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Il mondo è come te lo metti in testa: le storie di Giovanni Truppi

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di Francesca Barca (foto di Salvatore Landi)

Giovanni Truppi ha 35 anni ed è al suo terzo disco (omonimo) uscito nel 2015 per Woodworm: l’album è un trittico di personaggi, storie e facce – che ritrovate sulla copertina, nata da una felice collaborazione con l’illustratrice Cristina Portolano – che hanno una vita autonoma rispetto al loro autore: un pilota zoppo, Eva che riflette sulle cacciata dal Paradiso con un Adamo piccolo e fragile, un scema incinta, Papa Francesco, un alieno, Dio e Superman. E poi c’è Giovanni, naturalmente.

L’autonomia e la varietà dei personaggi è, a mio avviso, la più grande differenza di questo disco rispetto ai primi due: C’è un me dentro di me, uscito nel 2010 per Cinico Disincanto – tra i tre l’album più “classico” e classificabile per struttura e generi – e “Il mondo è come te lo metti in testa” uscito nel 2013 per I Miracoli – Jaba Jaba Music.

Nei primi due dischi la voce di Giovanni racconta un vissuto non solo narrato in prima persona, ma coerente da pezzo a pezzo, cosa che permette a chi lo ascolta di immaginarsi il profilo di una persona: un Giovanni che ha un “nome plurale”, che va “dal pazzologo due volte a settimana e a bere da Gino tutti i venerdì sera”, che ha avuto una innamorata che “mette poca lingua” quando bacia, che vive a Roma ma viene da Napoli. Un Giovanni che si fa un sacco di domande sulla vita, che le urla e le sussurra e che, in qualche modo, ci fa sentire a casa.

E tutti quelli che scrivono su di lui o lo intervistano – come la sottoscritta, banalmente – gli chiedono un sacco di cose personali, quasi si confrontassero con un amico. Per esempio chi è Sabino, il protagonista di uno dei suoi pezzi (non lo ripeto, lui lo aveva già spiegato qui).

E questo fatto a Giovanni – questo voler sapere di lui – non piace particolarmente, ma non per l’intrusione nel suo privato: «Credo che un’opera dovrebbe funzionare a prescindere dalla sua corrispondenza con la realtà. È figo se pensi che io sono quello che racconto, ma mi sta a cuore che il personaggio che porto sul palco stia in piedi anche se non coincide con la mia vita».

Questo risulta meno automatico nel caso di Truppi, per chi ne scrive e per chi ascolta. Perché Giovanni Truppi c’è quasi troppo nella sua musica e sul palco: non solo perché canta spesso in prima persona, non solo perché racconta cose di un’intimità che fa arrossire, non solo perché l’amore che mette in quello che fa lo puoi quasi toccare: Truppi è nudo quando canta.

E credo sia per questo che capita che chi lo va ad ascoltare, dopo i concerti lo abbraccia.

Ho ascoltato un concerto di Giovanni in piano solo al circolo culturale Acrylico a Bagnacavallo (RA): la sala piena, molti in piedi, alcuni rimasti sull’uscio. Molti trentenni e molti giovani, tanti over 40.

«Do quasi per scontato che posso dialogare con i miei coetanei. Quello che per me è sorprendente e che mi interessa è la possibilità di dialogare con chi ha 20 anni. Perché in qualche modo è il segno che quello che fai va oltre te, ti sopravvive. Che è un po’ come procreare».

Di trentenni, coetanei di Truppi, e del loro – e nostro – decantato disagio si parla tanto. Il precariato, l’individualismo… e mettiamoci anche la società relativista tanto bistrattata da Ratizinger, se vogliamo. Giovanni sfiora il discorso in un suo pezzo, Conversazione con Marco sui destini dell’Umanità:

“Non è che la famiglia di consuma di meno e ti conserva di più?
mentre invece un esercito di donne e di uomini soli, giovani fino a quaranta anni fa girare più soldi, paga più affitti, si compra più telefonini
e non è perché uno deve difendere per forza la famiglia
però non è nemmeno che la famiglia la devono difendere solo i bacchettoni
quindi tu mi dici della libertà ma io non sono convinto
semplicemente perché la libertà
che è stata lo spauracchio di tutte le tirannie nei secoli dei secoli
adesso non fa paura ma fa soldi”

Ma esistono, questi trentenni? «Ci penso molto a questa cosa e mi accorgo che non mi piacciono i discorsi generazionali, mi infastidiscono. Ci sono in effetti in Italia (o in Occidente) persone che per mestiere, per scelta di vita o per necessità procrastinano degli appuntamenti “biologici” o ritenuti tali, ma anche tante che invece li “rispettano”. Probabilmente gli artisti e gli operatori culturali in genere, volenti o nolenti, fanno parte più della prima categoria di persone e tendono a raccontare quel vissuto; ma la mia impressione è che sia solo una fetta di questa “generazione”, che a sua volta è una fetta, parziale, del paese».

La famiglia, o l’idea di una famiglia, ritorna spesso. Giovanni ci crede? «Mi piace pensare che ho ancora la possibilità di farmi una famiglia. Non so quanto questa cosa sia solo una velleità o una reale esigenza. Sì, comunque vorrei dei figli». E, appunto, forse non è così tardi: «La vita si è allungata. Poi penso anche: “Che devi fare? Un figlio a 30 anni che poi dovrà aspettare altri 50 per ereditare? Invece se lo faccio a 50 e muoio a 80 va bene, ci saremo conosciuti in momenti importanti delle nostre vite… va bene anche così»

E anche di Dio, che è molto presente nei suoi testi (e non solo in Lettera a Papa Francesco I, scritta con Antonio Moresco). «Non credo al Dio cattolico ma mi sento all’interno di un percorso di avvicinamento al divino anche se non è sempre prioritario e lo alimento a fasi alterne. L’idea stessa che ci sia una realtà che trascende lo spazio-tempo nel quale abbiamo l’impressione di trovarci ha per me a che fare con il divino, e con la scienza».

Ah, e poi c’è il sesso, tanto, mischiato all’amore, mischiato al dolore. E un pezzo come Superman il cui video, girato da Francesco Lettieri e Alessio Lauria, ha partecipato al Fish&Chips Erotic Film Festival.

Descrivere il lavoro di Truppi in maniera più “tecnica” è, invece, difficile perché la sua musica è indefinibile: una deviazione storta, interessante, feconda e nuova dell’idea di cantautore; che passeggia tra i generi (tanto jazz, del rock, del progressive o del funky, ma anche del rap o del pop) e in qualche modo li inventa, che ossequia la metrica e la distrugge, senza piaggerie. Il suono resta secco, diretto, nudo. I testi onesti, divententi e diretti, come una scritta sui muri, di quelle che ti fanno ridere e pensare “figata”. Al punto – e non solo perché suona spesso in canottiera – che ha un’attitudine punk.

Giovanni, alla definizione di “cantautore” preferisce quella di “musicista”.

E in effetti, come tanti che parlano di lui, tutti quasi, mi dilungo a parlare dei suo testi. Ma Truppi è anche un compositore e un insegnante di canto: «Ho preso lezioni di pianoforte classico da bambino, e fino ai 16 anni. Verso i 14/15 anni ho iniziato a studiare chitarra da autodidatta. E intorno ai 18 anni ho iniziato a prendere lezioni di canto: è stata la cosa che ho fatto con più serietà perché cominciavo a pensare di voler fare il musicista».

Il pianoforte che si porta in giro nel tour in piano solo, che affianca e incastra con quello con la band al completo (Daniele Gennaretti alla chitarra e tastiere, Fabio Capalbo alla batteria e Giovanni Pallotti al basso) se lo è costruito da solo: ha segato le estremità (lo racconta dettagliatamente qui), ha trovato il modo di amplificarlo come si fa con una chitarra e, soprattutto, lo ha reso trasportabile.

Come comunica Giovanni Truppi? Ha un sito molto semplice e semplificato e ha una pagina Facebook che, invece, cura personalmente, estremamente aggiornata e reattiva. Lo trovate anche su TwitterYouTube e Instagram.

I social network se li gestisce lui, con grande cura e un po’ di goffaggine:«Non mi interessano i social in sé. Ma sono essenziali in questo lavoro e alla fine mi ci diverto pure: mi piace avere a che fare con le persone. È un po’ spaventosa la quota di gratificazione che può implicare il loro utilizzo: hai i like e sei contento».

Come una cacca secca è il pezzo suo che preferisco. È quasi jazz, e ha un testo che è scritto da Dio.

Se volete vedervi un concerto qui trovate tutte le date.

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