ghost ship

Le rovine spettrali dell’Italia

Questo pezzo andrebbe letto ascoltando «Hidden in Snow» di Trent Reznor e Atticus Ross, dalla colonna sonora di «The Girl With the Dragon Tattoo».

Qui dove abito io, anche quest’anno, come ogni inverno, in una delle piazze principali della cittadina hanno montato la giostra per i bambini. È una di quelle della ‘vecchia scuola’, con carrozze settecentesche, cavalli e auto da corsa. Tutto molto anni Ottanta, solo con qualche opportuno aggiustamento relativo ai colori ed agli accessori.

A qualsiasi ora del giorno e della sera io passi per quella piazza, la giostra è sempre vuota. Deserta. Per riparare i bambini inesistenti dal freddo – nella speranza, forse, di farli finalmente comparire, o apparire nuovamente – è stata montata una protezione in plexiglas, che corre lungo tutto il perimetro. Così, la giostra risulta ancora più spettrale: le carrozze e le auto vanno in tondo, solitarie e un po’ inquietanti. Non ci sono schiamazzi né strilli. Solo questi affari inanimati che girano, girano, girano.

Non è il freddo il motivo per cui la giostra è vuota. I bambini sono ormai tutti tappati in casa. Non verrebbe mai in mente, né a loro né ai rispettivi genitori, di mettersi a girare in tondo su questi cosi. Dal loro punto di vista sono stupidi, vagamente puzzolenti e inaffidabili. Insicuri. Hanno un’aria povera, miserabile (anche se non si può dire). Per il divertimento sano e gradevole, ci sono piattaforme digitali e giochini interattivi. C’è uno spazio intensamente sorvegliato e predisposto dai grandi, dal loro sguardo, nel sicuro e confortevole salotto di casa (anche se questo salotto sta diventando sempre più piccolo, sempre più piccolo: ma non si può dire, sta male).

Nuova, questa giostra è già una rovina. Certo, una rovina contemporanea. Un recentissimo reperto archeologico. Non c’è più alcuna connessione tra il giostraio e la sensibilità infantile diffusa. Sul plexiglas c’è scritto: EVERY CHILD’S DREAM / IL SOGNO DI OGNI BAMBINO. Niente di più lontano dal vero. Voglio dire, nessuno sta qui a rimpiangere pasolinianamente l’età dell’oro perduta dell’infanzia, e dei suoi sani giochi materiali. Come dice Jack Beauregard/Henry Fonda ne Il mio nome è Nessuno (1973), “i bei tempi andati non ci sono mai stati”; e come scriveva Henry James, citato da Lucio Fulci alla fine di Quella villa accanto al cimitero (1981): “nessuno saprà mai se i bambini sono mostri, o se i mostri sono bambini”. Semplicemente, si può giocare alla Wii e andare sulle giostre; si può essere mini-esseri umani iperconnessi e, contemporaneamente, piccoli disgraziati che esplorano con gioia irresponsabile le mille insidie del mondo fisico – rigorosamente fuori dal controllo degli adulti.

Ma la giostra non è l’unica rovina spettrale. Questo Paese ne ha già una grande varietà. La nave capovolta al largo dell’isola, per esempio. In molti cominciano a chiedersi se e quando e come verrà portata via: per come si stanno mettendo le cose, rimarrà lì ancora a lungo. Esattamente così com’è.

C’è la città al centro della Penisola che tutti o quasi sembrano aver dimenticato, il dominio della distopia realizzata. Un passo oltre la città-fantasma. Tutto è come era quasi tre anni fa. Paradossalmente, in questo posto invivibile, gli affitti sono schizzati alle stelle (!), e nel centro disabitato, distrutto, fioriscono i locali. È l’unica città d’Italia, infatti, dove si può sparare al massimo il volume della musica per le strade: vi regna un’atmosfera surreale, a metà tra 1997: fuga da New York e la Detroit di Robocop. Tu cammini, prendi una birra o un cocktail, chiacchieri, e improvvisamente ai lati del corso si aprono squarci neri di distruzione e devastazione.

A meno di grossi e quasi miracolosi rivolgimenti futuri, queste rovine e le altre rovine di rovine che si apprestano (Pompei, Venezia, Genova, ecc.) rimarranno intoccate, e costituiranno il panorama dell’Italia prossima ventura. Non è escluso che a qualche cervellone venga in mente persino di sfruttarle turisticamente – come, peraltro, in alcuni casi drammatici sta già avvenendo.

Aggiungeteci qualche paese-luogo del delitto, con tanto di Casa del Crimine Efferato (le guide televisive ad hoc non ci mancano, e sono peraltro tra le più efficienti del pianeta) ed ecco pronto per il XXI secolo l’Incredibile Luna Park dei Disastri & degli Orrori, che coincide con un’intera nazione. Venghino, siori, venghino!

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
Un commento a “Le rovine spettrali dell’Italia”
  1. Cristò scrive:

    Del resto il Luna Park abbandonato è uno dei topoi più fecondi dell’horror di stampo americano ed effettivamente l’idea di un luogo d divertimento che vede i suoi colori sbiadire e le piante prendere il sopravvento sull’asfalto è una metafora ricca di suggestioni. Io penso che l’Europa sia un Luna Park abbandonato, una bella donna prossima alla morte per vecchiaia che continua a tirare le sue rughe disperatamente per non guardare in faccia la verità.

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