Le stanze segrete di Derek Raymond

Questo pezzo è uscito nel numero di aprile della rivista Lo Straniero.

di Nicola Lagioia

Chi ritiene il noir una forma d’evasione potrebbe restare sorpreso nello scoprire che Derek Raymond, uno dei più profondi interpreti di questo genere negli ultimi decenni, odiava la letteratura di facile consumo ed era ostile a qualunque storia usasse omicidi poliziotti e detective privati come travestimento o pretesto per intrattenere in nome del mercato. Raymond, scomparso nel 1994 e buon cugino maggiore di James Ellroy spostato su altre latitudini (se per l’autore de I miei luoghi oscuri l’inferno si chiama Los Angeles, la Londra di Derek Raymond è l’epicentro europeo del mondo sotterraneo), è autore di una pietra miliare come Il mio nome era Dora Suarez, quarto capitolo della “serie della Factory”, che ha ulteriori episodi di rilievo in libri come E morì a occhi aperti e Come vivono i morti. Derek Raymond è morto nell’anno in cui Pulp Fiction ha sbancato le sale cinematografiche di mezzo mondo, ma poche poetiche gli sarebbero risultate indigeste come quella fatta propria da Tarantino. La violenza da cartoon e per questo ricondotta senza colpo ferire nel cuore pop dello stesso mercato che l’ha generata non ha niente dei bassifondi (veri) da cui racconta Raymond, e dunque non dice niente del cuore di tenebra dell’uomo che – con Sofocle più terribile di tutte le cose terribili – è l’unica entità che interessa davvero allo scrittore.
Se per Tarantino un morto ammazzato è (troppo postmodernamente) l’allegoria di qualcosa che non c’è, e dunque per questo la scintilla che accende tutti i virtuosismi offerti da un buon gioco di specchi, per Raymond è veramente un uomo ammazzato, e dunque (se guardato con gli occhi di un altro uomo, non con quelli di una macchina) l’inquietante pozzo senza fondo dal quale nel tempo si sono sporti Edipo e Amleto e Raskolnikov e Quentin Compson e Bardamu.
Tutto questo è teorizzato (anzi raccontato) molto bene in Stanze nascoste, il libro-testimonianza-manifesto a cui Raymond si abbandonò quasi come terapia dopo aver scritto Il mio nome era Dora Suarez (il romanzo la cui stesura – per eccessiva mimesi con l’assassino e un vero e proprio trasporto amoroso nei confronti della vittima – rischiò di distruggerlo e farlo impazzire). Un libro, questo Stanze nascoste, che allo stesso tempo si può considerare memoir, autobiografia, romanzo di formazione e insieme un manuale di scrittura nel quale nulla viene detto a proposito della tecnica e tutto sull’approccio da tenere se ci si vuole spingere in quel continuo viaggio alla scoperta del mondo (e, dunque, dell’altro) che è scrivere un’opera di narrativa.
Ma Stanze nascoste è anche un doloroso e vivo apologo sul come si diventa uomini. È, da questo punto di vista, la cronaca della trasformazione di Robert William Arthur Cook in Derek Raymond, dove la scelta dello pseudonimo (Cook divenne Raymond nel 1984, quando i libri pubblicati erano già sette) non è un vezzo e solo ufficialmente un modo per smarcarsi dall’omonimo Robin Cook (Robert inizialmente si firmava Robin) autore di gialli di successo. In realtà si tratta della certificazione di una conquista costata molti rischi e molta fatica. Diventare un altro, appunto, come unico modo per riuscire a capire chi si è.
Nato in una ricchissima famiglia londinese attiva nel campo dei tessuti, Derek Raymond si rende conto molto presto di quale trappola dorata possa essere il mondo in cui trascorre infanzia e adolescenza: l’inebetente classismo delle classi agiate, la capacità di Eton di distruggere qualunque approccio critico brandendo una cultura mondata da ciò che la fa davvero grande, la stupidità (che il giovane Derek registra giorno dopo giorno con crescente insofferenza) di una famiglia ricca da poche generazioni, la quale, dimenticando come la Storia sia un cimitero di aristocrazie, considera i propri privilegi alla stregua di un diritto divino e non di ciò che realmente rappresentano: risorse sottratte a chi non ne ha. Soltanto rinnegando le proprie origini, strappandosi dai propri privilegi, allontanandosi violentemente dal proprio padre e dalla propria madre è possibile attraversare la linea d’ombra diventando, da rampolli che si era stati, uomini, e poi scrittori. Raymond così inizia a frequentare i bassifondi, i quartieri bui, incontra gli emarginati, i maledetti, gli scarti della società, e intanto scrive calato in questa nuova dimensione sociale e economica che è innanzitutto una diversa condizione esistenziale. Essere stranieri in ogni luogo è l’unico modo per vedere davvero: soltanto allontanandosi dai quartieri ricchi si può capire su quali precisi meccanismi psicologici può reggersi lo sfruttamento del prossimo e solo aggirandosi nel ghetto sprovvisti di risorse materiali ma armati di un buon apparato critico e retorico si può capire com’è facile che i bassifondi ipnotizzino col loro squallore i propri figli lasciandoli affondare nell’oblio delle metropoli.
Nasce da queste riflessioni e soprattutto da queste esperienze l’approccio particolarissimo che Derek Raymond ha nei confronti del noir. Il noir non è il giallo di Agatha Christie e nemmeno la spettacolarizzazione della retorica del private eye da cinema di cassetta (bassamente cinematografico anche se realizzato usando solo una macchina da scrivere). Non è un genere di intrattenimento per signore borghesi o per giovani rampanti. E tuttavia il noir – come pure si è detto e si è scritto negli ultimi anni nel tentativo di nobilitarlo – non è nemmeno del tutto un genere che usa la fiction in chiave sociologica per scoperchiare i mali della nostra società. Il noir, piuttosto, ha a che fare con la metafisica. È questa la spiazzante, vertiginosa, irriducibile posizione di Derek Raymond. Omicidi, corruzione, disperazione, oscurità, disgregazione dell’io sono entità che, metafisicamente ma non religiosamente, si prestano a venire ricomposte nella stessa enigmatica forma di alcune domande fondamentali. Che cos’è la violenza? Perché la prevaricazione? Ha un senso un mondo perennemente diviso tra sommersi e salvati? Quale segreto pulsa nella distruzione di una vita umana? E in chi la distrugge? Cosa c’è di indicibile nel fondo della civiltà occidentale, di cui l’Europa unita nel segno delle grandi banche (tema molto caro al Raymond degli ultimi anni), se non attualmente il suo interprete più violento, ne è pur sempre la scaturigine? Che cos’è, infine, il Male? A tal proposito, per il creatore di Dora Suarez il noir non è un gioco di prestigio che, mostrando il Male in edulcorate forme spettacolari e dunque negandolo, ci fa illudere che esso in fondo non esista. Il noir è al contrario, nei suoi momenti migliori, un esercizio di catarsi che, prendendo le misure al Male per ciò che effettivamente è, mostra specularmente la possibilità del suo contrario. Rovesciando la poetica di Tarantino e simili, è la possibilità del Bene a doversi rivelare attraverso un gioco di lenti, perché il Male è ovunque.
Non sembrerà a questo punto strano che Derek Raymond, amante di T.S. Eliot e dell’esistenzialismo francese, considerasse il più grande interprete del noir di tutti i tempi William Shakespeare.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
4 Commenti a “Le stanze segrete di Derek Raymond”
  1. sabanero scrive:

    Proprio tanto esauriente questo post. Il noir ha a che fare con contesti urbani, i quesiti che esso suscita in uno scrittore scaturiscono dalla convinzione (o constatazione forse) che una buona parte del sentire umano è andato smarrito con l’urbanizzazione accelerata. E’ la violenza che da qui nasce che è il punto di partenza di riflessione per uno scrittore noir secondo me.

  2. giuseppe zucco scrive:

    ciao nicola,

    “Essere stranieri in ogni luogo è l’unico modo per vedere davvero”: è così vera questa frase, che è quasi doloroso ammetterlo…

    giuseppe

  3. Ho letto con piacere, orgoglio e profondo interesse questo post. “Le stanze nascoste” di Derek Raymond sono state per i traduttori, i redattori e soprattutto per l’editore di Meridiano zero uno dei lavori più sentiti, complessi, serrati di oltre 15 anni di casa editrice.
    Raymond è stato il nostro primo autore. Marco Vicentini ha fatto nascere la casa editrice con lui, perché ne era innamorato. “Aprile è il più crudele dei mesi”, “Il mio nome era Dora Suarez”, “E morì a occhi aperti”… non sono solo titoli del nostro catalogo, sono le ragioni per cui lavoriamo a un progetto. Un progetto che è una casa editrice piccola, sempre a rischio, ma che ruota intorno a qualcosa di molto simile a quello per cui Raymond ha scritto e vissuto.
    So quanto di parte suona la mia testimonianza, ma c’abbiamo buttato l’anima. Un sincero grazie, Nicola, e un saluto da me e da tutta la Meridiano zero.

  4. carmelo scrive:

    pochi, ormai, come lagioia, sono capaci di fare una recensione o parlare di uno scrittore.
    Mi inetressano i temi cui si fa cenno nell’articolo, mi inetressa il noir… credo che comprero’ quel libro

Aggiungi un commento