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Le troiane

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di Valeria Parrella

(fonte immagine)

È la seconda volta in pochi giorni che il ministro dell’interno di uno Stato democratico si libera della responsabilità di governare degli esseri umani. Nella vicenda Aquarius si è delegittimato della responsabilità di salvare delle vite umane: di accoglierle per poter poi decidere del loro bene. Nel caso di Saviano si è delegittimato della responsabilità di difendere un suo cittadino.

Nella vicenda Aquarius la auto-delegittimazione è avvenuta nei confronti di guerre e fame che, ove non fossero colpe che già da sole ricadono sul mondo occidentale (ma lo sono), sarebbero ascrivibili al concetto di “destino”.

In entrambi i casi il ministro dell’Interno non ha ritenuto di essere un uomo, perché l’Uomo o cerca di rimediare all’errore iniziale, reputando che sia stato di altri da sé, oppure tenta di governare il caso. Lo spiega così bene Jonas ne “Il principio responsabilità”: che il padre di famiglia e l’uomo di Stato sono l’imago del divino. Ecco: il ministro dell’Interno ha deciso di non essere né padre di famiglia, né uomo di Stato. Nel caso di Saviano non si è assunto la responsabilità di difenderlo dall’antistato: il più pericoloso nemico di uno Stato. Ergo, si è delegittimato dall’essere Stato.

Può un ministro della Repubblica non essere né padre di famiglia, né uomo di Stato?

La risposta sembrerebbe, in questa lettura, appartenere al teatro greco: ciascuna donna Medea, ciascun barcone Le Troiane. Saviano è la tragedia del singolo, dell’eroe costretto a scappar lontano, inseguito senza tregua.

La differenza, per i cittadini che vi assistono, l’unica a cui gli italiani hanno il magnifico diritto di appellarsi, è che l’Italia è una democrazia. Che il tiranno è stato già ucciso: e manifestando in modo sincero, pacifico e compatto ciò che si ritiene essere libertà (come è stato per il gay pride) si torna immediatamente liberi, ci si può alzare dalle gradinate del teatro e contribuire a mettere fine alla rappresentazione.

Commenti
5 Commenti a “Le troiane”
  1. Andrea scrive:

    Buone ragioni (come non essere d’accordo a livello umanitario) ma completamente prive di senso politico e geopolitico.
    Retorica pura? Si legga ad esempio “Sappiano le mie parole di sangue”, non perché crediamo che l’autrice in questo caso sia falsa e ipocrita, ma lo stesso, al di là della critica a Salvini, parleremmo di pericolosa mancanza di avvedutezza politica!
    Non è un gravissimo problema civico e sociale avere in Italia intellettuali che non vanno mai oltre la retorica e l’ingenuità?
    Abbiamo poi davvero il coraggio di nominare questa assenza statuale democrazia…?

  2. Tina Saccomanno scrive:

    Queste osservazioni potrebbero essere considerate giuste se estese anche alle altre nazioni, e non riservate solo all’Italia.

  3. Gabriella scrive:

    I commenti sono spaventosi. Nel senso che spaventano. Gridare al raziocinio contro l’intellettuale,alla così detta ragion politica( che qui politica nemmeno è) contro la speculazione delle idee ricorda quei tempi passati, che, lo so, proprio i due commentatori che mi hanno preceduta, bollano come un passato che non può tornare. Eppure proprio quello che hanno scritto a commento dell’articolo già quei tempi passati fa rivivere. Irrimediabilmente e senza che loro stessi( i commentatori) se ne avvedano.

  4. Andrea scrive:

    Gabriella ciao, io potrei essere d’accordo con quello che scrivi, però il rischio resta altissimo; se l’intellettuale, come sembra, non vive in una torre d’avorio, oltre a non trattener strali, sarebbe credo opportuno conservasse entrambi i termini dell’inevitabile opposizione dialettica, così da non perdere l’orizzonte di un discorso ampio e complesso: da una parte l’uomo sopra ogni cosa, al di là del processo storico in atto (leggi ad esempio Camus); dall’altra ciò che avviene nel presente storico a un livello politico, culturale, sociale e geopolitico, ovvero la strumentalizzazione della disperazione, che avviene per guadagno a un livello abbastanza basso e finalizzato più o meno quasi esclusivamente a questo, mentre viene corroborata a un livello più alto – sintetizzo – per inverare quello che è il fine strategico della logica neoliberista: il libero scambio delle merci e degli uomini in uno spazio senza confini. Voglio dire che non possiamo permetterci di essere ingenui e che dovremmo tenere conto di tutti i termini del problema.
    Sì, noi italiani abbiamo un dna estremamente variegato, frutto di incontri proficui e vitalissimi e siamo “avveduti” del fatto che un atteggiamento di chiusura non può che danneggiarci sul lungo termine, ma il problema più grave oggi è non cogliere i disegni strategici che muovono questi falsi, sì, del tutto ipocriti progetti umanitari (le Ong), non capire che molti valori democratici oggi sono veramente, profondamente sotto attacco perché sono strumentalizzati ipocritamente, o come direbbe Lacan, subordinati al discorso del capitalista. Non solo attacchi dunque, ma critiche, problematizzazioni!

  5. Engy scrive:

    oddio che spavento Gabriella!
    Furio Colombo, evidentemente spaventato quanto e più di te, ha definito Salvini “L’Eichmann italiano, che in pochi giorni ha deformato il volto del Paese”.
    Poi vabbè, è lo stesso Furio Colombo che a proposito della vicenda di Capalbio che disse no a una cinquantina di disgraziati perchè rovinavano l’appeal del (l’esclusivo) luogo, ebbe a dire, porello:
    “….il buco nero delle prefetture. Dall’alto di una struttura autoritaria creata abolendo le Province, si buttano addosso ai Comuni anche piccoli e piccolissimi, del tutto ignari e del tutto impreparati, un numero a scelta di migranti (decide il funzionario di turno, pur di eliminare l’ingombro stradale) senza selezionare famiglie, bambini o uomini soli, o badare alle affinità regionali, culturali, di lingua. …”
    E sottolineo le affinità regionali, culturali, di lingua….
    bene, avanti così….!

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