Joy Division

Le sottoculture e i processi di attivazione culturale

Pubblichiamo un articolo di Christian Caliandro uscito sul Corriere del Mezzogiorno con il titolo redazionale Fermenti: è la crisi che ‘attiva’ il talento. La Puglia di oggi e l’esempio delle sottoculture.

Il fermento attuale che attraversa Bari e la Puglia in materia di innovazione, creatività e cultura – frutto di una lunga incubazione – fornisce l’occasione per alcune riflessioni relative alla natura e al funzionamento di questi processi di attivazione.

La caratteristica principale di questi movimenti è la spontaneità: vale a dire, la costruzione dal basso di un ecosistema culturale. Certamente, le istituzioni sono in grado di stimolare e sostenere questa creazione (e in questo, fondamentalmente, consiste il loro compito all’inizio del XXI secolo), ma il modello fondamentale rimane sempre e comunque quello delle sottoculture (tra le altre: punk, post-punk, hip hop, grunge). Si tratta di culture che si sono radicate in un tempo e in uno spazio precisi, attorno al concetto di comunità, di collaborazione, e di opposizione rispetto alla cultura dominante, calata dall’alto. Le sottoculture hanno saputo creare, praticamente dal nulla, ambienti vivi, vibranti e stimolanti attraverso condivisione di idee e valori, e la competizione sana tra i creatori emergenti. Pochi altri fattori costituiscono le precondizioni ideali per la produzione di contenuti culturali innovativi.

Non è un caso, inoltre, che le principali sottoculture siano nate quasi sempre nei luoghi più marginali e degradati del loro periodo storico (la Manchester deindustrializzata dei Joy Division nei tardi anni Settanta, i ghetti neri nelle metropoli americane e la Seattle degli anni Ottanta). Il punto-chiave è evidentemente la tematizzazione di un disagio collettivo: la trasformazione di un malessere, di una condizione potenzialmente ed effettivamente paralizzante, in un punto di vista interessante sulle cose consente di liberare le energie più creative di un territorio, e di un’epoca.

È per questo, in fondo, che tutti i tentativi di creare dall’alto la cosiddetta “economia creativa” o “economia della conoscenza” appaiono destinati a rimanere infruttuosi, e a partire dall’avvento nel 2008 della più grande crisi contemporanea stanno mostrano tutti, invariabilmente, difetti e criticità strutturali. Perché questi modelli di progettazione culturale meravigliosamente sofisticati sono l’ennesima dimostrazione del divario tra idea e azione nel mondo, di quella dissociazione tra “come immaginiamo che la realtà sia” e come essa effettivamente è (e funziona) che rappresenta per noi oggi una delle difficoltà maggiori, anche se meno percepite, con cui fare i conti. La realtà – compresa quella dei processi culturali – ha infatti il pessimo vizio di sfuggire alle semplificazioni e alle astrazioni, seguendo percorsi tutti suoi che hanno a che fare più con la vita (gli ‘ecosistemi’) che con le prescrizioni umane. Come ha scritto un economista davvero grande, John K. Galbraith: “ho imparato che per essere giusti e utili, bisogna ammettere che le opinioni condivise, che altrove ho chiamato ‘sapere convenzionale’, sono altra cosa dalla realtà; e che, non sorprendentemente, tra le opinioni e la realtà ciò che conta, alla fine, è la seconda” (L’economia della truffa, Rizzoli 2004).

E, in definitiva, l’equivoco sul funzionamento dell’attivazione culturale discende e dipende soprattutto dall’idea di cultura che abbiamo oggi, e che si è diffusa nell’ultimo trentennio (in tutto l’Occidente, non solo in Italia): un’idea legata all’evasione, alla distrazione, alla “diversione”. La cultura non è affatto una forma particolarmente virtuosa di intrattenimento, una sorta di ‘hobby’ da praticare nel tempo libero; così come non rappresenta – contrariamente a quanto affermano discorsi apparentemente ragionevoli che sentiamo in giro – l’ultima spiaggia per salvare dall’estinzione sistemi economici obsoleti. Checché se ne dica, infatti, nessun museo d’arte al mondo genera direttamente crescita economica – per il semplice motivo che non è e non è mai stato quello lo scopo (principale o secondario) dell’istituzione-museo. Né, se è per questo, il nostro Paese risulta depositario del 50%, del 70% o addirittura dell’80% dell’intero patrimonio artistico mondiale (in base al numero dei siti Unesco presenti sul suolo nazionale, per dire, almeno fino allo scorso anno eravamo certamente ‘primi’, davanti a Spagna, Cina e Francia: ma con il 4.78% sul totale). Non si può dunque giustificare, e persino valutare, la fruizione e la produzione di cultura attraverso criteri importati da altri territori (ad essa sostanzialmente estranei, e perfino ostili): perché i conti non torneranno mai, e se guardiamo bene il gioco è truccato in partenza.

La cultura, in questo momento, è invece l’unico modo di cui disponiamo per comprendere e raccontare il disagio innominabile che ci sta attraversando, e per costruire dei nuovi, migliori noi stessi. A partire dall’insicurezza, dalla precarietà, dalla desolazione in cui viviamo – e non escludendole sistematicamente dallo sguardo. Senza questo processo, non c’è economia, né politica, né società. E nessuna innovazione può nascere in un contesto di rimozione e di negazione della realtà.

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea e studioso di Cultural Studies. Insegna “Media e narrative urbane” presso l’Università IULM di Milano. Nel 2006 ha vinto la prima edizione del Premio MAXXI-Darc per la critica d’arte italiana. Ha pubblicato La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83 (Mondadori Electa 2008) e Italia Reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino 2011), scritto con Pier Luigi Sacco. Sempre con Pier Luigi Sacco, ha curato l’edizione italiana di: Simon Roodhouse, Cultura da vivere. I centri di produzione creativa che rendono le città più vivibili, più attive, più sicure (Silvana Editoriale 2010). Dal 2003 al 2011 ha collaborato con “Exibart”, dirigendo le rubriche Inteoria e Essai; dal 2011 collabora per “Artribune”, su cui dirige le rubriche Inpratica e Cinema. Collabora regolarmente con Il Corriere del Mezzogiorno, alfabeta2, minima&moralia, doppiozero.
Commenti
11 Commenti a “Le sottoculture e i processi di attivazione culturale”
  1. sergio l. duma scrive:

    Pessima abitudine quella di considerare Bari come espressione dell’intera Puglia. Innanzitutto, la Puglia non esiste. Esistono le Puglie. E ogni Puglia ha caratteristiche peculiari e non omogenee. Bari è una cosa. Lecce e il Salento un’altra, tanto per dire. E se si deve ragionare sul fermento creativo e culturale, Bari non esiste e non può reggere il confronto con il Salento che è l’unica area della Puglia realmente vivace e attiva, a differenza del resto della regione che potrei definire una specie di terra dei morti viventi alla Romero. Invito Calindro a farsi un giro in Salento e forse se ne accorgerà.

  2. Federica scrive:

    Letterariamente, negli ultimi 20 anni dalla Puglia è venuto fuori di tutto, con l’eccezione del Salento da cui non sembra che sia venuto fuori molto. Quindi, le cose sono molto più sfaccettate di quello che sembra. Sergio l. duma: la frase di Bene la conosciamo tutti e addirittura siamo d’accordo, senza bisogno di appropriarsene.

  3. Federica scrive:

    Che poi… il pezzo di Caliandro prendeva la faccenda pugliese solo come pretesto (direi obbligato, visto il committente) per fare un discorso mi sembra molto più vasto. Ma quando il campanile prude…

  4. sergio l. duma scrive:

    @Federica: non mi riferivo alla letteratura ma alla creatività in generale… e la frase di Bene l’ho solo citata, lungi da me volermene appropriare… senza contare poi che Bene non è nemmeno stato l’unico ad esprimere quel concetto. So che l’articolo di Caliandro poi parte dalla Puglia come semplice pretesto e poi si occupa di altro ma mi sono sentito stimolato proprio dal fatto che l’autore citava Bari e basta… e ti garantisco che il campanile non c’entra proprio, almeno per quanto mi riguarda. Ciao.

  5. Eva scrive:

    Allora, Sergio, mi piacerebbe sapere cosa si intende per “creatività in generale”, perché se da un lato sono pienamente d’accordo con te: esistono LE Puglie, dall’altro, Federica mi ha preceduta di un soffio, parlando del panorama letterario italiano, che molto deve a Bari. Mi auguro che per “creatività” non si intenda il mero “recupero” della Taranta e della pseudocultura (moderna) ad essa collegata. Se ci si focalizza su questo, il Salento è destinato a morire soffocato dal turismo di massa, ingordo e incapace di capire le reali dinamiche alla base della sua storia. Sono barese, amo profondamente il Salento, ritengo che dovrebbe costituirsi in un’unica area metropolitana che inglobi anche Taranto e Brindisi (il Brindisino rischierebbe l’implosione, se accorpato senza criterio ad un’area tanto problematica quanto quella tarantina, mentre la città di Lecce avrebbe sicuramente una migliore capacità di far fronte alle trasformazioni che il taglio alle province richiede), ma penso che certe rivendicazioni stanno meglio fra gli spalti di uno stadio, piuttosto che in una discussione a sfondo culturale.

  6. Eva scrive:

    ops. “stiano meglio tra…”

  7. sergio l. duma scrive:

    @Eva: premetto che nemmeno io amo la pizzica (quello che si spaccia per pizzica, perlomeno) e il Salento così come convenzionalmente presentato a quel turismo di massa che lei, giustamente, considera in modo negativo. Volevo semplicemente dire che in Salento negli ultimi anni sono attive molte realtà musicali, teatrali e così via decisamente vivaci. Anche per motivi legati al mio lavoro, posso dire che ci sono tantissimi giovani (e anche meno giovani) che suonano (e non fanno pizzica), che creano gruppi teatrali, che realizzano cortometraggi, che sono insomma coinvolti in varie attività di tipo creativo. Certo, lei mi dirà che queste non sono prerogative esclusive del Salento ma che esistono anche altrove e non solo in Puglia e avrebbe ragione; ma mi sembra che l’atmosfera in Salento, rispetto ad altre aree pugliesi, sia più vivace da questo punto di vista. Tutto qui. E se ho dato l’impressione di voler disprezzare altre regioni pugliesi, al di là della provocazione di Romero che voleva essere ironica, mi scuso.
    Non sono amante dei campanilismi, tutt’altro, e se devo essere onesto non mi entusiasmano nemmeno le campagne per la cosiddetta Regione Salento che alcuni ultimamente cercano di sponsorizzare.
    Spero di essere riuscito ad articolare meglio il mio pensiero e la saluto.

  8. Eva scrive:

    Non ho nulla contro la pizzica: è il sistema mediatico che le hanno costruito intorno che mi turba. Però mi sono ricordata di quando, qualche anno fa, prendevo i treni che provenivano da Lecce. I giovani salentini già presenti sul treno mi colpivano spesso per il loro senso del ritmo e della musica: trovavo assiduamente gruppi di giovani che improvvisavano canti, magari sulla base di percussioni eseguite avvalendosi dei braccioli dei sedili, ad esempio, o della parete vicino al finestrino. Era sempre molto piacevole ascoltarli: e riconosco che non assisto più, purtroppo, a questi “spettacolini” gratuiti, da quando non lavoro più nel Salento.
    Quanto alla cosiddetta “Regione Salento”, neanch’io sono d’accordo con l’idea, ma le scelte governative, fatte da gente che non conosce affatto le singole realtà locali, rischiano di affossare le realtà più piccole come il Brindisino e il Tarantino. Il comune di Fasano, l’ultimo a nord del territorio di Brindisi, ha fatto domanda per confluire nella provincia di Bari, gli altri comuni limitrofi della città di Brindisi hanno chiesto di essere annessi a Lecce, Ostuni temporeggia cercando la via d’uscita meno dolorosa. C’è molta più affinità culturale tra i brindisini tarantini e leccesi piuttosto che con i baresi. I brindisini si rivolgono da sempre più facilmente a Lecce che a Bari: è lì, di solito, che mandano i figli a studiare dopo le superiori ad esempio. Discorso un po’ diverso per i tarantini, che hanno un orientamento più diversificato: moltissimi miei compagni di studio all’università, per esempio, erano di Taranto, inoltre, il culto per la cozza tarantina”qui a Bari, ha reso i contatti tra i due capoluoghi molto assidui (so che può sembrare una cosa ridicola, ma si dovrebbe vivere qui a Bari, per capire dell’importanza che riveste il mitile nella cultura locale). Tuttavia, credo che ai fini pratici (la maggiore vicinanza al territorio di Brindisi e Lecce), sia più opportuna una scelta verso un accorpamento generale delle tre province, piuttosto che la creazione di un’unica provincia, la Brindisi-Taranto, che rischierebbe di dar vita a una grande area economicamente depressa nel centro della Puglia: sarebbe una scelta che pagheremmo tutti.

  9. polpo riccio scrive:

    io vorrei sottolineare l’importanza della cultura nel triangolo industriale molfetta, monopoli e trani, dove la sagra del polpo riccio, scippata clamorosamente a polignano a mare, ha portato un numero impressionante di visitatori: 170.000, meh ragazzi vi rendete conto?? tutti dotati di peroncino ghiacciato che è la morte sua!!!

  10. Jacopo scrive:

    Tornando al tema centrale dell’articolo, le difficoltà dell’arte (preferisco una definizione ampia di arte a una autolimitata di cultura) nell’essere vissuta come portatrice di significato e consapevolezza non vanno ricercate solamente in un cambiamento di paradigma che la farebbe ora corrispondere all’intrattenimento e distrazione. Le politiche culturali pubbliche, ad esempio, sono sempre più soggette alla necessità di risultati chiari, anticipabili, possibilmente numerici ma soprattutto riconducibili ad obiettivi (politico)sociali rarefatti ma inamovibili. Ciò che per natura dovrebbe essere tentativo e ricerca è ora invece progetto: pulito perché circoscrivibile, misurabile, esempio evidente di evoluzione (del resto la parola ha dentro di sè l’andare avanti).

    L’identità meritorio-utile ormai sottopelle spinge istituzioni e pubblico lontano dalla ricerca aperta verso pratiche che si concludono,tentativi con la soluzione finale, comprensibili senza sforzo.

  11. marco m scrive:

    sono brindisino, ho vissuto a lecce, conosco il mondo editoriale (non letterario, che non esiste) leccese-barese-nordbarese, ho conosciuto la Melpignano di Giovanni Lindo Ferretti e quella pubblicitaria di oggi, il sabato sera esco nei locali underground della taranto meravigliosamente industriale che mi fa sentire a detroit.
    a questo aggiungo che per lavoro ho a che fare con le politiche regionali di Bollenti Spiriti che, nel bene e nel male, hanno tentato di far uscire allo scoperto esperienze culturali informali e spontanee del passato.
    la sensazione attuale è proprio quella di una sorta di rivestimento ufficiale anche delle esperienze spontanee di cui parlava Eva – così i Laboratori Urbani vorrebbero essere la faccia pulita dei centri sociali di un tempo – anche la sagra del panzerotto, con un piccolo finanziamento europeo-regionale, diventa: La Sagra del Panzerotto.
    in ogni caso sarebbe auspicabile, finita l’era-Vendola e lontano dalla tifoseria politica, riflettere sull’evoluzione culturale del mondo delle Puglie negli ultimi quindici anni. molto è partito dal pensiero meridiano di Cassano (Franco) e da quello che Nichi Vendola e Guglielmo Minervini hanno imparato da don Tonino Bello.
    ad oggi, in ordine sparso e per i più curiosi, voglio segnalare le cose interessanti, più o meno sponsorizzate o finanziate pubblicamente, che esistono e resistono nelle Puglie, oltre la cartolina:
    – il FAME festival di Grottaglie;
    – i locali in stile CBGB di Taranto e Provincia;
    – l’AlterFesta di Cisternino;
    – il Giovinazzo Rock Festival;
    – il Fondo Verri a Lecce (ricordo il bellissimo Bazar del Libro);
    – il Babilonia di Sant’Andrea;
    – l’Angelè di Manduria (Taranto);
    – il circolo Arci Jàpige di Novaglie-Corsano;
    – il Rock’n’roll Party di Erchie (Brindisi);
    – il Brindisi Blues Festival;
    – il Laboratorio Urbano Ex-Fadda di San Vito dei Normanni (Brindisi);
    – i concerti dei CCCP-CSI-PGR a Melpignano;
    – la Taverna del Maltese a Bari;

    ne sto dimenticando molti, e devo dire che la maggior parte delle cose citate è tuttora underground o conserva lo spirito informale di cui si diceva (quindi niente finanziamenti regionali).

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