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Le straordinarie avventure di Andrea Pazienza

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Tra qualche giorno Andrea Pazienza avrebbe compiuto sessant’anni: era nato a nato a San Benedetto del Tronto il 23 maggio 1956, ci ha lasciato il 16 giugno 1988. Di seguito pubblichiamo la prefazione di Nicola Lagioia a Le straordinarie avventure di Penthotal, il primo volume della nuova collana curata da Repubblica/Fandango che sarà in edicola a partire da domani (fonte immagine).

Così, a un certo punto, Pentothal parte alla volta di Napoli.

“Alle mie spalle, a meno di un giorno di cammino, erano i cavalieri di Federico, lanciati alla conquista delle Terre di Mare. Importante per me era arrivare a Napoli prima di loro, altrimenti mi sarebbe stato difficile trovare Luigi nella confusione della battaglia”.

Per anni, per più di un decennio, e purtroppo ancora oggi, non mi riesce mai di andare a Napoli senza vedermi a bordo di un’automobile decappottabile anni Venti, in marcia verso un’enorme cinta muraria ricostruita come quella di un’antica città mediorientale disegnata da Moebius (Ninive o Damasco o Babilonia), dove ho un appuntamento con un tizio di nome Luigi, il quale mi porta a casa di Vittoria, questa bellissima svedese con cui ci ritroviamo di notte completamente nudi a guardare il cielo stellato sul lungomare Nazario Sauro dopo esserci fumati due bei cannoni di libanese bauxitico.

Merito e colpa de Le straordinarie avventure di Pentothal, esordio del ventunenne Andrea Pazienza che io comprai quando ero ancora un ragazzino. Fino ad allora, il massimo della stranezza disegnata erano stati per me gli X-Men di John Byrne e Chris Claremont. Solo che Andrea Pazienza non era semplicemente strano (come potrebbe suggerire l’idea di trasformare il viaggio a Napoli del protagonista-alter ego del suo albo d’esordio nel fantasy metropolitano pieno di paradossi temporali e thc che ancora mi perseguita) ma univa una rara potenza immaginativa a un’assoluta libertà d’espressione a una tecnica di disegno mostruosa a un dolente istrionismo a una dolce disperazione che mi lasciarono senza fiato.

In più, aveva la demoniaca capacità di farti interessare ai fatti suoi con una partecipazione da groupie. Gli bastava grattare un po’ di farsa sulla propria biografia. Il che non serviva a mascherare il narcisismo, ma a renderlo più autentico e così disarmarlo. Quest’uomo è un genio, pensò il teen-ager di allora, e l’adulto di oggi non ha cambiato idea.

Quando lessi Pentothal la prima volta, non solo non conoscevo «Alter Alter» (la rivista che per prima pubblicò la storia) e il significato dell’acronimo dams (Umberto Eco coiffeur pour dams recitava un graffito bolognese di cui avrei imparato a ridacchiare anni dopo), ma ignoravo anche cosa fosse il Settantasette, e i quattro quinti dei riferimenti e delle citazioni con cui Pazienza riempiva la sua opera d’esordio erano per me l’equivalente di un frammento eracliteo.

Eppure, credo, colsi l’essenziale. Per esempio il fatto che Pazienza/Pentothal giocava magnificamente a fare l’ospite ingrato. Sì, d’accordo, faceva parte di questo famoso Movimento, ma se ne teneva al tempo stesso ai margini. Ok ok, le assemblee e i collettivi erano importanti, ma lo erano di più le ragazze, specie quelle che ci avevano tradito, e più delle ragazze era importante un languore, uno strano stato d’animo sospeso tra allegria e sconforto, l’atroce sentimento di chi ha perduto qualcosa ancor prima che fosse recuperabile e ora fa il giocoliere per rimandare l’appuntamento con un qualche tipo di morte.

I giorni di Pompeo erano lontani ma Pompeo galleggia tra i portici bolognesi di Pentothal come un fantasma del futuro se nella Londra di Charles Dickens al posto delle campane risuonasse Never Mind the Bollocks o al limite, sotto le arcate di Westminster, ci passeggiasse un umbratile Ian Curtis.

Benché durante il work in progress di Pentothal Andrea Pazienza si convinse a un certo punto di essere stato superato dalla realtà (“Tagliato fuori… sono completamente tagliato fuori”, recita una delle vignette più celebri dell’albo, “mentre lavoravo a queste tavole, nel mese di febbraio ’77, ero convinto di disegnare uno sprazzo, sbagliando clamorosamente perché era invece un inizio. Ne avessi avuto il sentore, avrei spettato e disegnato questo bel marzo”), il suo capolavoro della giovinezza è al contrario una continua premonizione.

Premonizione sui suoi fumetti futuri (a poche pagine dalla fine compare il profilo di Zanardi), sul destino della generazione del Settantasette e dell’Italia (tutto Pentothal è anche un frenetico canto del cigno davanti all’onda grigia del riflusso), su una vocazione alla sconfitta così stronza da pretendere di avere la meglio (e ricevere soddisfazione) sulla dolcezza, sull’esigenza di venire compresi, sul bisogno di amicizia e di amore che pure esplodono continuamente dalle vignette.

Tra una vita da integrato e una morte da terrorista, l’arte può essere la risposta. Anche questo fu molto chiaro al sedicenne ignorante di tutto che leggeva per la prima volta Andrea Pazienza. L’epilogo di Pentothal è in tal senso emblematico: non più l’alter ego Pentothal ma il personaggio Andrea Pazienza (nell’improbabile giacca stazzonata a righe verticali con cui compare diciotto tavole prima, pensando in dauno “cuanto spazio sprecheto!”) rinuncia a fare il bandito con il suo amico D’Angelo perché ha deciso di arrendersi al Dono che Madre Natura in persona – un albero in impermeabile e occhiali da sole – gli ha recapitato direttamente a casa: il disegno.

Il Settantasette è finito, arrivano gli anni Ottanta, e Andrea Pazienza si esercita piuttosto annoiato alla tavolozza mentre il Dono gli insegna a fare “i righi dritti”. Da quegli esercizi (di cui già nel ’76 Pazienza non aveva più bisogno, come i mancati allenamenti di Maradona non impedirono il secondo gol all’Inghilterra) sarebbero venuti fuori Pompeo, Zanardi, Petrilli, Colasanti, la Nera, il Cionco, la bella ragazza coi capelli legati a coda di cavallo che gode e dice “sì! sì!” mentre un ragazzo dagli occhi allucinati se la scopa ripetendo “maledetto Cossiga! maledetto Cossiga!”, e tutti i personaggi principali e secondari – persino gli oggetti, vedi il pattino di Sogno sul quale un Pazienza in costume da bagno da San Benedetto arriva in Puglia da sua madre  – attraverso i quali ci ha fatto godere fino all’estate maledetta del 1988.

L’arte di Andrea Pazienza avrebbe salvato molti di noi ma non se stesso. Così a distanza di tempo ci ritroviamo sempre qui, bloccati tra rimpianto e gratitudine.

Avevo ormai compiuto quarant’anni quando ricevetti la telefonata di una libraia dall’inconfondibile accento meridionale. Mi invitava a fare un reading lì da loro. “Dov’è la vostra libreria?”, domandai. “San Severo”, disse la signora. E io, convinto che la libraia* avrebbe capito al volo (così successe), che quell’accenno a Sturiellet sarebbe stato per noi un collante, un motivo di vanto reciproco eun segno di riconoscimento tra orfani, presi coraggio e declamai a occhi chiusi: “oh San Severo / la città del mio pensiero / dove prospera la vite / e l’inverno è alquanto mite”.

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* si tratta della Libreria Orsa Minore.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). Dirige nichel, la collana di narrativa italiana di minimum fax. È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.

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