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Le sfolgoranti narrazioni di James Salter: “La solitudine del cielo”

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Ci sono romanzi che è opportuno leggere lentamente. Sono libri in cui non accadono molti fatti, e quelli che vi sono descritti hanno raramente la capacità di sostenere una lunga narrazione. Ma il loro pregio è proprio nella lentezza. I pochi avvenimenti che vengono raccontati, infatti, sono distillati come un tesoro prezioso che dona valore al tempo della lettura e qualità al racconto. La solitudine del cielo – il secondo libro in ordine cronologico di James Salter– è uno di questi romanzi.

Pubblicato per la prima volta nel 1961 con il titolo The Arm of Flesh, venne ripreso nel 2000 – dopo le prove più mature di Un gioco e un passatempo (1967) e di Una perfetta felicità (1975) ­­– e ripubblicato con il titolo Cassada. È questa versione che Guanda ha dato recentemente alle stampe nella sua preziosa opera di divulgazione delle opere di Salter in Italia.

Una squadriglia aeronautica americana si trova in una base militare in Germania negli anni Cinquanta. Cassada è un giovane ufficiale a cui sembra mancare qualcosa. Non è che ignori le nozioni per essere un bravo pilota, ma rivela una fatale attitudine per la morte che lo rende un elemento ambiguo della squadra fin dall’inizio del libro. Intorno a lui si snodano le vicende degli altri piloti, le rivalità, gli amori fugaci in terra straniera, l’ebbrezza del volo.

I fatti raccontati hanno solo raramente uno sviluppo narrativo, e quando ce l’hanno si conclude quasi sempre nel giro di poche pagine. Uno dei temi in cui Salter eccelle da sempre è la descrizione delle feste, degli scenari mondani, i dialoghi sghembi tra gli invitati. Le feste sono un ottimo esempio di questa narrazione frenata. Ogni frase ne genera al massimo altre due o tre. Ma la scena narrata, sebbene manchi di uno sviluppo orizzontale all’interno del romanzo, racchiude una profondità che tocca le corde più elevate della sua ispirazione letteraria.

I romanzi di Salter non sono delle vere e proprie narrazioni. Sono immagini giustapposte che formano uno sfolgorante polittico, in cui le singole figure fanno parte di un disegno più ampio. Possono essere osservate da molto vicino, e si percepisce la maestria di quell’abilissimo cesellatore che è James Salter; o possono essere ammirate da una certa distanza, per apprezzarne la visione d’insieme.

Mirabili sono le aperture sul paesaggio, che sembrano perfette per la particolare vocazione letteraria dell’autore. La descrizione paesaggistica non incide sulla storia dal punto di vista narrativo, ma disegna uno sfondo sul quale si stagliano i personaggi, o nel quale prende forma uno stato d’animo. Le descrizioni di Salter individuano un paesaggio non funzionale agli sviluppi della narrazione, che sembra dotato di una rilevanza assoluta; un paesaggio ricchissimo di dettagli, che sono importanti al solo fine di fare da cornice agli avvenimenti: «tutto era silenzioso. I viali del campo deserti, gli incroci vuoti. Era stata una bella giornata. Serena fin dall’alba. Tutti erano decollati, per la loro caccia alla volpe, ansiosi di scontrarsi. Su nel cielo lontano si affrontavano come in un combattimento di cani, eccitati, la terra sopra la testa, il fumo che saliva azzurro dalle città, il cielo sotto i piedi».

Il tenente Godchaux, uno dei piloti, ha una relazione con la signora Dunning, la moglie del comandante. Salter racconta in poche pagine – cinque o sei in tutto – il corteggiamento della donna nei confronti del pilota,dedicando una manciata di parole a descrivere quel che sta per accadere.

Ma poi, anziché soffermarsi sull’incontro amoroso, l’autore si limita a nominare l’albergo in cui, da quel momento in poi, i due si recheranno per i loro appuntamenti clandestini. Nient’altro: «Era il Porta Nigra, dal nome della porta romana. Fu lì, non solo quel giorno ma innumerevoli altri, che, pur consapevole del pericolo, Lancillotto portò la sua regina». Salter non dirà più nulla sull’argomento, pur tornando a parlare di entrambi i personaggi nel seguito del romanzo, come se non fosse uno spunto estremamente succulento per la storia che sta raccontando: uno dei piloti che ha un’avventura con la moglie del capo.

Quale altro scrittore si sarebbe lasciato sfuggire un particolare tanto interessante? Per Salter è sufficiente che la cosa sia stata detta e che sia entrata di diritto nella dimensione della realtà. La storia fa irruzione nel mondo del mito in cui i piloti sembrano relegati e orienta lo sviluppo delle vicende in modo elegante e non chiassoso. Questo è tutto.

Quando Salter parla di aeronautica, a volte – non spesso in verità – sembra perdere la sua ispirazione più felice; come se la tentazione di rendere conto di una materia a lui ben nota, complessa e affascinante, come l’aviazione, gli impedisse di esprimersi nella maniera a lui più congeniale, in cui i dettagli non contano per il contenuto informativo di cui sono portatori, ma per l’atmosfera che contribuiscono a creare, per lo stato d’animo che riescono a suscitare. È come se il narratore fosse impaziente di dimostrare la propria perizia tecnica in campo aeronautico e perciò dimenticasse di avere preso con il lettore un impegno più importante, che ha a che fare con la persuasione più che con la precisione. Quando tuttavia lo sguardo dell’autore si apre sulla magnificenza del cielo, Salter recupera la sua consueta felicità di espressione, e rende alla pagina quella pienezza della sensazione caratteristica dei suoi momenti migliori: «In quota c’era silenzio. I controllori li fecero dirigere verso nord. Volavano sereni, angeli di purezza. A Ingolstadt incontrarono le prime nuvole, una sottile barriera galleggiante che si estendeva in direzione di Berlino, grigia come un fiume».

Le immagini trascorrono velocemente, e lo scopo di Salter è quello di seguirne la scia da quando compaiono fino a quando non si inabissano definitivamente nel passato. Alcune verranno trattenute dallo sguardo acuto del narratore, altre cadranno inesorabilmente nell’oblio. È una lotta implacabile contro il tempo. Una battaglia che talora viene vinta e a volte viene perduta inesorabilmente. Ma in entrambi i casi sarà valsa la pena aver inseguito fino in fondo quelle immagini tanto fugaci e così preziose.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
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