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Le relazioni tra gli uomini. Esquirol e Byung Chul-Han

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«Il vuoto o il nulla del buddhismo zen non è dunque una semplice negazione dei fenomeni, o una forma di nichilismo o di scetticismo. Rappresenta piuttosto un’estrema affermazione dell’essere. Soltanto la delimitazione propria della sostanza, che crea tensioni oppositive, è negata. L’apertura, la gentilezza del vuoto significa anche che l’ente di volta in volta presente non solo è “nel” mondo, ma che nel suo fondo è il mondo, che nel suo strato profondo respira le altre cose o procura loro lo spazio di soggiorno. Così in una cosa abita il mondo intero». Questo scrive Byung Chul-Han in un passaggio particolarmente illuminante del suo nuovo libro tradotto in italiano da Vittorio Tamaro ed edito sempre da Nottetempo Filosofia del buddhismo zen: sembra che il fine del filosofo coreano in questa sua nuova riflessione, sia quello di mostrare, attraverso un confronto con la tradizione filosofica occidentale, le peculiarità e lo spessore del buddismo zen come chiave di lettura per la nostra contemporaneità.

Per fare questo, Han costruisce un itinerario che corre su due binari, quello che muove dall’Occidente all’Oriente e quello che procede all’inverso, indagando e forzando alcuni elementi cardine, come il rifiuto della filosofia orientale nei confronti della conoscenza concettuale, ma soprattutto facendo dialogare compiutamente Platone, Heidegger e Nietzsche con la cultura orientale, nel tentativo di far emergere i caratteri fondamentali e autentici del buddhismo zen.

Ma questo libro di Han è mosso anche da un interesse che si rintraccia in quelli precedenti, proseguendo un discorso mai domo, ovvero lo strenuo ed elaborato ragionamento in grado di riflettere sulle nostre esistenze contemporanee in maniera compiuta, alla ricerca di un possibile viatico per una quotidianità immersa compiutamente nell’interrogazione e nella riflessione.

Se nell’ultimo L’espulsione dell’Altro infatti lo sguardo di Han si soffermava sul «terrore dell’Uguale» e sulla conseguente sparizione dell’alterità, soprattutto in rete, questo nuovo libro, che fa del buddhismo zen un luogo di indagine privilegiato, insiste su alcuni aspetti e momenti che sembrano ormai non far più parte della nostra quotidianità ma che invece necessiterebbero di una nuova iniezione di attenzione. Si tratta di quei sentimenti o stati d’animo come l’ascolto o il silenzio che Han però, alla luce del duplice confronto tra Occidente e Oriente, inserisce pienamente e con successo all’interno della sfera quotidiana: il confronto serrato dunque tra le filosofie zen con la loro rarefazione del linguaggio ed enigmaticità e le scuole filosofiche occidentali, porta a rintracciare elementi di rilevanza importanti circa il nostro stare al mondo, al di là di archetipiche idosincrasie che mai probabilmente, e anche per fortuna verrebbe da aggiungere, porteranno ad una sovrapposizione totale tra le due scuole.

In particolare nel capitolo finale intitolato Gentilezza amichevole, Han traccia un’immagine dei legami tra individui: «bisogna intendere il vuoto come un medium della gentilezza amichevole. Nel campo della vacuità non ha luogo alcuna rigida delimitazione: niente resta isolato in se stesso. Le cose si plasmano e si rispecchiano l’un l’altra. Il vuoto de-interiorizza l’io, facendolo diventare una res amicae che si apre come luogo di ospitalità». Sulla scorta del confronto tra pensiero orientale e le filosofie di Hegel, Nietzsche e Aristotele, Han mette in luce aspetti comuni importanti sul carattere delle relazioni e dell’amicizia, intesa come un «rapporto di rispecchiamento tra sé e l’altro. Nell’amico si percepisce se stessi». Si tratta però, pur se entrambi i mondi mantengono le loro peculiarità, di un comune tentativo di uscita dalla propria interiorità e dell’individuazione nel mondo, sulla scia del «framezzo» come luogo di incontro per come definito da Martin Buber, di queste relazioni.

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Un altro libro, uscito in contemporanea con quello di Han, che tratta delle relazioni tra gli uomini in maniera interessante e complementare a questo, è il libro del filosofo catalano Josep Maria Esquirol, La resistenza intima. Saggio su una filosofia della prossimità, edito da Vita e Pensiero con la traduzione dallo spagnolo di Simone Cattaneo. Esquirol insegna filosofia all’Università di Barcellona e questo libro è una parte di un trittico dedicato alla filosofia della prossimità. Si tratta di una pubblicazione importante innanzitutto perché introduce in Italia il pensiero di uno dei filosofi più importanti del mondo iberico, ma anche perché consegna con le sue pagine l’architettura di un paradigma, quello della prossimità, certo urgente e necessario e che non può non parlare a tutti. Con grande coraggio e attraverso le solide basi della filosofia novecentesca di Derrida, Deleuze e Foucault, Esquirol individua nella resistenza intima uno strumento efficace per opporsi alle forze disgreganti della nostra contemporaneità: si tratta per il filosofo dell’unico e genuino modo di difendersi da un mondo che continuamente banalizza, passa oltre e disperde, abbandona gli uomini nei loro timori e nelle loro paure.

Momento fondamentale di questa resistenza intima è per Esquirol la sfera degli affetti, luogo da cui trarre forza per un compimento che certo non mira al disvelamento di valori supremi od occulti, ma che certo fornisce, attraverso la virtù, la fortezza e la gentilezza, una protezione dalla «notte cupa» e una capacità rinnovata di vedere ciò che circonda l’uomo. Sta proprio in questa semplicità empirica e dal rifuggire dal dogmatismo filosofico, la grandezza di questo libro, capace di tracciare un itinerario che si rivela complesso certamente nella messa in pratica ma non nella comprensione delle sue correnti teoriche, sempre a contatto con una quotidianità intesa in realtà come «l’appropriarsi della quotidianità».

Questa resistenza intima vive dunque di una prossimità, che si fa tanto più forte nel momento della necessità del rifugio nell’altro. Esquirol cita una famosa frase di Wittgenstein, «Nessun grido di aiuto può essere più forte di quello di un uomo singolo», per partire, in un capitolo emblematicamente intitolato L’essenza del linguaggio come riparo, verso una vertiginosa analisi delle richieste di aiuto: «il grido e la richiesta, la richiesta e l’interrogarsi sono espressioni del movimento dell’esistenza; della sua prima fase, a cui seguono le varie espressioni di accoglienza».

L’essenza del linguaggio è dunque per Esquirol nella sua natura di riparo, ma solo a patto di spogliare il linguaggio del suo carattere «informativo» ricercandone l’essenza più vera. Esquirol riflette poi anche sul silenzio, interrogazione che si ritrova, come detto poco sopra, anche nel libro di Han, e lo fa definendolo non come il contrario della parola, ma specificando il suo carattere eloquente e significativo, soprattutto se agito in «prossimità»: in questa situazione la carezza, come sottolineato da Levinas diventa rivelatrice: «La carezza è l’unità dell’avvicinamento e della prossimità»; solo così il linguaggio può muoversi dallo statuto di indifferenza e mirare al cuore delle cose nonché alla costruzione dei rapporti.

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Due libri diversi dunque, questo di Han e di Esquirol, che muovono da basi filosofiche diverse: Han come al solito trae il suo discorso dalla filosofia tedesca del Novecento e quella classica greca, Esquirol invece dalla scuola francese di Derrida, Deleuze e Levinas, luogo di indagine comunque frequentato anche da Han, ma che si uniscono in uno sforzo oggi quantomai necessario, quello di una riflessione compiuta sulla sfera delle relazioni e dell’affettività. Due libri preziosi, creati su una filosofia che non si fa mai esercizio sterilmente teorico, ma che invece si nutre della quotidianità, e su di essa inizia a costruire un ponte verso l’Altro in un’epoca che ne avverte necessariamente il bisogno.

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
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