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Le vacanze della pandemia

di Daniele Manusia

In spiaggia, mi godo uno dei pochi momenti tranquilli, in cui mia figlia di un anno e mezzo passeggia con la nonna  sul bagnasciuga. Sono molto fiero di me perché nei giorni passati le facevano male i sassi sotto ai piedi, a mia figlia, e oggi che le ho messo le méduse cammina volentieri. O meglio, ondeggia sulle gambe ancora incerte come una piccola ubriaca. Sento che potrei addormentarmi a breve e, in questo periodo in cui dormo così male la notte, un po’ di mio, un po’ perché a mia figlia stanno spuntando gli ultimi denti, mi farebbe bene lasciarmi andare in un vuoto piacevole. Un attimo prima di andare sono nuovamente vigile, totalmente presente a me stesso. Improvvisamente mi sento come se mi fosse tornato alla mente un appuntamento che avevo dimenticato. Sono sicuro che si tratti di un momento tranquillo? Esistono ancora momenti tranquilli? Posso considerarla una vacanza, questa, se l’etimologia stessa della parola richiama la possibilità di vacare, essere vuoto appunto, andato, libero? Mi guardo intorno, nessuno indossa la mascherina in spiaggia, sulla riva è pieno di persone in piede, adulti con bambini, adulti con adulti, persino anziani. Metto in questione la leggera brezza che soffia da est e che mi fa tollerare il calore del sole: è un sollievo o, al contrario, portatrice di male, considerando che anche a pochi metri da me, sedute delle sedie da campeggio, delle persone stanno parlando? Adesso il volume della loro voce mi dà fastidio, mi chiedo se il fatto che possa sentirli così bene significhi che sono a portata di virus, se starei più tranquillo se abbassassero la voce.

Mi viene in mente un numero, anche se lo penso come una parola. Cinquemila. Quando sono arrivato in Costa Azzurra, il 15 agosto, c’erano poco più di duemila nuovi casi di positività dichiarati al giorno; una settimana dopo, il 21, sono più di cinquemila al giorno. È notizia di pochi giorni fa che il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha annullato il proprio matrimonio, organizzato in un paesino medievale non lontano dalle Gole del Verdon, che a loro volta non sono lontane da dove sono io, perché le autorità belghe hanno classificato tutta la zona come “rossa”, e quindi gli sarebbe toccata la quarantena al rientro. Un po’ come i turisti inglesi che per evitare la quarantena fanno scalo in Italia. Io vengo qui tutti gli anni, da più di dieci anni, nell’unica casa vacanze di famiglia di cui disponiamo. Mia moglie e mia figlia, di un anno e mezzo, erano partite con una settimana di anticipo, dopo aver passato tutto il mese di luglio e l’inizio di agosto nel caldo di Roma, con l’asfalto che si scioglieva sotto i polpastrelli del nostro cane nelle ore più calde. Quando sono arrivate in Francia loro, il 5, c’erano poco più di mille e cinquecento nuovi casi di Covid 19 al giorno. In Italia anche sono saliti i contagi, ma sono ancora meno di mille al giorno. Mi consolo pensando  che l’età dei nuovi positivi è più bassa, i tracciamenti sono fatti meglio e la situazione con i ricoveri è sotto controllo, ancora, in Francia come in Italia, e la “curva dei decessi” non sale, ancora. Ma insomma tutto questo non toglie di mezzo il problema principale: in questo preciso istante mi potrei ammalare di un virus ancora sconosciuto e difficile da curare, terrificante anche nei casi non mortali. La nonna di mia figlia si può ammalare proprio facendo quella passeggiata, ma sembra che solo io in tutta la spiaggia ci stia pensando.

Nel piccolo paese del Var dove mi trovo ci sono cartelli che indicano l’obbligo di mascherina alle due estremità della strada litorale che lo attraversa, ma vale solo nella piazza pubblica e nei piccoli commerci. In spiaggia no e tra la nonna e le zie si discute di questa ipocrisia sotto l’ombrellone. Ma chi gli vieta di indossarla anche in questo momento? Non capisco se per loro il problema è che le misure sono troppo lasche o che, al contrario, tanto vale non prenderne alcuna. Sarebbero più felici se, coerentemente, fosse limitato il numero di persone in spiaggia e magari fossimo noi a dover restare fuori? Mentre aspettavo che mia moglie facesse la spesa, il pomeriggio prima, mentre tenevo occupata mia figlia su un piccolo spazio sabbioso per giocare a bocce che di sera si riempie di vecchi amici, vedo un uomo con i capelli bianchi in bicicletta avvicinarne un altro pelato nel parcheggio. Quello in bici dice che non lo aveva riconosciuto. L’altro indossa la mascherina, eppure una volta vicini si baciano e si stringono la mano, una di quelle strette in cui si fa fatica a lasciare la presa, in cui le dita dell’uno restano nella mano dell’altro mentre si parla. All’interno del giornalaio non c’è nessun limite di persone, anche se tutti tengono la mascherina, mi sono affrettato a scegliere un libro nuovo per mia figlia la sola volta che ci sono entrato. In un altro giorno ho notato che al supermercato le cassiere sono protette da una tendina di plastica, ma i clienti ci si affacciano per recuperare i prodotti e metterli nelle proprie ceste. I camerieri del ristorante con chiosco in spiaggia, che gestisce anche gli ombrelloni (alla solita distanza di tutti gli altri anni, cioè quasi gli uni sopra gli altri, altro che plexiglass) si alzano la mascherina solo con i clienti che ce l’hanno, sembra una strana forma di educazione la loro, più che una vera e propria precauzione. Alcuni di loro hanno una specie di piccola visiera attaccata a degli elastici da mascherina, che gli copre solo la bocca. Se le guardi bene sulle visiere si vedono quelle gocce che potrebbero portarti la morte.

Cosa significa convivere con una pandemia? Pensarci di continuo come faccio io o dimenticarsene, come sembrano fare quasi tutti gli altri intorno a me, persino la famiglia di mia moglie? Fino a quanti morti al giorno possiamo non pensarci, io, te, il nonno, la nonna, e da che punto invece diventa un problema collettivo? Non dovremmo pensarci sempre, tutti, almeno un po’? E se non ci pensano tutti almeno un po’ non è forse normale che alcuni ci pensino troppo? È perché in Francia non hanno vissuto il trauma che abbiamo vissuto noi italiani, l’attesa del referto quotidiano sperando che quel giorno fossero morte meno di mille persone? Eppure un loro amico di famiglia è stato settimane in ospedale, l’ex datore del figlio è morto, e aveva cinquant’anni ed era in forma. Anche qui una spiaggia a poca distanza, in cui gli anni passati andavamo almeno una volta a pranzo, è stata chiusa perché uno dei dipendenti era positivo. Sono consapevole di essere, se mi perdonate l’espressione, una scopa in culo in questi giorni, forse lo sono sempre. A cena, durante una discussione in tema, il padre di mia moglie mi ha detto: “Ma se i morti non salgono potremo essere ottimisti?”. Io ho risposto solamente: “No”. Che c’entra l’ottimismo con una cosa che conosciamo già ed è tremenda, con un pericolo che dobbiamo tenere lontano? Se nessun uomo è stato mangiato dai coccodrilli in questa zona, e vedo un coccodrillo a bordo strada, posso essere ottimista e andarlo ad accarezzare? Mi pare evidente, inoltre, che se i nuovi contagiati continuano a salire presto salirà anche il numero dei ricoverati e dei morti, è solo questione di tempo. Ma loro tengono conto di quello che gli pare. Le riviste scientifiche, “alcune”, specificano, pubblicano su pagamento: e allora è una buona ragione per eliminare la differenza tra uno studio e un’opinione. Di conseguenza può sembrargli credibile un articolo del Figaro in cui si dice che il virus “potrebbe” essere mutato, anche se non c’è nessun test che lo provi. Provo a buttarla sulla classica scommessa di Pascal: prendete tutte le precauzioni possibile, se poi il virus è davvero mutato o – miracolo! – sparisce, sarete comunque felici e vi dimenticherete all’istante delle vostre piccole rinunce; se tra un mese ci saranno le file di ambulanze davanti agli ospedali, come sappiamo che ci sono state, allora i vostri sacrifici assumeranno un valore ancora più grande. Niente. “Scommettiamo che tra un mese non ci saranno le centinaia di morti che dici?”, mi propongono loro. Figurati se scommetto su una cosa del genere. Mando un messaggio desolante a un amico, divulgatore scientifico, che prova a consolarmi: “È proprio un virus strano, è complicato anche conviverci. È tutto diluito, però può esplodere da un momento all’altro. Io starò attento nell’incontrare i miei ma a parte quello non ho molta paura per me, né te dovresti avercela per te”.

Ho letto un’intervista del filosofo Emanuele Coccia sul settimanale del Corriere della Sera, in cui dice che “per l’evoluzione cooperare è meglio che competere”. Emanuele l’ho conosciuto perché vive a una strada di distanza dalla madre di mia moglie, a Parigi. Gli vorrei chiedere, ma come facciamo a cooperare se non possiamo fidarci neanche della nostra famiglia? Io di solito a chi utilizza la “storia” per giustificare discriminazioni, ingiustizie e persino guerre, rispondo tirando in ballo i primi utensili che la nostra specie ha usato e che sono stati ritrovati in parti del mondo lontane, segno che la nostra civiltà comincia dal sapere trasmesso oltre che dalla supremazia del più forte o più furbo. Siamo le scimmie di Kubrick, d’accordo, ma siamo anche quella quasi-scimmia che in possesso della tecnologia, anziché utilizzarla per ammazzare un’altra quasi-scimmia, si mette lì a spiegare come ricavare una lama da una pietra tonda per cacciare. Ma questo virus, al di là davvero di ogni retorica, ha mostrato come la nostra società individualizzi tutto della vita, compresa la morte. Il nonno di mia figlia, che Emanuele deve incrociare spesso senza saperlo, parla a mezzo metro di distanza con la persona che si occupa del pontile di attracco alla spiaggia. Nessuno dei due ha la mascherina, io guardo i capelli del tizio con cui parla mio suocero e mi dico che il vento tira in direzione opposta, che dovremmo stare tranquilli. Quando torna, racconta che l’altro addetto al pontile è malato. Chiedo cos’ha. Non lo sanno, ma sarà sicuramente un “rien du tout”.

Davanti a me – sono sempre in spiaggia, mentre mia figlia cammina in ammirazione della spuma che le sommerge i piedi perfetti e le méduses – passa una coppia di sessanta-settantenni. Il primo è sorprendentemente palestrato, con la vena in rilievo sui bicipiti gonfi e gli addominali concavi, come una parete obliqua da scalata, sopra il costumino alzato sui fianchi. Il secondo mostra tutti i sui sessanta-settant’anni. Passano chiacchierando tra le persone ferme sul bagnasciuga e si dirigono al chiosco del ristorante, poggiati al davanzale chiedono un pastis, o magari un Nespresso, al cameriere che con loro tiene la mascherina al mento. Penso a quella anziana truccata che Pirandello trovava comica, ma in questo caso mi pare non ci sia niente da ridere. C’è qualcosa oltre quella riflessione che, per Pirandello, era la traccia dell’umorismo, il “sentimento del contrario”, c’è la domanda se dietro l’ideale amore per il proprio corpo che quel vecchio palestrato mette in mostra, non si nascosta la volontà, illusoria ma fino a un certo punto, di tenere lontana la morte, la paura quindi del proprio corpo. Se non ci sia un collegamento tra quei muscoli con cui si illude, sempre fino a un certo punto, di morire più tardi del suo amico, e la serenità con cui si aggira senza mascherina tra gli aerosol altrui. Altrimenti, c’è una contraddizione evidente tra l’amore per il proprio corpo – quel senso di proprietà che rivendichiamo sulla nostra stessa carne e che in teoria la nostra società esalta fino all’ossessione, con il crossFit, la chirurgia estetica, le diete e tutte le attenzioni alimentari più o meno recenti – e la scioltezza con cui corre il rischio di farci entrare, in quello stesso identico e unico corpo, un virus che coagula il sangue negli organi vitali. Con un po’ di immaginazione io posso vedere le nuvole di aerosol come nelle simulazioni grafiche che ci hanno fatto capire quanto sia importante indossare la mascherina. La loro serenità è in sé falsa, un delirio, o del tutto giustificata nel caso in cui saranno tra i   sopravvissuti? Finché saranno/saremo tra i sopravvissuti, cioè? La scommessa di Pascal forse loro la fanno al contrario: non cambiare niente della tua vita, goditela egoisticamente a pieno finché sei sano, e se ti ammali in ogni caso non può andarti peggio di morire, che poi in fondo è quello che prima o poi capita a tutti.

Tutti i giorni, una coppia di anziani scende in spiaggia con quelli che probabilmente sono la loro figlia e il loro nipote adolescente. Tengono la mascherina anche sui lettini, che gestiscono come fosse una battaglia di campo: i due materassi esterni, confinanti con dei bagnanti estranei, li prendono i due più giovani, i genitori anziani stanno in mezzo. Si tolgono la mascherina solo per il bagno. Io spingo il bottone della doccia con la coscia, quando mia figlia tocca la scaletta di metallo del pontile ci penso finché non abbiamo camminato all’indietro tutta la spiaggia fino al distributore di disinfettante pubblico. Troppo? Non mi tolgo la sabbia dagli occhi se non sono sicuro di avere le mani pulite. Mi cospargo di gel igienizzante per mangiarmi le unghie, anche se hanno un sapore schifoso (non me le mangio certo perché sono buone, in ogni caso). Mia figlia piange perché non la faccio entrare nello spazio comune con i giochi, dove altri bambini ridono, per fortuna le passa subito. A volte mi chiedo se non dovrei costringere mia moglie e mia figlia a tornare in anticipo a casa, a Roma. Dovrei prendere una di quelle decisioni drastiche che si prendono solo nei film, facendo una scenata e tutto con il rischio che sia inutile o che sia, comunque, troppo tardi? Dovrei fare una cosa di mezzo, tipo chiederle di parlare con la zia venuta in treno da Parigi da due metri di distanza? E come faccio con la piccola? Ho pensato anche di metterla in questi termini a mio suocero: o vedi un po’ più da lontano tutti tranne tua nipote, oppure puoi continuare a parlare da vicino con tutti tranne che con tua nipote. Troppo?

Nei primi giorni di soggiorno mi ero sorpreso del fatto che la spiaggia fosse piuttosto vuota. Mi ero illuso che molte persone stessero prendendo precauzioni migliori delle mie ma uno dei camerieri, un italiano di Milano che fa lo stagionale in Francia da anni, mi spiega che era solo perché  soffiava il Mistral, il vento freddo da Ovest che innervosisce il mare e alza gli ombrelloni di quella spiaggia che il comune deve rifare tutti gli anni, perché le maree invernali se la mangiano. Da quest’anno hanno creato una barriera artificiale e il problema dovrebbe essere risolto ma la sabbia non tiene ancora gli ombrelloni se il vento soffia forte. Ricordo un pomeriggio di qualche hanno fa, quando su un’altra spiaggia un ombrellone volante si è conficcato a pochi metri dalle nostre teste. Dalle teste dei miei suoceri e di mia moglie, cioè, io ero in acqua e non mi sono accorto di niente. Il padre di mia moglie è rimasto scosso tutto il giorno, diceva che aveva protetto male la sua famiglia. Evidentemente gli fa più spavento la possibilità che un ombrellone lo trafigga, lui o qualche persona da lui amata, e quindi sotto la sua giurisdizione, che che un virus che ha già ucciso centinaia di migliaia di persone. Oltretutto ha anche avuto una polmonite piuttosto grave quando mia moglie era piccola e da quando lo conosco sta attento a non prendere freddo.

Passano tre ragazzi giovani, due ragazzi e una ragazza. Uno di loro ha i capelli ossigenati, la camicia a maniche corte aperta sulla pancia piatta, bianchissima e costellata di nei, con gli occhiali da sole tondi sembra la caricatura di una rockstar. Tutti e tre hanno tatuaggi indie: tazzine di caffè, scheletri ironici, animali selvaggi stilizzati. Io generalizzo, ma ognuno di quei tatuaggi deve avere un significato proprio, una storia, proprio come i tre ragazzi si portano dietro una storia che comprende ultimi mesi difficili come i miei, storie che però non conoscerò mai. I loro corpi sono attraenti, ovviamente. Anche io coltivo l’illusione di appartenere ancora alla gioventù, la ragazza si spoglia e resta in topless, col costume di sotto arrotolato per eliminare un ulteriore centimetro di pelle rimasta bianca, e attira se non altro il mio sguardo. Ma a Saint-Tropez hanno chiuso ristoranti e locali qualche giorno fa perché pieni di positivi, e se c’è qualcuno che è stato a Saint-Tropez a ballare in questa spiaggia sono proprio quei tre. Eppure all’interno del mio petto c’è una corda tesa verso di loro, i loro corpi mi chiamano. Se avessi dieci anni in meno, se fossi solo o con amici, come mi comporterei?

Su Facebook ho scritto uno sfogo sulla Francia che era anche uno sfogo sull’Italia. Ho incolpato la “passività tutta occidentale davanti alla morte”. Non so bene cosa intendessi, non posso andare oltre questa intuizione che richiederebbe uno studio più approfondito di quello che ho dedicato a questi temi in passato. Forse intendevo che in posti dove è normale che i dissidenti vengono fatti sparire, o dove è normale che sia la piena di un fiume a farti sparire, o una tigre, o dove lo Stato può farti cambiare di regione e lavoro e dirti quanti figli avere, hanno un’idea meno solitaria di destino. Forse invece ho pensato a mio padre, che di fronte alla malattia si è “lasciato andare”. C’è un termine medico per pazienti come lui, me lo avevano detto, l’ho dimenticato. Ad ogni modo pare non sia così raro. È il lato opposto della medaglia del “supererò anche questa”, “vincerò la mia battaglia”, che riempiono le nostre bacheche social ogni giorno. Se preferite, è la parte sommersa dell’iceberg. Il disinteresse per le persone anziane, la rimozione della malattia fisica e mentale come fatto sociale, della morte non come orizzonte esistenziale ma come possibile conseguenza delle nostre politiche, mi sembrano questioni sempre più centrali. Il margine è diventato centro. Lo scioglimento dei ghiacci è la nostra prima esposizione degli Impressionisti, la nostra presa della Bastiglia, l’equivalente dell’occupazione di Parigi da parte dei nazisti. Mi viene in mente un passaggio di Dissipatio H.G., di Guido Morselli, un libro scritto più di quarant’anni fa, prima che io nascessi, che ho letto due volte in questi mesi e che ho ancora nello zaino. «L’umanità non ha responsabilità, non ha colpe, subisce un destino: amiamo la morte. La morte degli altri, e più ancora in questo precipitare dei tempi, senza saperlo la morte nostra. Ma non è furore suicida, non è l’istinto di morte supposto dalla psicologia. L’uomo in realtà è passivo. È la Morte che agisce, e lo chiama a sé. E il suo è un appello a cui non si resiste». Sono pagine di attualità o sono io che metto insieme le mie letture e la mia vita? Si tratta di quello che Morselli, poche pagine dopo, chiama “il gusto, magari morbido o morboso, dell’approccio intellettualistico ai casi che viviamo”? Dovrei ripiegarmi sulla mia materia, concentrarmi su quella, sul fatto che io e mia moglie in fondo, probabilmente, non rischiamo di morire, e ringraziare dio che tra le tante piaghe a disposizione ci ha inviato questa che risparmia le bambine di un anno e mezzo che invece di “barca” dicono “brrrca”?

A pranzo la proprietaria del ristorante, o meglio la donna a cui è stata dato in  gestione lo spazio di spiaggia adibito a uso privato, che in Francia è molto più ristretto rispetto all’Italia, si avvicina a poche centimetri da mia figlia, seppur con quella ridicola visierina che parte dal mento e le copre bocca e naso, e devo fare uno sforzo per non mettermi in mezzo. Quando a fine pasto ci alziamo, e mia figlia è seduta sul mio braccio, le si avvicina di nuovo, stavolta allungando le mani per prenderla. Io resto immobile finché non ripiega le braccia, senza alcun imbarazzo, anche perché mia figlia non aveva intenzione di muoversi, anzi ha stretto le gambe intorno al mio fianco. Per quanto mi riguarda non avremmo neanche dovuto pranzare in quel posto, ma chi sono io per far saltare un pranzo a dieci persone? E che sarebbe cambiato se fossi andato a casa e, mettiamo, un’ora dopo lo zio avesse preso in braccio mia figlia e l’avesse riempita di baci? In realtà, sono persino riuscito a godermi il pasto di pesce. Forse mi sto abituando, ho pensato. La cosa che più mi ha infastidito era la maglietta di un ragazzo nel tavolo vicino al nostro, sulla cui schiena c’era scritto “Never Give Up”. Mi pare non ci sia più spazio per queste stronzate, che vengano da un secolo passato. Mi pare, almeno spero, che non sia più possibile individualizzare del tutto le nostre vite, adesso che abbiamo visto come in realtà siamo parte della stessa catena invisibile. Individualizziamo il successo, omettendo i privilegi strutturali e familiari, ma anche la malattia e il dolore, facendone una colpa oppure un destino a cui sottomettersi senza rompere il cazzo. Il problema di fondo, mi pare, è che se esiste solo l’individuo, e quello è destinato a morire, allora siamo già morti tutti.

Da quante generazioni la famiglia di mia moglie possiede una casa in Costa Azzurra? Accaparrandosi un terreno, senza dubbio a prezzo di mercato, ma che un attimo prima era di tutti, e costruendoci sopra una casa con l’aiuto di una manodopera dimenticata, che non approfitta in nessun modo del frutto del suo lavoro? Mi pare che, in fin dei conti, si stia parlando di privilegi, perché qualcuno deve rinunciare a più cose di altri. Chi non ci va in vacanza tutti questi problemi non se li fa. Al tempo stesso questa pandemia la pagano più cara i Paesi più poveri e, all’interno di quelli più ricchi, le minoranze. Prima che andassi via da Roma un aereo con più di venti positivi proveniente da Dacca era sbarcato senza che nessuno facesse niente e il virus si stava diffondendo nella comunità bengalese. Era la notizia che verificavamo ogni giorno: come vanno i testing, gli isolamenti? Ma come fa a isolarsi chi vive in appartamenti troppo piccoli, condividendo la stanza con altre persone? Come fa a fare la quarantena chi non ha nessun tipo di protezione sociale, chi deve lavorare per forza? È la stessa unica pazzia di queste polo Ralph Lauren fluo, dei Sundek incredibilmente tornati di moda, delle espadrillas, delle barchette che tagliano il mare come giocattoli? O ne sto approfittando per sfogare un’antipatia che ho sempre provato? Tornando a casa, sulla strada in salita che striscia a zig-zag sulla collina, vediamo una signora ferma sul ciglio che ci fa un cenno. Mi alzo la mascherina e abbasso il finestrino, resto comunque in mezzo alla strada. “Il y a le feu là-haut?”, chiede lei. “Eh?” faccio io. “Ils m’ont dit que là-haut il y le feu”, e indica dove c’è la casa della famiglia di mia moglie. Dove ci aspetta il nostro cane, che in spiaggia non può andare. Accelero senza neanche rispondere alla signora e mia suocera da dietro mi dice: “Calmement, calmement”. Non vedo fumo ma mi pare di sentire puzza di bruciato, anche se forse me lo sto immaginando. Il rischio incendi è sempre alto in queste colline e anzi nei giorni più caldi come questo è vietato passeggiarci. Arrivati a casa, il solito silenzio. Il cane è felice. Raggiungo, insieme a lei, il cane, il punto più alto per provare a vedere qualcosa. Niente. Non sento neanche più puzza di bruciata, forse era la frizione, penso. Torno indietro e chiedo a mia suocera se c’è un numero di telefono da chiamare, un sito, qualcosa. Non lo sa. “C’est bizarre”, dice. In ogni caso:”on s’en fout totalment”. Si dirige verso lo stendi-panni e scuote il telo pieno di sabbia.

Ho iniziato a scrivere senza sapere se in effetti intorno a noi si stava stringendo un cerchio di fuoco. Chissà, magari subito dopo aver messo l’ultimo punto, la Morte verrà a prendermi. Resta da capire se sarebbe una liberazione o una tragedia, in ogni caso on s’en fout totalment.

 

 

 

 

 

 

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