boom-festival-dodici

Le vie dei festival per i devoti psytrance

boom-festival-dodiciQuesto pezzo è uscito su Pagina99, che ringraziamo.

* * *

Hai perso i tuoi amici, la tua ragazza: ti sei distratto un attimo e non li vedi più. Provi a chiamare il nome di lei, si perde nel plasma sonoro ad altissimo volume in cui sei immerso. Ti volti, un vecchio con tilaka shivaita sulla fronte e canottiera tecnica Oakley ti guarda negli occhi e sorride, senza smettere di ballare; resti forse per un attimo immobile, perché una ragazza di etnia indefinita, occhi orientali, carne caraibica, capelli rossi di rame o henné, ti spintona sul fianco, ridendo, come a dire Balla!, e dà l’esempio sbattendo il piede scalzo, dalla caviglia irta di campanellini d’argento, sul suolo polveroso. Allora ti smuovi, lasci che il corpo sia nuovamente attraversato dal battito e la mente dal tappeto di suoni acuti e campionature che gli sta sopra, finché sopra le teste di tre ragazzoni a torso nudo, in occhiali da sole con montature colorate, che ballano entusiasti passandosi una bottiglietta piena d’acqua lievemente schiumosa, ti sembra di scorgere dei capelli che conosci, i capelli della tua ragazza, ti fai strada tra la folla danzante che intanto è mutata come i vetrini di un caleidoscopio, ma si tratta di un’altra persona, ha ali da fatina e uno sbaffo fluorescente sulla gota, balla con un ragazzo alto, i dreadlock fermati da bulloni sotto un cappello da cacciatore di pernici con tanto di piuma sul lato, che si abbassa verso di lei e mentre la musica tutta intorno prende un ritmo più lento lascia che gli depositi sulla lingua una goccia, da una boccetta come di collirio.

festa a Goa, 2007

festa a Goa, 2007

Tu guardi la goccia cadere dal beccuccio e per un attimo, nel riflesso della stilla traslucida, vedi tutta la gente intorno, la vedi eruttare dalla terra verso il cielo ora che il ritmo torna serrato e veloce, e nel folle baccanale che si scatena – che continua a scatenarsi, sempre più forte, alimentandosi di sé e su di sé – finalmente scorgi uno dei tuoi compari, in fondo; quando poi, spingendo e sorridendo e facendoti strada tra donne in kimono da fantasma dell’era Sengoku e ragazzine in reggiseno tribale e tizi dinoccolati completamente nudi se non per due strisce di vibhuti sulle guance, finalmente lo raggiungi, tutto si coagula in un ralenti a ogni apparenza fatidico, che solo il gesto prosaico di lui, il suo porgerti la birra, riporta da un qui e ora tanto intenso da essere drammatico a un flusso finalmente normale, sebbene dilatato, capriccioso, sgranato, mentre le frasi campionate sotto il battito, come a giocare con l’idea stessa di sincronicità, con lo stato di coscienza tuo e di quella massa, sillabano This… Is… Happening… Now..! E giù salti e balli, ma quel tocco un po’ kitsch, un po’ facilone, ti riporta davvero a terra, ti permette di tornare a considerare il fenomeno con distacco.

I goani: quei soggetti scalzi, con la faccia dipinta, i glowstick fluorescenti ai polsi e i rosari buddisti al collo, che ascoltano un tipo di musica, la psychedelic trance, particolarmente ricorsiva e relativamente immune dalle suggestioni ‘nere’ che continuamente hanno ibridato la tekno1; quei goani in passato oggetto di derisione da parte dei teknusi – gli si contestava, ovvio, l’eccesso di fricchettonismo: se la cultura rave deriva dall’ibridazione, nel segno dell’emergente musica elettronica, dei DNA hippie e punk, è evidente verso quale direzione pendano rispettivamente i due filoni, e si sa che i punk mai hanno troppo sopportato i buoni sentimenti e quella vena addirittura di salutismo degli hippie. Una divisione contro cui già Penny Rimbaud, voce dei Crass, si scagliava, indicando la necessità di far fronte comune contro il vero nemico, che fu in parte superata alla nascita della free tekno, con la fusione tra soundystem ‘crustie’ e new age traveller, ma che poi negli anni era andata a riformarsi.

happening psichedelico, Anjuna beach, 1975

happening psichedelico, Anjuna beach, 1975

Una simile ascendenza è del resto naturale: la subcultura goa non ha i tratti metropolitani e postindustriali della free tekno, in quanto nasce, appunto, sulle spiagge di Goa, in India, approdo finale della hippie trail fin dagli anni ’60 e già luogo di grandi feste quando ancora si usavano gli strumenti, feste che – semplificando al massimo – si sono trasformate in baccanali elettronici prima con l’adozione dei Kraftwerk da parte di dj fin lì abituati a fare set a base di Grateful Dead e Pink Floyd, e poi con la creazione di un sound autoctono, virando in direzione psichedelica le prime suggestioni trance che arrivavano dall’Inghilterra e da Ibiza.

Nell’epoca d’oro dei rave, a fine anni ’90, si poteva captare il segnale goano ma non sempre lo si

Goa Gil con Albert Hofmann, 2001

Goa Gil con Albert Hofmann, 2001

decodificava. Ricordi un ragazzo, davanti a un minuscolo soundystem allestito nel campeggio di un’Arezzo Wave del ’99, che definiva come ‘goa’ la musica che ne usciva, alle tue orecchie derubricabile come techno-trance un po’ strana; un paio d’anni dopo, una ragazza inglese ti regalò un CD pirata con la scritta Twisted – l’hai ascoltato per anni senza mai capire bene di cosa si trattasse, prima di scoprire che era il cruciale primo disco di Hallucinogen, ovvero Simon Posford, una delle personalità più rilevanti della goa-trance prima, e della psytrance poi. Anche durante l’esplosione di massa dei free party (anche quando era già cominciato il tormentone del ”non ci sono più le feste di una volta”), dal punto d’osservazione del centro Italia, la goa, in realtà già maturata a psytrance, appariva più un sottogenere che altro: c’erano soundsystem goa alle 72 ore di Firenze così come all’On the road festival di Pelago, ma era difficile desumere da essi l’esistenza di una subcultura pienamente stratificata.

teknival Boom Off 2008

teknival ”Boom Off” 2008

La prima curiosità seria ti viene relativamente tardi, nel 2008: giunti dopo vasto peregrinare al teknival estivo, che si teneva in Portogallo, sul lago di Idanha-a-Nova, dall’altro lato dello specchio d’acqua scorgevate alla notte le luci colorate del Boom festival (il teknival nasceva in effetti come ‘anti-Boom’, prova che ancora era viva la contrapposizione teknusi/goani, alimentata anche dal fatto che gli eventi psytrance sono a pagamento e quindi fuori dall’etica di gratuità dei free party). Quelle che vi ammiccavano di là dal lago non erano però solo ‘luci colorate’: era un intero mondo di aure versicolori. Se il teknival, con i suoi faretti arrabattati, i suoi sparsi laser, i fuochi improvvisati con cassette e bancali, appariva come uno squarcio strappato alla notte del mondo, il festival psytrance assomigliava piuttosto a una bolla, tenue e accogliente, che in tale notte aveva saputo conservarsi e crescere.

Due anni più tardi, cercando una scusa per tornare a Lisbona, decidete di togliervi lo sfizio di vedere se quel Boom è poi così male come si diceva negli ambienti della tekno. Arrivarci richiede un pellegrinaggio analogo a quello di due anni prima: da Lisbona si deve raggiungere Castelo Branco, remota provincia della Beira Baixa, e da lì prendere un bus, in un’autostazione ferma agli anni ’50. Scaricati in una postazione presidiata giusto da un paio di freak in ciabatte (il Portogallo ha depenalizzato tutte le sostanze nel 2001, e da allora, oltre ad aver visto un calo di uso e abuso, si è anche chiamato fuori dall’isteria securitaria che altrove accompagna gli eventi giovanili di massa), dovete fare ancora un bel pezzo a piedi prima di raggiungere l’ingresso vero e proprio, ingresso che da solo è in grado di mettere in discussione qualche certezza.

Dopo aver camminato in una landa brulla per un buon chilometro, svoltata l’ultima altura, ecco degli alti bastioni con disegni frattali, in un’estetica sincretica tra il maya, l’egizio e la space opera. Altissimi bastioni che marcano dieci ingressi, uno accanto all’altro, e solo voi ad attraversarli, sparuti come villici che per la prima volta si recano a Minas Tirith per il mercato. La politica ormai consolidata dei festival psytrance è quella di offrire un biglietto unico per l’intera settimana, proporzionato al costo di una settimana di campeggio attrezzato, ma proibitivo per una sola serata. L’obiettivo è tener fuori ragazzini, ubriachi dell’ultim’ora, pusher d’occasione, gente in cerca di un after dopo la discoteca, gruppetti di curiosi, insomma tutti coloro che non ‘ci credono’ fino in fondo, e quindi l’ingresso è progettato a misura dell’ondata di pubblico del primo giorno, veramente di massa. Per chi ci arriva come voi al terzo giorno di festival, la magniloquenza di quei bastioni è sconcertante; perturba e suggerisce l’ingresso in un mondo ‘altro’.

Cosa che peraltro avviene: da lì si attraversa un villaggio costruito in funzione di un approccio visionario, ovunque si avvicendano padiglioni piccoli e grandi, bizzarramente decorati, tenuti su da ardite strutture di bambù e col soffitto costituito da triangoli e strisce di tessuto in schemi volti da un lato a creare vertigini frattali e spiraleggianti e dall’altro a offrire, durante il giorno, un’ombra simile a quella che darebbe un tetto di rami e foglie; un enorme pesce delle profondità fluorescente ospita la sala proiezioni; in mezzo a quella che intuite essere la chill-out, ristandovi distese diverse centinaia di persone, due draghi illuminati in toni astrali di azzurro e magenta proteggono ed esaltano la coppia di dj impegnata in un lento e intenso set downtempo. È quando raggiungete il Dance Temple, ovvero il main floor, che ricordate di essere, comunque, a qualcosa di ascrivibile alla categoria ‘rave’: grappoli di Funktion One che sparano musica a centottanta battiti al minuto, proiezioni deliranti ad alta velocità su schermi esagonali, un paio di  migliaia di persone che ballano in un’unica trance nonostante siano le quindici e trenta.

Boom Festival 2012

Boom Festival 2012

La seconda volta capita in Francia: partiti alla volta di Grenoble per raggiungere una festa, trovatola sgomberata prima che cominciasse e per niente propensi a non ballare una volta arrivati fin là, vi salva un ragazzo, anche lui giunto coi medesimi obiettivi, informandovi che in quota, a Lens-en-Vercors, sui prati che d’inverno diventano piste da sci, si sta svolgendo l’Hadra festival: Salite anche voi?
Salite. Non siete in Portogallo, e si sente: a valle c’è molta Polizia, e aggressiva. Il racial profiling, poi, è la prassi. Sopra, il molto spazio – un intero stage – dato alla minimal e un pubblico e una lineup che riflettono lo stato della scena in Francia (essendo tuttora il paese della free tekno, il grosso dei devianti del ballo se li prende comunque lei) dà forma a un evento relativamente tranquillo, per di più con dibattiti e seminari.

In effetti è raro che un festival psytrance si presenti come evento musicale: per quanto la musica sia l’asse principale e il motivo per cui tutta quella gente è lì, l’accento viene sempre posto sulla multidisciplinarità, sulla presenza di dibattiti, pratiche artistiche e worskhop di discipline olistiche, anche quando occupano uno spazio marginale. È pur vero che uno dei fattori di esaurimento della scena free tekno è stato il dissiparsi delle forme artistiche diverse dalla musica: una volta, andare a una festa tekno significava anche trovarsi in mezzo a robot fatti con metalli di scarto, spettacoli di fuoco quando non di sospensione corporea, banchetti di oggetti autoprodotti; pian piano sono rimasti solo i bpm: la cosa funzionava ‘troppo’, la festa si poteva fare – e avrebbe fatto il pienone – anche senza tutto il resto, e così è stato, salvo poi trovarsi con meno terreno concettuale sotto i piedi, meno possibilità di sviluppo.

ingresso O.Z.O.R.A., 2013

ingresso O.Z.O.R.A., 2013

Se l’anno dopo ci prendete gusto, e puntate il mirino sull’Ozora, storico festival e reale isola di libertà nell’Ungheria di Orban e dello Sziget, non è infatti per i seminari: c’entra forse l’aver finalmente capito le meccaniche della subcultura, oppure è una questione di età, e non avete più lo spirito né il tempo per far mille chilometri rischiando che la festa poi non ci sia. O forse c’entra il fatto di aver capito, non senza un filo di dolore, che la tribe tekno che avevate amato, dopo aver accelerato i bpm e aumentato la violenza per tutti gli anni zero, adesso si ritrova relativamente sterile, costretta a scegliere tra riproporre vecchie tracce o fare un passo indietro, andare a cercare nuove suggestioni e vecchie emozioni nei ritmi tranquilli della electro, in quelli ricorsivi dell’acid o addirittura in quelli spezzati della dubstep, e non senza contestazioni: vi è capitato più di una volta di vedere gruppi di ragazzini fischiare o ululare a dj e producer di tribe storiche per la sola colpa di aver messo pezzi di breakbeat, poco adatti al loro tasso di agitazione. La psytrance, invece, è in un momento di grande vitalità. Va differenziandosi in una miriade di sottogeneri, le più lente e allegre progressive e full-on, la psytrance propriamente detta, le oscure e veloci forest e dark, la velocissima hi-tech.

Genera artisti interessanti, che lungi dall’allinearsi all’esistente cercano il loro suono: ecco la quasi-forest folle e ricorsiva dello svizzero Ajja, ecco la psy-chill filosofica di Shpongle, il sempre fertile filone inglese con i suoi Tristan, Avalon e Dickster, e ancora gli israeliani, più fruibili ma non meno entusiasmanti, con l’affermazione di nuovi nomi come Ace Ventura o Captain Hook accanto a classici come Astrix, Astral Projection o Infected Mushroom. C’è anche un piccolo discorso italiano: è proprio all’Ozora, poco prima dell’alba, il main floor a pieno regime con cinquemila persone in stato di totale invasamento, che chiedete, agganciati pure voi da quel ritmo che nulla ha da invidiare per violenza alla vostra cara tekno, chi stia suonando.
Giuseppe, risponde il goano accanto a voi.
Come, ‘Giuseppe’?
Eh, Giuseppe.

Si chiama proprio così. Espatriato italiano in India, fondatore in Danimarca della Parvati Records, etichetta cruciale nel campo della darkpsy, con i suoi set è ormai ospite fisso dei migliori festival. Non è inusuale, scoprite, l’utilizzo come nome d’arte, per i dj e producer psytrance, del proprio nome, puro e semplice, ma ci sono anche altri filoni. Troviamo rimandi alla dimensione cosmica – Earthling, Electric Universe, Carbon Based Lifeforms, Cosmosis –, al mito, che sia occidentale od orientale – Avalon, Tristan, Aes Dana, Arjuna –, agli effetti e alle suggestioni degli psichedelici – Hallucinogen, Liquid Soul, Spirit Architect, Astral Projection – o di più di questi aspetti assieme, come nel caso del Peaking Goddess Collective; qualcosa di molto diverso da quanto avveniva nella tekno: un excursus dei nomi delle più notevoli tribe mostra una poetica militante – Total Resistance, Sound Conspiracy, Okupé, Revolt99 –, dell’anonimato – Nonem, Hidden Unit –, del caos e del pericolo – Bordelik, Kernel Panik, Hazard Unitz –, del nomadismo – Trackerz, Tourista Debandade –, dell’illegalità e della pirateria – Latitanz, Illegal Sound Resistance, Sono Pirate Unit – o della scomposizione e riduzione a gioco della realtà – Puzzle, Lego, Labirinz. È vero che in alcuni casi si incontra un livello ironico, di puro scherzo, anche nei nomi psytrance – basti pensare agli stessi Ace Ventura, Dickster, Captain Hook, come ai Green Nuns of the Revolution – e che tracce di mito e misticismo si possono ritrovare nei nomi di pionieri della tekno come Spiral Tribe o Hekate, ma è chiaro che nella linea della cultura rave che ci porta ai festival psytrance di oggi, la traccia punk e ribellistica è pressoché svanita. I goani non contestano il ‘mondo fuori’: creano il loro, e nel farlo si prendono maledettamente sul serio. Anche le decorazioni parlano chiaro: se i loghi bianchi su nero della tekno sono tutti iterazioni del Jolly Roger, tutti bandiere dei pirati riviste alla luce di suggestioni postindustriali, ai festival i teloni colorati propongono Shiva, Ganesh, i calendari maya e le ruote solari azteche, l’onnipresente AUM, la ricorsività dei mandala.

Il rave è sempre rito – lo capì per primo Lapassade ed è ormai più o meno chiaro a tutti – ma qui si fa un passo oltre; qui ogni cosa grida: stiamo facendo qualcosa di sacro. L’intero impianto è funzionale alla dinamica rituale: dalla struttura a stazioni del festival – che includerà un main floor, una chill-out (in un paradosso tipicamente goano, non di rado in chill si sente l’odore acuto del DMT, il che suggerisce che chi è in ‘sala ripiglio’ è in realtà impegnato in un’attività visionaria anche più intensa di quelli che ballano come indemoniati), alcune location speciali da scoprire e uno stage secondario che potrà proporre, a seconda della vibrazione del festival, dark/forest oppure generi più leggeri – all’ormai indiscutibile coagulazione dell’arco musicale principale in un percorso lento-veloce-lento (e anche intenso-oscuro-luminoso): si comincia con la prog, si va alla psy, si arriva alla dark o alla forest, e poi si esce nel sole con la full-on. Ogni giorno la katabasi è regolata e rimarcata dal percorso della line-up.

Freqs of Nature 2015

Freqs of Nature 2015

Si prendono troppo sul serio, questi goani, siete tutti d’accordo, anche perché il rito ve lo eravate sempre fatto da soli: e tuttavia, ora che ne avete compreso la musica e che il tempo per andare a un party è giusto quello delle ferie, ecco che, sì, andate ancora a un altro festival. Lo Psy-Fi, nel nord dei Paesi Bassi, ultimo nato, quasi in un moto d’orgoglio olandese da ‘riprendiamoci ciò che è nostro’: del resto l’unico paese in cui gli psichedelici, o almeno alcuni di essi, sono legali, non è forse l’Olanda? Cosa potrebbe succedere allora a posizionare una rivendita di tartufi alla psilocibina2 in mezzo a un festival? Non molto: solo la coda al negozietto e il rientro nell’economia emersa anche dell’ultimo aspetto fin lì sommerso. Anzi, lo Psy-Fi, per via di un’ordinanza comunale ottenuta da abitanti della zona scontenti del rumore, ma forse anche per un’irredimibile tendenza olandese al cominciare le serate presto, si presenta con una curiosa doppia faccia. Da un lato propone un allestimento e una line up musicale competitivi con i festival storici; dall’altro, spostando verso l’alto di quattro ore l’arco musicale – si comincia già nel primo pomeriggio; verso le otto si esibiscono già producer e dj di potenza e velocità che normalmente li vedrebbero collocati a mezzanotte; alla mezza si ha il delirio nel dancefloor che normalmente si incontra alle quattro, mentre qui alle quattro il main floor è già spento, laddove negli altri festival l’arco 04:00-12:00 è l’imprescindibile momento in cui dal caos più acuto si risale gloriosamente verso i battiti solari della full-on.

Si capisce come un simile approccio appiattisca verso una tranquillità addirittura eccessiva la vibrazione: l’uso di stimolanti come la speed e di entactogeni come l’mdma precipita di fronte alla necessità dei partecipanti di andare a dormire, e la notte non è più popolata di schegge possedute da Dioniso, impazzite e saltanti, ma da visionari già stanchi per quanto esperito al pomeriggio e alla sera, che si stringono nelle coperte per difendersi dall’umidità montante e cercano di capire quale dei mille vialetti irti di lucine, furgoni a fiori, tende indiane e applique fluorescenti sia quello che conduce alla loro tenda.

Psy Fi 2014

Psy Fi 2014

L’anno prossimo me ne vado all’Universo Paralello, altro che queste cose da europei, borbotta il vostro vicino di tenda mentre si prepara il materassino. Universo Paralelo, Brasile: agli ormai molti festival europei se ne sono aggiunti altri piccoli e grandi in giro per il mondo; la scena goa è transnazionale, con nodi forti, oltre all’India, in Sud Africa, Australia, Brasile, Thailandia, Giappone, e arriva anche in nazioni illiberali come la Turchia (sebbene da quest’anno lo storico Tree of life festival si sia spostato in Grecia) o militarizzate come Israele. C’entra il fatto di essere nata in una colonia portoghese in India, di avere tra i suoi pionieri, oltre al francese Laurent, un espatriato australiano come Raja Ram e uno americano come Goa Gil, ma la psytrance, pur essendo come la tekno e in generale il rave, un fatto culturale intrinsecamente europeo, rispetto alla prima ha mostrato una maggior capacità di esportarsi. In Italia per anni ha faticato: il primo festival italiano, il Sonica, è stato perseguitato fino a finire in Montenegro e solo nel 2015 è tornato in patria; il Blackmoon marchigiano è nato soltanto nel 2011 e dopo tre edizioni in crescita ha avuto un deciso ridimensionamento; solo in questi anni ne sono emersi e cresciuti di nuovi, come Human Evolution e WAO.

La scena, complice anche il contrarsi di quella tekno, è oggi in crescita anche da noi, mentre nei paesi dove ha attecchito prima già hanno luogo le prime mutazioni. I festival cresciuti troppo hanno portato a scismi o filiazioni – nella scena ungherese, il S.U.N. nasce da una costola ribelle dell’Ozora; dall’esperienza del Boom nasce il Be-In dedicato ai soli aspetti salutisti e meditativi della cultura goa –; la crescita in dimensioni degli eventi e l’aumento della loro ‘accessibilità’ ha portato all’emersione di altri deliberatamente di nicchia: da fuoriusciti del Full Moon Festival tedesco nasce il Freqs of Nature, nei pressi di Berlino, in cui entrambi gli stage propongono musica estrema, dark da un lato e forest dall’altro.walpurgisnacht
È proprio al Freqs of Nature, raggiunto questa stessa estate, che vi viene il dubbio. Per carità, è anche il posto in cui avete visto uscir fuori, al sorgere del sole e al suono della forest più virulenta e ricorsiva, personaggi vestiti da pan e da fata e boscaioli con code di procione fuor dai calzoni e scritte ‘Sail Hatan’ sui tacchi degli scarponi – era la Notte di Valpurga, nulla di meno, eppure è stato lì che il dubbio è emerso, vedendo i vicini di tenda. Non quelli a sinistra, un onesto gruppo di giovani raver, tendina istantanea Quechua, telo con Avalokitesvara e pochi fronzoli. No, sono i vicini di destra a far riflettere. Coppia tedesca, sui quaranta. Tenda professionale, sdraio pieghevoli, cuscini, struttura telescopica per creare una veranda, tappetini tecnici, vero tappeto, tavolino, cucinetta portatile, lampada. Campeggiatori professionisti che fanno sorgere spontanea la questione: e se fosse ormai tutto, pur inserendosi nel più ampio attuale rinascimento psichedelico, solo una forma estremamente avanzata di turismo? Risulta molto, molto lontana, a una distanza addirittura cosmica, la prima immagine di raver che aveste, a metà anni ’90, nei capannoni di una zona industriale, festa Spiral Tribe, gente che dormiva in auto, nel furgone, su un materasso trovato chissà dove e buttato là. E sicuramente molto lontani vi sarebbero apparsi anche i primi veri goani, alla fine degli anni ’80, che ballavano nudi e immemori del tempo sulle spiagge d’India.

Certo, arriverà un momento, nell’arco del festival, in cui l’attrezzata coppia tedesca assumerà una goccia di acido lisergico e farà la propria esperienza psichedelica, magari pure mistica, che dopo un tot di microgrammi la chimica non guarda in faccia nessuno e trascende premesse, accessori e contesto, ma non sarà comunque ‘solo’ il momento culminante della vacanza, il viaggio nel viaggio? Nell’Interzona, vi avevano insegnato, non ci sono sdraio e cuscini e tappetini tecnici, e per quanto il potenziale trasformativo di simili bolle possa rimanere, anche il più estremo dei carnevali, in ultima istanza, sarà sempre qualcosa di piccolo rispetto all’idea di carnevale libero e permanente propugnata non solo dalla free tekno delle origini ma anche dai primi che per mille e mille ore saltarono scalzi sulla battigia di Goa.

goa_party_80s-800x400

party a Goa, 1989

1 genere situato al punto più estremo dello spettro della trance, la psyrance nasce a Goa, in India, nei primi anni ’80, dall’ibridazione, per mano dei pionieri Laurent e Fred Disko, poi seguiti da altri come Raja Ram o Goa Gil, delle basi della nascente elettronica europea – Kraftwek su tutti – con le sonorità del rock psichedelico, fin lì il principale genere suonato ai party in spiaggia. Tale musica delle origini è nota come goatrance, un genere a cui anche l’Italia ha dato in impulso importante con i progetti Etnica e Pleiadians di Begotti, Lanfranconi, Paterno & Rizzo. La goatrance si è evoluta nella moderna psytrance – abbreviazione di psychedelic trance – col passaggio dall’uso delle vecchie bass line synth come la Roland TB-303 ai moderni strumenti di produzione digitale. Assestatasi su un ritmo tra i 140 e 150 BPM, si divide in progressive, più lenta e concentrata sulla melodia; full-on, più ballabile e allegra, e darkpsy, più veloce e oscura, a sua volta divisa in sottogeneri come la forest, più ricorsiva e ‘‘organica’’, e la hi-tech, ancora più rapida e aggressiva. La psy-chill, sottogenere ‘‘da decompressione’’, rallenta le classiche basi psytrance ibridandole con sonorità downtempo, ambient e world music. Chi volesse approfondire la storia della psytrance può procurarsi l’eccellente Global tribe: technology, spirituality & psytrance di Graham St.John (Equinox Press 2012).

2 I funghi psichedelici vennero banditi dal governo di centrodestra nel 2008 dopo che una turista francese finì in un canale; la ragazza risultò poi sotto effetto di alcol, ma la campagna era ormai partita, e l’industria degli smart shop, che aveva nei ‘funghetti’ il proprio asset principale, si difese con un escamotage micologico-legale: il micelio, se coltivato a bassa temperatura, muta in sclerozio, ovvero in tartufo, e rimane sottoterra. Il tartufo non è un fungo, la legge dice ‘funghi’, e così da allora gli smart shop olandesi vendono vaschette di tartufi non meno attivi dei loro omologhi con gambo e cappella.

 

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2012 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
Commenti
4 Commenti a “Le vie dei festival per i devoti psytrance”
  1. C.C. scrive:

    Ciao Vanni.
    Bell’articolo, bella la ricostruzione dello sviluppo e dell’evoluzione delle varie correnti,della musica,belle le descrizioni dei posti e non nego che leggendolo sono apparsi vari sorrisi leggendo sulle persone, sulle usanze, sui vestiti e sui costumi che sono presenti in questi festival e che sempre anche laggiù mi fanno sorridere ed essere felice di esserci, vedere così tanti colori, vedere così tante persone che si abbracciano e che si sentono finalmente libere di essere quello che sono, di fare quello che vogliono mentre nella vita “reale” sembra un sogno, in questi posti diventa realtà.
    Quello che non capisco è la fine dell’articolo, che mi sembra un pò il ripetersi della frase non ci sono più le feste di una volta. Purtroppo anch’io mi sento di dire che spesso in questi ultimi 3 anni ho vissuto il festival come una valvola di sfogo come un posto dove finalmente potevo lasciarmi andare da molte cose e molte pesantezze che mi attanagliano nella vita di sempre, e come me credo tanti altri. Perciò se andarsene in un altro posto, tra persone sconosciute e conoscerle, fare esperienze positive, viaggiare, perdersi e ritrovarsi ancora una volta, per chi risulta solo un viaggio alla ricerca dell’infinito, per chi risulta un viaggio alla ricerca di se stessi per trovarsi un pochino più cresciuti e un pochino più liberi dalle catene delle nostre menti, in ogni caso, tutta questa descrizione per me rispecchia il festival, rispecchia la festa e rispecchia la serenità e la leggerezza che mi avvolge quando decido che sì è il momento di andarci.
    Questa può considerarsi vacanza? Penso di sì, penso che un momento di svago sia considerabile vacanza per la valenza/il significato che noi uomini abbiamo dato alla parola stessa “vacanza”, ma non avendo vissuto gli anni 90/00 non so come fosse prima. Le vostre feste tekno, i vostri rave non erano considerabili ugualmente una vacanza allora? Andare a sentire musica, prendere sostanze, bere, parlare, conoscere, viaggiare? Non era ugualmente una vacanza?
    Ma.Se io torno cresciuta, se io torno diversa dal posto che ho visitato è definibile vacanza o no?
    :)

    Ciao! E buon tutto!

  2. sarmizegetusa scrive:

    Salve a te, C.C., grazie per il commento; come si sarà capito dal pezzo, la mia simpatia nei confronti della scena psytrance è elevata: non sono mai stato uno di quei teknusi manichei che, in una sorta di ”razzismo musicale”, disprezzavano i goani (del resto uno dei padri spirituali dei free party è Penny Rimbaud dei Crass, che fu il primo a dire a punk e hippie di non menarsi tra loro ma di unirsi contro il nemico comune, prefigurando di fatto proprio quella fusione tra soundsystem techno di ispirazione punk e new age travellers che fu alla base della nascita della free tekno). Anzi, frequentando anche quella scena ho imparato ad apprezzarne le virtù – e la musica, che oggi, per quanto personalmente continui a preferire la tekno, si dimostra senz’altro più vitale, come prova il fatto che ai free si cominci a tornare indietro sulla breakbeat e sulla teCHno. Né ci sono dubbi sul fatto che eventi psichedelici di questa portata abbiano sempre in sé un enorme potenziale trasformativo (vi è infatti una tendenza a chiamarli proprio ”transformative festivals”), terapeutico e di crescita personale.
    Ho scelto tuttavia di chiudere ”in amarezza” non perché le feste di una volta siano necessariamente meglio – se leggi Muro di casse (o anche solo il pezzo di Prismo linkato all’interno dell’articolo) vedrai che, pur avendo vissuto gli albori e la crescita della scena in Italia e in Europa a metà e fine anni ’90, non credo e non ho mai creduto in una fantomatica ”età d’oro”, quanto piuttosto in un arco di nascita, sviluppo e cambiamento in cui il ”meglio” e il ”peggio” vanno valutati caso per caso – e anzi, se si parla di scena goa, essa è più matura e completa oggi di un tempo (almeno da noi). L’ho fatto perché il potenziale ”politico” delle feste andava, va e può andare ben oltre il semplice (ancorché eccellente) offrire uno stacco radicale dalla routine o la possibilità di fare un’esperienza psichedelica in un setting ottimale: vi è anche un discorso, di importanza capitale, legato alla messa in discussione dell’idea di consumo, di divertimento, dell’idea di spazio e tempo del divertimento, di uso degli spazi pubblici, di viaggio, che è a rischio quando una pratica si formalizza e ”istituzionalizza”, pur all’interno di un campo che rimane controculturale. Ora, è chiaro che certe direzioni prese dal movimento psy derivano anche dalla necessità di evitare la repressione che ha colpito e colpisce quello tekno, e che un approccio ”morbido” a volte è preferibile (in quanto tendenzialmente più longevo) di uno ”duro”, ma credo che anche questo movimento continuerà a crescere e darci qualcosa solo se non dimentica quali sono le sue origini, l’entità del livello di radicalità che può avere il suo discorso, e naturalmente se continua a spingere la propria parte, appunto, culturale, proprio per ricordare anche a chi viene lì solo per ballare ben oltre l’alba, che la posta in gioco è comunque, sempre, più grande.

  3. Fedra scrive:

    Bellissimo articolo…in diversi tratti mi ci rispecchio molto in quanto anch io ho frequentato per anni un ambiente tekno, mentre adesso mi reco più ad eventi e festival psytrance(Boom, Ozora etc)!
    Cmq…ti consiglio vivamente il Burning Man, ne’ tekno ne’ trance… in assoluto il miglior festival ever 😎

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] la pubblicazione, anche online, del mio articolo sulla cultura psytrance uscito a suo tempo come ”Fuoribordo” su Pagina […]



Aggiungi un commento