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Le storie silenziose che non conosciamo

In un casolare della campagna toscana un gruppo di trentenni promuove un progetto di accoglienza basato sul teatro. Si tratta delle Officine Cavane, un processo progettuale che vede coinvolti la compagnia teatrale Tra i Binari APS e la Cooperativa Sociale La Pietra d’angolo a San Miniato, in provincia di Pisa.
A Maggio 2018 apre il primo laboratorio permanente di creazione artistica tra migranti e cittadinanza; si trova al piano terra di un CAS* (Centro di Accoglienza Straordinaria) dove al momento sono residenti una trentina di richiedenti asilo. Nasce uno spazio aperto alla cittadinanza che ci mettere in contatto con un mondo tanto stigmatizzato.
Sara Petrognani ci racconta come ha passato una giornata alle Officine Cavane (foto di copertina: Simona Fossi).

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di Sara Petrognani

Lascio la strada principale e prendo una deviazione sulla sinistra. È una stradina stretta che corre tra i campi, una delle tante che si trovano nella campagna toscana, strade che sembrano non portarti da nessuna parte e che invece riescono a portarti ovunque, in una rete di collegamenti e intrecci.

Sto andando alle Officine Cavane a San Miniato, un centro permanente di creazione artistica, nato al piano terra di un CAS, una struttura destinata ad accogliere migranti che non hanno potuto trovare ospitalità in centri di prima e seconda accoglienza.

È una bella mattina di metà ottobre, l’autunno sembra ancora lontano, si intravede solo qualche spicchio dorato fra le chiome degli alberi, qualche vena di fuoco tra certi tipi di foglie. Quando inizio a pensare di essermi persa intravedo un piazzale e un casolare: sono arrivata.

La struttura è divisa in appartamenti, ed è gestita dalla cooperativa sociale La Pietra d’Angolo. Può accogliere fino a 40 persone ma al momento gli ospiti sono una trentina, tutti uomini, di 12 diverse nazionalità, quasi tutti provenienti dall’Africa occidentale: Mali, Nigeria, Costa d’Avorio. Tutti in attesa di qualcosa, che siano documenti, un lavoro, di proseguire il loro viaggio o di ritrovare una qualche forma di serenità. Si affacciano sul piazzale una falegnameria e una ciclofficina. Intorno campi e qualche rada abitazione, e tanta pace. Solo la musica proveniente dalle finestre aperte al primo piano spezza il silenzio tipico della campagna.

Un grande murales al piano terra, all’estremità della struttura, e tre volti giovani e sorridenti sotto la luce del sole, mi accolgono all’ingresso delle Officine. Questo spazio è nato nel 2018 da un progetto della compagnia teatrale Tra i Binari in collaborazione con La Pietra d’Angolo, e si propone di fare da luogo di incontro tra migranti e cittadinanza, utilizzando come mezzo il teatro e la creazione artistica. Qui si fanno laboratori teatrali aperti a tutti, con training fisico e vocale per andare in scena, e, soprattutto, si porta avanti un progetto di incontro e accoglienza, che vede richiedenti asilo e cittadinanza prendere parte insieme alla stessa narrazione, lavorare insieme ad una stessa produzione da far poi conoscere al territorio.

Un “matrimonio” fra culture diverse, uno spazio comune da vivere e rendere “casa”, come, mi spiegano Francesco, Marina e Simona, testimonia il murales all’ingresso, colorato e bellissimo, che intreccia decorazioni tipiche delle case etrusche a quelle del Burkina Faso. «Siamo qui per accogliere – spiega Francesco Mugnari, regista, attore e tra i fondatori di Tra i Binari – sia gli ospiti della struttura che tutta la cittadinanza, e per traghettare verso l’esterno quello che nasce qui. Una volta sfondato il muro della diffidenza, della paura, del pregiudizio inizia il collegamento».

La compagnia, con sede a San Miniato, nasce nel febbraio del 2012, come studio dei linguaggi artistici e indagine sulle forme del teatro contemporaneo. Nel dicembre del 2017, quando il centro di accoglienza è già attivo da un anno, viene proposto il progetto per la nascita di Officine, e, subito dopo, iniziano i laboratori, che vedono partecipanti dai 22 ai 55 anni, cittadini italiani e richiedenti asilo: il lunedì, il martedì e il giovedì gli incontri di teatro, il mercoledì quelli di social media e storytelling, in cui i ragazzi ospiti del centro imparano a tenere un piccolo diario per immagini, scattando foto a quello che hanno intorno, a quello che vedono e a come lo vedono. Immortalano il paesaggio, le prove teatrali, si scattano selfie, sorridenti. Il materiale prodotto è stato poi esposto durante l’inaugurazione delle Officine, il 16 settembre del 2018.

Ma i primi incontri con la cittadinanza e il territorio sono avvenuti qualche settimana prima, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, in un tour che ha toccato 5 diversi comuni, portando in giro degli spettacoli-parate con l’intento di diffondere un invito impossibile da rifiutare: “siete tutti cordialmente invitati al matrimonio”, una rappresentazione con canti africani e canti toscani molto popolari, come “La strada dell’amore”, e piccole coreografie. Una performance corale, in cui gli attori sono vestiti di bianco e portano dei bouquet di fiori, una festa di unione, in cui anche il pubblico è chiamato a ballare e a stringersi intorno agli attori. «L’obiettivo – mi spiegano – era quello di creare un incontro in strada che ricucisse il rapporto non solo fra cittadinanza e migranti ma anche fra pubblico e teatro. Abbiamo organizzato sette parate nei paesi del Comprensorio del Cuoio, e il tutto alla fine è confluito in un matrimonio. Siamo andati di casa in casa con i ragazzi del centro, a spiegare quello che stavamo facendo e a dire “c’è una festa, siete tutti invitati!”. E si sa che non sta bene rifiutare l’invito ad un matrimonio. Siamo stati aiutati nella preparazione, il fattore qui vicino ha falciato il campo per adibirlo a parcheggio, e il pastore che è in quei campi laggiù ci ha portato le balle di fieno da mettere nel cortile. Volevamo allestire lo spazio come se fosse un’arena, con le spose già in scena e gli sposi che arrivano dai campi. Si è trattato di uno spettacolo corale, ed era fondamentale che lo fosse, soprattutto perché molte delle persone che vi partecipavano, sia richiedenti asilo che cittadini, non avevano esperienze teatrali, e molti richiedenti asilo avevano un livello di conoscenza di italiano ancora troppo basso. Nessuno doveva sentirsi troppo esposto e vulnerabile, doveva svolgersi tutto all’interno di gesti di gruppo». «Le canzoni popolari – proseguono – ci servivano da gancio con le persone, perché tutti le conosciamo e ci ri-conosciamo in esse. Il nostro messaggio non voleva essere “siamo tutti uguali”, ma “siamo tutti diversi, ma non per questo non possiamo andare d’accordo”».

Dopo il matrimonio e dopo l’inaugurazione, a cui i partecipanti sono stati più di 600, i laboratori teatrali si sono indirizzati verso un altro tipo di produzione: “Conferencia Sobre la Lucha de un Pueblo”. «Tra il 2016 e il 2017 – raccontano – Tra i Binari ha lavorato molto tra Cuba, Santiago, L’Havana e Matanzas. Abbiamo portato in giro spettacoli, intervistato attori e registi, e abbiamo lavorato sul tema del viaggio. Da questa esperienza a Cuba il progetto poi si è sviluppato fino ad arrivare alle Officine, dove abbiamo allacciato il viaggio, in senso lato, alle situazione che viviamo qua, portando in scena il partire per conoscere un’isola sconosciuta, come nel testo di Saramago, per garantirsi un futuro migliore, o, quantomeno, avere la possibilità di provare a cercarlo. Lo spettacolo è stato di nuovo portato per le strade, andando a rompere di nuovo il quotidiano dei paesi della provincia pisana, e visivamente si rifaceva all’immaginario del migrante italiano degli anni ’50: una fila di persone con lunghi cappotti e valigie molto grandi che si muove con passo cadenzato, quello che abbiamo visto molte volte nei film o nelle foto dei nostri nonni e bisnonni. Alla fine ad ognuno degli attori era chiesto di scrivere con dei gessetti sulla strada una frase, l’ultima cosa che avrebbero voluto dire prima di partire». Fatto, questo, che è costato loro un originale appellativo su un quotidiano locale. «È un aneddoto particolare – ci scherzano su -, è successo che lo spettacolo a San Miniato cadesse proprio dopo la finale del festival di Sanremo, e il nostro gesto sia stato interpretato come atto di sostegno alla vittoria del cantante Mahmood. In realtà avevamo fatto molte conferenze stampa dove parlavamo del nuovo spettacolo, ma il fatto di scrivere in terra frasi d’amore con dei gessetti, che ovviamente sarebbero state cancellate dalla prima pioggia, ci ha identificati come “vandali della fratellanza”». E altri sono stati gli episodi in cui la loro attività è stata fraintesa, in cui gli attori sono stati additati al grido di “ce ne avete portati altri!”. Ma la grande partecipazione agli spettacoli racconta soprattutto di altro, di una cittadinanza aperta e curiosa, che si rifiuta di acclimatarsi all’intolleranza e al razzismo.

Da quest’anno Tra i Binari si occupa anche della direzione artistica del Festival del Pensiero Popolare, che si svolge a San Miniato durante il palio di San Rocco. In questa edizione trenta volontari richiedenti asilo, donne e uomini, hanno partecipato all’organizzazione del festival, rendendolo possibile: hanno cucinato, servito ai tavoli, dato una mano all’allestimento e all’organizzazione. Sono stati fondamentali, perché senza il loro lavoro il festival non ci sarebbe stato.

L’ultima produzione della compagnia è “Al-Awda”, uno spettacolo più intimo e impegnativo. «”Al-Awda” è una parola araba – mi raccontano – che detta in Palestina significa “diritto al ritorno”. Noi l’abbiamo intesa come “possibilità di andare in un altro luogo”. Questo è uno spettacolo di ricerca sul testo, e riesce a parteciparvi attivamente solo chi vi lavora continuativamente tutto l’anno. Si tratta di un lavoro di riscrittura, in cui sono ripresi testi letterari, come le poesie politiche di Bertolt Brecht, o sono composti testi nuovi: i ragazzi del centro di accoglienza hanno potuto attingere da brani che abbiamo appeso nelle Officine, dai quali hanno preso ispirazione. Alcuni di loro hanno preferito invece scrivere un nuovo testo, uno di loro ha raccontato ad esempio come avviene la pratica della circoncisione in Gambia, di come questo segni il passaggio dall’infanzia all’età adulta e di come i bambini siano lasciati da soli nel bosco per un periodo, potendo ricevere solo le visite degli uomini. Anche in questo spettacolo tornano i canti popolari di varie culture, e si mette in scena il tema dell’attesa e quello di chi compie il viaggio. I richiedenti asilo sono dei marinai, entrano in scena recitando parole in lingua bambara, un dialetto del Mali, e muoiono fra le braccia delle donne. Quello che volevamo rappresentare è cosa accade nell’incontro tra due culture, ci può essere un ricongiungimento, ma chi attende e dovrebbe accogliere in realtà si nega, e i marinai muoiono. Il nostro intento non è solo quello di fare un “teatro sociale”, il teatro è sociale per definizione. Certo vogliamo che passino valori e ideali, e certamente il nostro è un atto politico, anche se non sempre esplicito, ma vorremmo che si andasse alla ricerca di un linguaggio artistico importante, che le persone frequentassero i laboratori sentendo di far parte di una compagnia teatrale, a cui chiediamo impegno e responsabilità, e che il lavoro che viene fatto venga riconosciuto come lavoro artistico. È stato molto importante per noi aver avuto modo di collaborare con Annet Henneman, che è stata la prima a fare un lavoro teatrale con i migranti e a raccogliere le loro storie. Ci ha aiutati a capire le strategie di presa con culture diverse, il linguaggio da usare. La necessità che sentiamo è quella che alcuni concetti come la casa, l’incontro, la comunità, vengano ripensati, che gli elementi della comunità trovino una nuova natura. I processi di integrazione sono processi lenti, non pensiamo che possano portare frutti nell’immediato, magari li porteranno fra 15 anni. Ma con gli spettacoli i ragazzi del centro di accoglienza hanno vissuto le strade e le piazze da protagonisti , è stata riconosciuta loro un’importanza, cosa che solitamente non avviene, spesso vengono fraintesi ed emarginati».

Esco dalle Officine con la testa e il cuore pieni, e il bisogno di riflettere sul grande lavoro che questi ragazzi stanno facendo. Arrivata a casa cerco le poesie politiche di Brecht, e leggo un brano che parla del non-detto, dell’innesco di tutte le storie silenziose che non conosciamo e che forse mai conosceremo: «Sempre mi è parso erroneo il nome che ci hanno dato: emigranti. / Questo significa: espatriati. Ma noi /non siamo espatriati volontariamente / altro paese scegliendo. E nemmeno siamo espatriati / in un paese, per restarvi, possibilmente per sempre. / Siamo fuggiti, invece. Espulsi noi siamo, banditi. / E non casa, ma esilio dev’essere il paese che ci ha accolti».

Ma ci sono persone che stanno provando a rendere l’esilio un po’ più casa, e insieme costruiscono, intanto, una casa per tutti noi.

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