini Egizi in arrivo su un altro battello, Pelasgo visualizza l’infausta immagine delle cinquanta fanciulle impiccate nel santuario e decide di accoglierle. Poi però si accorda con i figli di Egitto e organizza immediatamente le nozze. In un primo momento le Danaidi accettano, ma segretamente decidono di sgozzare quella notte stessa ciascuna il proprio marito. Così fanno tutte, tranne la sorella maggiore Ipermnestra, che innamorata del suo sposo Linceo fugge insieme a lui. Un’altra sorella, Amimone, viene invece rapita da Poseidone. Compiute strage, fuga e rapimento, ad Argo non sanno bene cosa fare delle quarantotto fanciulle libiche rimaste. Per volontà del padre Danao, viene deciso infine di farle risposare, indicendo una gara e dando ciascuna di loro in premio al primo che tocca il relativo peplo. A punirle è Ovidio, che nelle Metamorfosi colloca le Danaidi vicino a Sisifo negli Inferi, condannate a versare acqua che eternamente si disperde.

A proposito di sopraffazioni e abusi di potere, sempre nelle Nozze di Cadmo e Armonia, introducendo il valore aggiunto dato dall’ingresso di Teseo ed Eracle nella mitologia greca, Calasso cita saggiamente Plutarco: “pare che in quell’età vivessero uomini che, per destrezza di mano, velocità di gambe e forza di muscoli, superavano la natura consueta ed erano instancabili. Mai usavano le loro doti fisiche per fare del bene o giovare agli altri, bensì si compiacevano nella brutale arroganza e godevano a sfruttare la propria forza per azioni selvagge e feroci, soggiogando, maltrattando e sterminando chi cadeva nelle loro mani. Il rispetto, la giustizia, l’equità, la magnanimità, per loro erano virtù apprezzate soltanto da chi mancava del coraggio di fare il male e aveva paura di subirne, ma non riguardavano chi aveva la forza per imporsi”. Il valore aggiunto di Teseo ed Eracle è dunque quello di usare per la prima volta la forza con un fine diverso e migliore rispetto a quello di sopraffare. Eppure anche Teseo si ritrova a combattere contro un esercito di sole donne (le Amazzoni) intenzionate a vendicare il rapimento della loro regina Antiope compiuto dallo stesso Teseo per farne la sua sposa. Resta incerto (dipende ancora una volta dalla variante del mito) se sia stata la stessa Antiope a decidere l’attacco delle Amazzoni alle spalle del marito, o se una volta sposato Teseo, se ne sia innamorata e abbia combattuto eroicamente al suo fianco sconfiggendo le ex suddite Amazzoni. Per quanto riguarda invece Eracle, impazzito per volontà di Era, uccide la moglie Megara e i figli avuti con lei. Secondo un’altra variante del mito, Eracle uccide solo i figli, ed è poi costretto a suicidarsi dalla moglie impazzita dal dolore.

Tornando all’oggi, alla frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti e ai femminicidi così risonanti dell’eco di queste storie della Grecia Antica, nel settembre del 2014 il quotidiano inglese The Guardian ha riportato un interessante fatto di cronaca accaduto proprio a Ciudad Juarez. Per vendicare decenni di violenze subite dalle donne di Ciudad Juarez, una donna ha sparato a due autisti del famigerato autobus numero 4 (quello che dal centro trasporta le donne che vanno a lavorare nelle fabbriche di periferia dalle quali spesso non fanno ritorno) uccidendoli entrambi. La donna portava una parrucca bionda, ha compiuto i due omicidi in due giorni successivi e prima di sparare ha trascorso quindici minuti sull’autobus, tranquillamente seduta insieme agli altri passeggeri. Subito dopo ha rivendicato gli omicidi inviando una email ai giornali locali firmandosi “Diana Cacciatrice di Autisti di Autobus”. Intervistata sulla vicenda, una giovane madre di Ciudad Juarez ha commentato: “Deve esserle successo qualcosa di terribile. Con la polizia che da queste parti non fa niente e una società che se ne infischia di quello che succede, è comprensibile che si sia fatta giustizia da sé”. Solidali con la killer anche altre donne della cittadina messicana, che concordano sul fatto che l’episodio forse aiuterà a incutere un po’ di timore e rispetto nei confronti delle donne. E dal momento che Diana è solo un altro nome di Artemide, ci piace pensare, pur disapprovando ogni forma di violenza, che la donna dalla parrucca bionda altri non sia che la dea, discesa sulla Terra di propria iniziativa o su ingaggio di qualche altra dea, stanca di assistere ai quotidiani abusi e alle violenze subite dalle sue sorelle terrestri.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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