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Le Terre basse sono ancora fertili: l’”Officina” di Michele Prisco

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In attesa che si ridefiniscano nuove date e riprendano i programmi in calendario delle manifestazioni celebrative per il centenario della nascita di Michele Prisco, nato a Torre Annunziata il 4 gennaio del 1920 (l’ultima iniziativa si è tenuta a fine febbraio, a Napoli, con la presentazione del volume Michele Prisco fra letteratura e cinema, a cura di Pier Antonio Toma)  e nell’auspicio che, dopo la pandemia, il turismo culturale fra regioni italiane venga rilanciato, offrendo così l’opportunità di attraversare fisicamente almeno alcuni di quei luoghi dell’anima come le zone boschive alle pendici del Vesuvio, Leopardi, Trecase, Torre del Greco, Vico Equense, sorgenti di tante sue pagine ispirate, mi limiterò a segnalare alcune mie brevi recenti perlustrazioni letterarie, volte a confermare l’ ammirazione che ho sempre nutrito per questo scrittore.

Prisco in vita, almeno fino agli anni novanta del Novecento, è stato un autore molto prolifico ed apprezzato grazie al suo inconfondibile stile ricco, pastoso, lievitante. La sua frase è stata definita “proustiana” e proprio oggi potrebbe essere a pieno titolo un modello per i giovani con l’aspirazione ad entrare nel mondo della comunicazione e della scrittura creativa onde evitare le secche di una lingua italiana troppo omogeneizzata.

La sua dichiarazione di poetica, ribadita nelle pagine del suo ultimo suggestivo romanzo, Gli altri, Rizzoli 1999, si può sintetizzare con l’espressione “raccontare l’uomo”. Sapeva infatti offrire storie e personaggi, in particolare quelli femminili, sondati con un accurato scandaglio psicologico. Aveva magistralmente affrontato  l’indolenza esistenziale, la violenza repressa, la doppiezza dei sentimenti, la decadenza morale della borghesia prima vesuviana e poi napoletana del Dopoguerra; e comunque era capace di immergere il lettore in un paesaggio fisico e della mente, prorompente e nostalgico, che crea una “nuova regione” nell’ambito della geografia letteraria italiana. Purtroppo negli ultimi trent’anni le sue opere hanno perso appeal fra il pubblico.

Sembra quasi profetica l’esclamazione del critico e scrittore Silvio Perrella con la quale nel 2005, a due anni dalla morte di Prisco, si concludeva la bella e articolata introduzione alla ristampa BUR  di La Provincia addormentata, volume di racconti con cui l’autore napoletano esordì nel Dopoguerra: «Eppure i suoi libri sono in attesa. Bisogna ricominciare a leggerli daccapo !». Tuttavia, e lo sottolinea con rammarico la figlia Annella nel suo memoir, Girasoli al vento. Riflessioni e ricordi su mio padre, edito da Guida lo scorso anno,  a un narratore di razza, come da vivo era stato spesso giudicato, non è stato nel frattempo dedicato neppure un Meridiano.

Nella sua attività fecondissima, che contempla oltre agli undici romanzi, cinque libri di racconti di cui curò personalmente la pubblicazione (La provincia addormentata, 1949; Fuochi a mare, 1957; Punto franco, 1965; Il colore del cristallo, 1977; Terre basse, 1992) i due testi brevi a cui vorrei far riferimento, propongono una tipologia sociologica dei personaggi e un’ ambientazione che si distaccano a prima vista dalla norma prischiana. Forse nei suoi quasi 5.000 articoli (come è riuscito scrupolosamente a calcolare uno dei decani del giornalismo partenopeo, Ermanno Corsi) si potrebbero trovare dei riferimenti a tali elementi, ma la mia lettura non è stata in grado di spingersi così a fondo.

Il racconto Tre righe di cronaca, si trova nella raccolta intitolata I giorni di tutti, edita nel 1960 dalla romana Edindustria Editoriale, frutto di una meritoria iniziativa delle Acciaierie spa Cornigliano di Genova e dell’Ilva di Bagnoli. Infatti le due Società, desiderando inviare una strenna letteraria al proprio personale, fecero stampare trentamila esemplari del libro fuori commercio, arricchendolo con le illustrazioni di Giacomo Porzano, ai tempi collaboratore del settimanale L’Espresso, dove aveva una rubrica molto apprezzata: L’Italia illustrata. 

Quattordici fra i migliori autori dell’epoca proposero un loro testo narrativo sul tema del lavoro. Michele Prisco, opportunamente, volle in parte collocare la sua vicenda nell’ area industriale di Bagnoli, ma collegarla anche all’ambiente di quello che considerava il suo “gaigne-pain”, il suo “secondo mestiere”, cioè la redazione di un giornale. A questa professione, spesso logorante e che gli sottraeva energie alla scrittura creativa, si dedicò con particolare assiduità dal 1953 quando iniziò a collaborare per la “terza pagina” de Il Mattino di Napoli. A questo proposito si è soliti citare un racconto autobiografico, che chiude il libro Il colore del cristallo, intitolato La parabola dello scrittore (1976).

In esso Prisco ricorda l’atmosfera e i caratteri dei testi scritti da lui per il quotidiano fino ai primi anni sessanta: “si trattava in prevalenza di stati d’animo evanescenti o di ritratti e storie di creature che s’abbandonavano senza resistere al flusso della fatalità, che non amavano scostare il segreto della loro intimità, come in un giuoco a nascondere, a velare.”

Poi con l’avvio dell’Italia guidata da governi di Centro-sinistra, il direttore del Mattino richiese un cambio di rotta della” terza pagina”, con articoli che avessero “l’aggancio con la realtà” e un altro tono di scrittura, meno evocativo e più propositivo. Lo scrittore cercò di adattarsi alle novità nella comunicazione giornalistica. Così divenne fino alla fine degli anni settanta critico cinematografico e caposervizio del settore spettacolo sempre del quotidiano di Napoli.

Infine preferì uscire dalle redazioni dei giornali per “non  tradire la propria libertà interiore” e non avere ulteriori costrizioni di tempo e di spazio quando si dedicava a una scrittura prospettica e congruente con la complessità della narrazione. Ma per un’analisi accurata della produzione giornalistica di Michele Prisco, rimanderei al saggio meticoloso e articolato di Alessia Pirro docente all’università di Dublino, Nello spazio d’un mattino, Loffredo editore 2012.

Evito di riassumere le venticinque pagine del racconto, cercando invece di concentrarmi sulla sua intelaiatura e la tipologia dei personaggi. All’inizio su Napoli e sui vetri della fumosa e pigra redazione di un giornale, cade una pioggia accidiosa, monotona. E’ l’elemento naturale che serve a Prisco per rappresentare metaforicamente il torpore delle coscienze, l’apatia che un certo ambiente umano, da lui indagato, ha nello scuotersi dal proprio stato e nel cercare delle vere motivazioni alla propria esistenza. Questa pioggia si potrebbe accostarla alla nebbia, fenomeno rappresentato in tutte le sue sfumature nei racconti e nei romanzi ( Eredi del vento, Rizzoli 1950; Figli difficili, Rizzoli 1954 ) che sono ambientati alla falde del Vesuvio, correlativo oggettivo del torpore, dell’oscuramento avvolgente le anime di molte figure che li animano . Riporto solamente alcuni esempi.

“Tutto sembrò poi assumere gli inconsistenti confini d’una fola. Nella nebbia, i rumori si smorzano: come se li fasciasse un greve torpore impedendone ogni articolazione. La nebbia isola, annulla; chi può dire quand’essa ci avvolse?” Sono i pensieri di Maria Teresa il personaggio principale  di Fuochi nella sera,testo  inserito ne La provincia addormentata. Siamo nella parte finale della storia. Lei è tornata a Leopardi nel palazzo di famiglia, che era stata costretta a vendere tempo prima per allontanarsi dal luogo dove, per una sorta di malia, suo marito Delfino si innamorò perdutamente di Mattea, la giovane moglie di suo fratello Luca. Il ritorno a casa e il riacquisto della proprietà  sono a distanza di tempo il pretesto per un pensoso riesame delle scelte e degli atti che portarono ad una irreparabile dispersione degli attori di quel dramma borghese e sanciscono la riconquistata serenità della protagonista.

“E adesso ritornava anche la nebbia: non ancora fitta e neppure ancora irritante, al palato, ma già abbastanza compatta nella sua immateriale consistenza di vapore biancastro che sembrava avanzare a ondate successive sempre più spesso e sempre più inarrestabile …” Questo è un altro  finale, quello di Una spirale di nebbia, romanzo con cui Michele Prisco vinse il premio Strega 1966. Valeria è stata appena tumulata nella cappella di famiglia dei Sangermano. Suo marito è in carcere perché sospettato di uxoricidio, non sono presenti al funerale i loro tre bambini, né i genitori della vittima e neppure la sua più cara amica, Maria Teresa. La nebbia sta per  nascondere definitivamente le trame di vita di questi e degli altri numerosi personaggi della storia che in tre giorni d’indagine il giudice Renato Marino ha fatto emergere. Il virus del disamore e del perbenismo ha infettato per espansione i nuclei familiari di un certo ambiente borghese e il narratore ne ha definito con  rigorosa e pietosa analisi i motivi e gli effetti. Lette le righe finali, non restano che nebbia e odore di funerei fiori sul punto già di marcire.

Ritornando a Tre righe di cronaca, la routine e la “bonaccia” di notizie che caratterizzano il sabato sera di una redazione di un quotidiano, hanno come intorpidito le coscienze dei giornalisti in servizio. Bisogna però chiudere l’ultima pagina e dalla tipografia arriva la sollecitazione a trovare una notizia qualsiasi di poche righe. L’io narrante, Mario Masucci, scova sul tavolo fra i fogli della telescrivente una notizia di cronaca. La rielabora in un breve “pezzo” : “Ieri mattina l’operaio Antonio Di Lea di anni 59 addetto agli altiforni dell’Ilva è rimasto vittima d’un mortale investimento in via Nuova Bagnoli mentre si recava al lavoro, proprio davanti all’ingresso dello stabilimento …”. Scende in tipografia. Il capo tipografo lo trova “perfetto” e la linotype ingoia il foglio, facendolo diventare caratteri di piombo, pronti per la stampa.

Il lavoro è finito. Ma tornando a casa, la coscienza vigile e critica del giornalista, vero alter ego dell’autore torrese, non accetta di “liquidare in solo tre righe la vita di un uomo”. Quelle poche frasi di cronaca gli sembrano ”impietose nella loro laconicità”.

L’indomani, perciò, avvia la sua quête, ponendosi all’inizio queste semplici domande:  come passa una famiglia operaia la domenica? com’è il rione di Barra dove la famiglia Di Lea vive, e il borghese Masucci non ha mai messo piede? come è fatto il loro appartamento Ina-Casa, che si trova  in quei “caseggiati a più piani e a più scale, coi balconcini squadrati e rigidi, la facciata calcinata d’un bianco spento e poroso” (pg. 199)?

Quasi condottovi dagli automatismi della mente, si troverà sulla soglia della camera da letto dove il morto è stato composto e ascolterà i lamenti della vedova e scambierà delle parole di circostanza con qualcuno degli astanti. In particolare, è attraverso la testimonianza della giovane assistente sociale che ci vengono proposti i primi significativi tasselli della vita semplice e laboriosa di Antonio Di Lea. Ma tutto è sempre filtrato attraverso il punto di vista dell’io narrante. In questo modo i due mondi, quello operaio e quello borghese, mostrano le loro convergenze e le loro differenze in un’ epoca, quella del “miracolo economico italiano”, in cui esse si andavano smussando e in qualche misura omologando. Le grida disperate e il trambusto, conseguenza dell’uscita del feretro dall’appartamento, permettono a Masucci di lasciare indisturbato il luogo. Presa la sua “cinquecento”, si apparta sulla balaustrata della Rotonda di Posillipo. Da lì, con occhi nuovi, osserva l’Ilva di Bagnoli. E con pochi tocchi Prisco sa proporre un panorama dell’ “altra” Napoli, non scontato ed oleografico, ma inconsueto e inquietante.

L’unica occasione in cui nei suoi testi aveva ancora accennato a Bagnoli, era stata in una novella di Fuochi a mare, intitolata Paolino (1952): “Lavoravo all’Ilva di Bagnoli, quando partii [per la guerra]. E adesso l’Ilva è chiusa. Staremo a vedere.“  Così dichiarava l’uomo che aveva portato alla mamma di Paolino una lettera del marito, suo compagno di prigionia, anticipandole l’imminente ritorno a casa.

Si chiudono con lo sguardo fisso e sgomento del giornalista su “ lo spettacolo inconsueto di quel cantiere che continuava la sua attività ininterrotta nonostante la morte di un uomo …” (pg. 206), il prologo e il primo “atto” di questo dramma operaio.

Nella seconda parte, il giornalista, spinto da una specie di senso di colpa, accentuato dal fatto di essersi dileguato da quella casa al momento del funerale senza andare a fondo sulla vita di Antonio, qualche giorno dopo ritorna per intervistare la vedova, Giuseppina Di Lea. Sono sequenze dove si riconosce la penna amorevole di Prisco verso la parte sana e onesta del popolo napoletano, dove il protagonista, Mario, quasi scompare, tranne che nel momento delle domande per far riprendere lena al racconto della donna, e dove si delinea un modo di vivere sobrio, quello della famiglia Di Lea, che è stato appena toccato dal consumismo dilagante di quegli anni di ripresa economica.

Ma dovesse chiudersi così, l’inchiesta proporrebbe un quadro troppo idillico e consolatorio. Ecco dunque il “terzo atto”, con il conseguente epilogo.

L’ambiente muta nuovamente. Dall’interno di una dignitosa casa operaia, veniamo trasferiti l’indomani nei pressi della acciaieria. Il cronista ha deciso di sentire anche il primogenito dell’operaio modello Antonio, Vincenzo Di Lea. Come il padre lavora all’Ilva, svolge una mansione delicata: quella del gruista (“sono quelli che stanno appesi nelle cabine dei carri ponte, sono loro che li manovrano e fanno scendere le gru stripper a prendere i lingotti infuocati per portarli nei forni …”).

I due si incontrano durante una pausa, fuori dalla fabbrica, e si dirigono, per essere più appartati, verso la spiaggia. Il paesaggio è melanconico, tutt’altro che da cartolina. Il mare lascia sulla sabbia “un grumo di bollicine dense come una bava”, ed è grigio come il cielo carico di nuvole.

Sembrano scomparsi il blu e il verde che erano i colori onnipresenti del cielo e del mare, delle pinete e dei boschi di tante precedenti pagine prischiane ambientate nelle zone di campagna alle pendici del Vesuvio. Essi erano dei “colori di fondo” che influivano anche sull’umore e sulle passioni delle persone che in quel paesaggio vivevano ed agivano. Alcune di queste esistenze sembravano raggiungere per brevi attimi una intensità paragonabile al cielo vesuviano delle giornate terse e poi impallidire come l’orizzonte al tramonto. Si può dire che avessero una vitalità come le chiome dei pini marittimi a settembre, per poi appassire come una rosa in un bicchiere senz’acqua.

E poi viene settembre: io lo avverto senza guardare le foglie che illanguidiscono il verde o il cielo che sgombra i morbidissimi cirri per farsi smaltato…
Chi percorre la zona che si adagia alle falde vesuviane, noterà un gruppo di borgate interrotte o separate tra loro da colline di pini o castagneti o altre zone altrimenti boschive …”
[da L’altalena, in La provincia addormentata]

A poco a poco Vincenzo farà al giornalista una rivelazione amara e disperata su quella mattina dell’incidente mortale a suo padre. Ma lascio al lettore scoprirla. Mi limito ancora a precisare che, come in altri contesti narrativi di Prisco, c’è un testimone involontario, silenzioso, sfuggente di questa confessione: un bambino (“… ci guardava ma come se continuasse a rimuginare i suoi pensieri, che non erano, o non dovevano essere, pensieri di giochi e di innocenza, ma già un cumulo di preoccupazioni dalle quali egli si difendeva con quella inerte indifferenza”. Forse in questo racconto la figura del fanciullo potrebbe essere intesa come lo sguardo dell’opinione pubblica, appannato e svagato, che il bravo giornalismo deve saper rendere critico e attento.

La conclusione riprende il vivace, autoironico schizzo iniziale  di una redazione di giornale, dove Prisco per tanti anni fu di casa, e riporta il protagonista alle sue solite incombenze, ma con un senso di soddisfazione per il lavoro compiuto e di serenità, che gli fa percepire perfino la pioggia che ancora continua a cadere su Napoli, più “intima” e “tiepida”.

Nel gennaio del 1953 per merito di Leonardo Sinisgalli, intellettuale poliedrico e direttore della rivista Civiltà delle macchine finanziata dal gruppo industriale pubblico Finmeccanica, si inaugurò la rubrica Visite in fabbrica. Forse per la prima volta in Italia scrittori di fama come Gadda, Ungaretti, Prisco, Arpino, Caproni, de Libero e artisti affermati come Cantatore, Gentilini, Mafai, Turcato, Tadini  venivano sollecitati ad osservare e a descrivere in presa diretta il lavoro produttivo degli operai per valorizzarne la maestria e la creatività.

Nel quinto numero di quell’anno venne inserita la testimonianza di Michele Prisco. Nel sottotitolo si legge: “Qual è la vita di uno stabilimento che produce macchinari visti altrove in azione? Uno scrittore napoletano parla della F.M.I. fabbrica napoletana di macchine.”

Il titolo è invece piuttosto allusivo: “Una realtà e una retorica”. Probabilmente vuole mettere in guardia dai tanti stereotipi sulla realtà partenopea. Non i panni stesi allo stentato sole dei vicoli, non le passeggiate rilassate a via Caracciolo, non le voci modulate dei venditori ambulanti d’ogni tipo, ma la periferia della città con le sue industrie. Paesaggi particolarmente amati dai poeti, annota di sfuggita Prisco, nelle intense sequenze iniziali dell’articolo che ha la grana dei suoi migliori racconti, a dimostrazione del fatto che Napoli  va considerata una città “totale” e non una gouache.

La visita, poi, sotto la guida premurosa e affabile dell’ ing. Fonseca, una sorta di Virgilio per lo scrittore impacciato e sorpreso in un ambiente a lui non familiare (e l’accostamento con il personaggio di Mario Masucci quando si reca a Barra e Bagnoli, è evidente), procede dalla sala progetti ai vari capannoni della fabbrica. Ad esempio, nel deposito, dove si raccolgono i vari pezzi delle macchine da assemblare che si distinguono per la varietà di colori, si percepisce “un’aria gaia, quasi da fiera dei giocattoli”. Mentre  nel capannone collaudo i macchinari che selezionano le cartucce buone da quelle difettose  scorrono come i carrelli sull’ottovolante. Quando, infine, lo scrittore conclude la visita andando alla Cirio per osservare in azione le macchine per scatolame che sempre la F.M.I. produce,ecco in un enorme padiglione come fossero sulle “montagne russe, le scatole salivano, scendevano, rimbalzavano lungo le guide …” e “a vederle m’incantavo come un bambino.”

Dunque Prisco sembra voler prediligere lo sguardo immaginoso del bambino per suggerirci le sue reazioni ed impressioni in una fabbrica; e in questo modo rendere un ammirato riconoscimento al mondo della tecnica, ma scevro da retorica come Bruno Munari già dagli anni Trenta aveva proposto con le sue macchine “inutili” e fantasiose.

Il suo “pezzo”  venne pubblicato nello stesso numero della rivista nel quale il pittore romano Mario Mafai (1902-1965) corredava le sue impressioni sugli Stabilimenti Meccanici di Pozzuoli con disegni dove la luce mediterranea sembra ammorbidire e dare respiro alle imponenti costruzioni e ai macchinari di questa azienda. Con un apparentemente semplice dettaglio narrativo anche Michele Prisco nel suo articolo aveva umanizzato la  fabbrica:  due gattini all’interno della  F.M.I. sono coccolati, nota, da tutti gli operai, perché anche loro lì svolgono una mansione non trascurabile, cioè dar la caccia ai topi.

Se è vero, per concludere, che “per uno scrittore un romanzo è, così ancora ritengo, la scalata di una montagna (o il tentativo di erigerla), i racconti, immagino, devono rappresentare per lui, tanto per restare nella stessa metafora, le terre basse da poter attraversare più agevolmente lungo il suo itinerario umano e di lavoro […]” (dalla raccolta Terre basse, nel racconto Le fotografie, 1991), allora bisogna riconoscere, la conferma spero sia venuta dalle due brevi analisi proposte, che questo settore della sua produzione letteraria offre territori ancora meritevoli di essere perlustrati.

Napoletano di nascita (1946), triestino di formazione, ho svolto la professione di docente soprattutto al liceo Niccolò Machiavelli di Pioltello (MI). Dopo la pensione, simile ad un cucciolo di “bracco letterario”, ho portato qualche articolo su siti culturali come “La Ricerca-Loescher”, “Adista”, “Minima&Moralia”. Ho pubblicato sul web un saggio su narrativa e cibo nella Cina degli anni ottanta. Collaboro a varie iniziative culturali del territorio (hinterland est milanese) in cui vivo.
Commenti
6 Commenti a “Le Terre basse sono ancora fertili: l’”Officina” di Michele Prisco”
  1. Sandra scrive:

    Bellissimo articolo: ricco, avvincente, esaustivo. Restituisce con precisione e grande garbo il tratto stilistico e narrativo di Prisco. Grazie a Gennaro Rega per questo piacevole articolo.

  2. Pilar scrive:

    Commento e racconto si fondono nel bel pezzo di Rega che trascina a letture e riletture di un autore straordinario.

  3. Marina Falcone scrive:

    L’invito a riscoprire la particolarità e la ricchezza della scrittura di Prisco è condotto quasi con amorevole delicatezza.
    I temi nuovi da cui ripartire vengono trattati con sapiente attenzione. E viene voglia di attraversare le terre basse per poi recuperare le vette che la distrazione del tempo ha come appannato.

  4. daniela micci scrive:

    La riflessione su Prisco ha smosso la mia pigrizia di lettrice con scarse curiosità letterarie, in breve mi ha incuriosito quel vuoto nel racconto Tre righe di cronaca. Il dialogo tra Vincenzo e Masucci, abilmente saltato, penso che andrò a leggerlo; in effetti fino a quel punto la situazione- scene del funerale, figura di Giuseppina, così frugale e “umile”- profumavano troppo di “idillio” ideologico, scontato che ci deve essere l’altra faccia della realtà. Se l’idea del commento di Rega era suscitare la riscoperta di Michele Prisco quale scrittore allora si può dire che per la scrivente è riuscito.

  5. nino leone scrive:

    Grazie per aver ricordato Michele Prisco accoratamente. Con lui, io, Bruno Di Pietro, oggi poeta riconosciuto, e Peppe Tortora, orai autore Rai, abbiamo condiviso gli ultimi quindici anni di vita, attività artistica e la nascita dei suoi ultimi quattro libri, tra cui anche Terre Basse. E che discussioni su quel titolo: ovviamente aveva ragione lui, come si percepisce anche dall’articolo.
    MP fu autore prolifico, plurimo, meno proustiano di quel che si crede, se non per rimandi stilistici, che in ambito europeo gli avrebbero assegnato lo scranno di una Dickinson, come già accaduto a Deledda con il Nobel – verso cui si diceva dichiarava riconoscente – ma siamo a prima della II Guerra Mondiale e il mondo non è ancora spartito tra “questi e quelli, i nostri e i loro”, e così gli scrittori, la letteratura, da cui scaturì la rumorosa contestazione degli “einaudiani” la sera del Premio Strega 1966. Una ferita che a 30 anni di distanza ancora lo angustiava per la faziosità e la mancanza di rispetto per chi vive la scrittura come impegno umano e non ideologico.
    Trovo infine giusto indicare MP come «modello per i giovani con l’aspirazione ad entrare nel mondo della comunicazione e della scrittura creativa» sia per la varietà lessicale dello scrittore – l’aggettivo “rorido” ormai sparito, appare nell’Iliade, in un racconto del 1906 di Deledda e in “Inventario della memoria” di MP, un volume edito espressamente per medie e ginnasio! – sia per il sincero sentimento ecologista, chiamato allora “naturalismo”, esposto senza bisogno di sbandieramenti.
    Il vecchio cieco – da Gli eredi del vento – che tende trappole ai cardellini nella pineta di Trecase e gli alberi chiamati sempre per il nome della specie rendono perfettamente l’idea dell’ottima convivenza e del rispetto per l’ambiente in cui le storie accadono.
    Grazie ancora.

  6. Perla Sciretti scrive:

    proprio in un momento nel quale si persegue la rarefazione delle attività scontestualizzandola dalla esigenza monacale di contrasto alla pandemia, ipotizzandone una qualità vivificante, il richiamo all’opera di PM appare attualissima.
    La ricerca di elementi di verità sulla quotidianità degli altri, il perseguire con curiosità l’obbiettivo di conoscere l’uomo, per arricchire sè, non può che passare dal contatto non mediato e dalla com -passione diretta. Per chi, come me, gli anni della formazione li ha vissuti in ambiente bilingue, l’approfondimento delle Terre Basse potrà condurre a prospettive nuove e vitale. Grata al Prof. Rega!

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