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Le vie dei canti a Napoli

La casa della famiglia di origine di Pino Daniele a Napoli in via san Giovanni Maggiore Pignatelli andrà all’asta a fine gennaio. Questa è la denuncia partita da un gruppo facebook che si batte contro la turistificazione del centro storico partenopeo, aggredito da speculazioni edilizie che ne calpestano la storia e ne snaturano la fisionomia in nome del profitto. La piccola abitazione, poco più di un basso, è stata messa in vendita dalla banca dopo il pignoramento del mutuo per le difficoltà economiche del suo inquilino, Salvatore Daniele, il fratello minore del cantautore. Questa denuncia, ripresa da parecchi giornali, nel tam tam dei vari passaggi si è trasformata nella vendita all’asta della casa natale di Pino Daniele. Notizia inesatta, perché lui lì non ci abitò mai, essendo nato al numero 20 di via Francesco Saverio Gargiulo, ed essendo poi cresciuto in piazza  Santa Maria la Nova con le cosiddette zie, due signorine nubili presso le quali la mamma di Pino svolgeva faccende domestiche e che “adottarono” suo figlio regalandogli le prime chitarre. Tutti indirizzi vicinissimi peraltro, distanti poche centinaia di metri al massimo, interni a quel dedalo di vicoli contorti che costeggiano nobili palazzi liberty, il monastero di Santa Chiara e le sedi dell’Università Federico II, ma in ogni caso diversi. Non avendoci effettivamente vissuto Pino Daniele, oggi risulta difficile pretendere un intervento pubblico per sanare quel debito in nome dell’arte. Quello che è auspicabile però, per la salvaguardia di queste “case illustri”, va in direzione opposta a quanto denunciato da quel gruppo facebook circa la turistificazione del centro storico, nel senso che quegli indirizzi vanno segnalati e promossi con tour organizzati appositi, magari battezzandoli con qualche nome evocativo e furbetto tipo “le vie dei canti”. In questo caso non si sarebbe vincolati ai soli luoghi canonici in cui Pino risiedette, ma si potrebbero indicare anche i luoghi che ispirarono le sue canzoni più note, come il basso in cui viveva sua nonna in vico Candelora, la mitica donna Concetta, nella cui crocchia di capelli raccolti a chignon (il tuppo niro) “ci stanno tutt’e paure”. O la casa di via Santa Maria La Nova 32, che più tardi acquisterà per la sua famiglia, dove scrisse “Napul’è”. Anche il ministro Dario Franceschini ha capito che il turismo colto vuole questo, oltre alle mostre e ai musei, e infatti è di pochi giorni fa un suo tweet col quale annunciava la prossima trasformazione in museo di casa Bellonci a Roma, già sede del Premio Strega, perché “in Italia c’è bisogno di valorizzare gli itinerari letterari, che passano anche attraverso le case dei grandi scrittori.” Basta pensare a Parigi, la Mecca della letteratura e dell’arte, una città da leggere coi piedi, un pantheon talmente affollato che in certi arrondissement, come Saint Germain o Montmartre, è praticamente impossibile imboccare una strada senza imbattersi in qualche placca commemorativa. Perché la verità è che la cultura paga, porta soldi e turisti, ma bisogna saperla promuovere. Basta vedere come campano di rendita l’Harry’s bar di Venezia, il Gambrinus di Napoli, le Giubbe rosse di Firenze, il Jamaica di Milano o il Café de Flore di Parigi. Ci sono addirittura grandi città che s’identificano con un artista e prosperano grazie a quel tipo di turismo, come Joyce e Dublino, Pessoa e Lisbona, Kafka e Praga, Gaudì e Barcellona. A noi i grandi artisti di fama internazionale non mancano, anzi, però ci manca la capacità di sfruttare queste grandi storie. Com’è possibile, per dirne una, che a Roma non esista una placca commemorativa dell’unica casa certa dove abitò Caravaggio, in vicolo del Divino Amore? Se si passa da quelle parti lo si può intuire dalla presenza di qualche graffito, e dalle persone che vi sostano interrogativamente davanti, come per un passaparola clandestino, ma è il modo di valorizzare le proprie ricchezze artistiche? Non sono solo pellegrinaggi artistici quelli, muti omaggi a delle vite eccezionali nei posti che le ospitarono. Lo dice pure Agamben, che non sbaglia mai: la cartografia è il modo migliore per studiare una biografia. Indagare il rapporto tra una vita e i luoghi in cui è trascorsa, anche col pensiero, significa andare al nocciolo dell’essere. E allora mettiamone tante, popoliamo le nostre città di targhe commemorative, e lasciamo che chi non ama seguire un percorso obbligato divaghi pure, si lasci trasportare dall’anarchico flusso dei pensieri e delle libere associazioni fino a perdersi, magari buscando el levante por el poniente, il lusso più grande che ci si possa permettere oggi. In città come Napoli poi, con un centro storico così ricco di memoria e di belle mbriane che si affacciano nelle sue viuzze strette e buie, si può partire con le note di Pino Daniele in testa e finire per imbattersi nella locanda del Cerriglio, dove quattro secoli fa bazzicavano Caravaggio e il Basile del Cunto de li cunti, perché in fondo “smarrirsi è l’unico posto in cui valga la pena di andare”, come dice Tiziano Scarpa in una delle guide turistiche più belle che siano state scritte.

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