Le rivoluzioni del Cairo

Questo articolo è uscito sul Manifesto.

di Giorgio Vasta

“Era meglio prima”, mi dice Batriq mentre l’aereo comincia la manovra d’atterraggio virando verso l’aeroporto internazionale del Cairo e spalancando a sinistra una massa indiscriminata di un giallo tufaceo in cui cielo deserto e città si mescolano tra loro. “Prima della rivoluzione”, ripete Batriq, “era meglio”, e poi non aggiunge altro, non argomenta, non descrive, fa valere soltanto un generale rammarico e si gira a guardare la città nella quale, dopo una breve parentesi italiana, sta ritornando.
Lo ascolto, lo guardo e mi dico che con la Storia, quando accade o hai la sensazione che accada, a volte va così. Da lontano – per esempio dall’Europa, dall’Italia – la Storia ha una forma e una compattezza, un perimetro nitido e riconoscibile, si è certi di sapere che cos’è. Se poi la Storia accade nella forma della rivoluzione, con la gente che accorre in piazza Tahrir e attraverso l’intelligenza democratica inventa un cambiamento, allora non sopravvive nessun dubbio, è tutto chiaro e lampante. Nel momento in cui però ci si avvicina al suo epicentro, si scopre che forse da lontano si è idealizzato e distorto, si è semplificato, e che una rivoluzione è un fenomeno proteiforme, irriducibile a un unico punto di vista. La rivoluzione è le rivoluzioni, un’esperienza plurale; per dirla, per raccontarla, è necessario intersecare tra loro prospettive molteplici e spesso contrastanti.
Quando all’interno dell’aeroporto sto aspettando il bagaglio noto un grande cartello retroilluminato e scopro subito un’altra prospettiva. “The people of Egypt are the greatest people of earth and they deserve the Nobel Prize”, dice la scritta che fa da didascalia a una foto di piazza Tahrir. Firmato Heinz Fischer, presidente austriaco. E ancora, accanto: “We must educate our children to become like young Egyptian people”, dice Barack Obama. A margine delle due foto la scritta Mobinil, vale a dire uno tra i principali gestori telefonici locali.
La rivoluzione, penso mentre il taxi si immerge nell’aria sabbiosa del Cairo, è dunque un’idealizzazione (la percezione che ne ho avuto da lontano), è nostalgia (il rimpianto generico di Batriq) ed è anche un prodotto, un oggetto al contempo storico ed emotivo del quale, attraverso un riflesso automatico, il marketing si impossessa.
Nei giorni che trascorro al Cairo, la rivoluzione ininterrottamente si frantuma e prolifera, si capovolge e si oblitera, si enfatizza, sparisce.
“Può darsi che gli egiziani siano al momento impreparati, da un punto di vista civile e culturale, davanti agli effetti e alle responsabilità della rivoluzione”, mi dice Nahed, la guida che mi accompagna nella visita della Cittadella e delle moschee. “C’era una bolla di rabbia, si doveva cambiare, ma adesso a prevalere è il disorientamento.” Questi mesi che precedono le elezioni di settembre, mi rendo conto, sono un tempo critico, vertiginoso. “Da saper usare”, dice Nahed facendo esistere ancora un’altra rivoluzione.
Al Cairo sono arrivato su invito dell’associazione culturale Baad El Bahr per la seconda edizione del Cairo Mediterranean Literary Festival. Giorgia e Stefania, le due organizzatrici della manifestazione, vivono da parecchi anni nella capitale egiziana. Tramite loro incontro altri italiani residenti al Cairo. Con Barbara – palermitana, traduttrice dall’arabo all’italiano – parlo della nostra città d’origine. Palermo è la radice cubica del Cairo. C’è in comune – ed è ovvio – una sostanza fisiognomica, comportamentale, architettonica (l’implosione continua delle forme, l’impulso di ogni struttura a trasformarsi in maceria). Eppure – e forse questo è meno ovvio, o almeno è per me motivo di stupore e tenerezza – andando in giro per Il Cairo, per la sua povertà insieme fragorosa e silenziosa, non avverto quella tensione logorante che invece a Palermo è per me la norma.
“Nei giorni della rivoluzione la polizia è scomparsa”, mi racconta Barbara. “Ci si poteva aspettare che esplodesse il caos e invece, con l’eccezione di alcuni furti, tutto è rimasto sotto controllo.” Come se fosse prevalso un bisogno, che si è fatto pratica, di razionalizzazione. Dei ruoli, delle azioni e degli obiettivi. “Adesso c’è da capire se e come il patrimonio civile accumulato dalla fine di gennaio riuscirà a fruttare.”
Prima di entrare alla galleria d’arte Mashrabia che ospita la conversazione tra Elena Stancanelli, Gianni Biondillo, me e tre scrittori egiziani – Hamdi Abu Golayyel, Youssef Rakha e Fadi Awwad – resto a guardare un vecchio che dall’altra parte della carreggiata passa la ramazza su un frammento di marciapiede.
È l’ennesimo, sembra sempre lo stesso. Il caftano marrone, una specie di pettorina arancione, la ramazza oppure due pezzetti di compensato usati a paletta. Sul marciapiede, sui cordoli spartitraffico. Con movimenti minuti raduna polvere e sabbia, ne fa un mucchietto, arriva il vento basso, disperde tutto e si ricomincia. Lo chiamano “spazzare il deserto”, e non c’è bisogno di altre spiegazioni. So solo che resterei a guardare questo fratello di Sisifo fino a sera. Invece salgo su, comincia l’incontro. Per circa tre ore discutiamo del Cairo, di Milano, di Firenze Roma Palma di Montechiaro Palermo Torino e Pistoia, delle città intelligenti e di quelle stupide, di come un’esperienza dell’abitare complessa e profonda possa corrispondere, oggi, a “fondare” città.
Alla domanda sul modello al quale Il Cairo in transizione potrebbe rifarsi, Youssef Rakha risponde che occorre prima di tutto sottrarsi ai due paradigmi attuali, quello patriarcale medievale e quello islamista radicale, e subito dopo bisogna pensare a Istanbul, guardare in quella direzione.
La rivoluzione, penso, è un’ipotesi, un progetto in divenire, uno sguardo da decidere e impostare.
Ed è una postura da mutare, mi dico attraversando la Città dei morti – dove il cimitero antico è uno spazio abitato, una necropoli vivente – mentre Barbara mi racconta la manifestazione del 28 gennaio. Quel giorno Mubarak aveva rivolto un appello radiofonico alla popolazione rassicurando e promettendo la cacciata del governo. Aveva parlato in arabo classico, una lingua istituzionale percepita come morta. In piazza Tahrir i giovani – e da un certo momento in poi non solo loro – gli avevano risposto asimmetricamente, in dialetto, alterando il codice e spiazzando ironicamente l’interlocutore.
Mentre percorriamo un mercato irreale che si allunga sotto un cavalcavia – le merci del tutto indistinguibili dalle macerie – penso che una rivoluzione è messa in torsione del codice, disorientamento; una rivoluzione è mettere la polizia nella condizione grottesca di usare i lacrimogeni senza possedere le mascherine con cui proteggersi. Costringere il potere a non capire, a non sapere cosa fare. Sottrargli codice, linguaggio, renderlo analfabeta. Diseredarlo. Mutare atteggiamento, psichicamente e subito dopo socialmente, passando dalla subalternità all’assunzione di responsabilità.
Prima di ripartire vado a piazza Tahrir. In realtà ci sono passato ogni giorno ma senza fermarmi, cercando dal taxi di riconoscerne la forma, l’estensione, osservando i capannelli di gente che ancora si ritrova per discutere. Appena arrivo vedo un uomo in caftano, i colpetti di ramazza a radunare polvere e sabbia. Se ne sta per conto suo, mentre centinaia di persone attraversano lo spazio, a piedi o in macchina, e altri – in decine di gruppi funghiformi – ragionano, si scaldano, sforbiciano l’aria con le braccia.
Ecco cos’è, penso aggirandomi per i capannelli. A fare la differenza, a fare la rivoluzione, è stata la durata. Non avere risolto l’esasperazione in un acuto isolato ma avere saputo presidiare per giorni e giorni, e ancora adesso, con intelligenza coraggio e ironia, uno spazio all’apparenza impossibile, caotico, trasformandolo in un’alternativa fertile, il luogo in cui ancora e ostinatamente una comunità si autoconvoca. Non essersi semplicemente limitati a scendere in piazza, dunque, e poi, a simbolizzazione acquisita, essere tornati a casa; ma stare, restare in piazza, fabbricare una durata e renderla un oggetto pacificamente contundente: avere fatto di piazza Tahrir una città logica e virtuosa all’interno di una città entropica, dando così forma a un’alleanza tra lo spazio e il tempo e inventandosi una cittadinanza.
Adesso l’uomo in caftano usa la scopa come un paravento, protegge il mucchietto di polvere e sabbia, ne trattiene la dispersione. Solleva lo sguardo e osserva i suoi concittadini, l’endoscheletro rurale del Cairo al quale sembrano avviticchiarsi i nuclei di altri mondi in divenire. Poi riporta lo sguardo sul lavoro e nella sua espressione ci sono dubbio, scetticismo, rimpianto, incredulità, amarezza e disincanto, e una fiducia cauta in una specie di progetto.
L’uomo fa un respiro, distende le braccia, ricomincia a lavorare di ramazza.
La rivoluzione, forse, sempre, è spazzare il deserto.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Aggiungi un commento