L’economia decisa dalla politica o la politica decisa dall’economia?

Ripubblichiamo quest’intervista realizzata a Marco Mantello da Edoardo Albinati per la splendida rivista d’interviste Una città


EA: Cosa significa “concorrenza perfetta”? Esiste in qualche misura nella realtà o forse si è affermato solo un mito della concorrenza?
MM: L’idea di concorrenza implica innanzitutto un modo di concepire i comportamenti umani o i sentimenti morali delle persone. Qui dobbiamo distinguere le concezioni giusnaturaliste di Adam Smith, incentrate sul concetto di “simpatia” oltre che sulla valorizzazione di un’etica dell’egoismo come motore dell’efficienza economica, e le concezioni utilitariste di Bentham e Mill. E’ il principio di utilità teorizzato da questi ultimi autori – l’idea che ciascun individuo persegua il proprio interesse secondo regole di coerenza interna fra mezzi e fini- a divenire centrale nelle analisi degli economisti. Con l’avvento della teoria neoclassica la concorrenza si formalizza come un modello teorico e astratto di mercato. Mentre Marshall e Wicksell ritenevano che in concorrenza perfetta si raggiunge l’efficienza economica solo se vi è un’adeguata distribuzione iniziale del reddito, è con Pareto che il modello della concorrenza perfetta diviene sinonimo di efficienza. 
Questo a prescindere sia dal profilo della distribuzione iniziale della ricchezza, sia dalla possibilità di effettuare confronti interpersonali fra le varie percezioni che ciascun individuo abbia del proprio “utile”. L’efficienza economica o l’“ottimo paretiano” esistono quando si raggiunge una situazione in cui non è possibile migliorare il benessere di qualcuno senza peggiorare quello di qualcun altro.


Quindi Pareto teorizza un livello massimo di benessere collettivo calcolato sulle utilità delle persone…
Esattamente e tieni conto che nel suo modello, tutt’oggi dominante, esistono infiniti punti di “ottimo”, per cui diventa un problema di equità, di giudizi di valore, di giustizia distributiva, stabilire quale stato del mondo efficiente sia socialmente preferibile agli altri.


E quali sono le possibili obiezioni a questo modello?
In primo luogo l’estrema difficoltà di passare a uno stato del mondo diverso da quello esistente, senza ricorrere a giudizi di valore sulle forme di “benessere” da preferire. Se si parte da assunti individualistici e utilitaristi sul comportamento umano, non esistono criteri neutri o “tecnici” per trasformare le preferenze individuali in preferenze collettive. Inoltre il mito della concorrenza è stato ridimensionato dagli stessi economisti, che riconoscono la possibilità di fenomeni di fallimento del mercato, in cui l’efficienza non si realizza a causa delle “esternalità”. Con questa espressione gli economisti si riferiscono a fenomeni diversi. Un primo caso riguarda la natura dei beni scambiati sul mercato. Accanto ai normali beni di consumo ne esistono altri con un grado variabile di “non rivalità” nel consumo. Gli economisti parlano di beni pubblici o collettivi. Paul Samuelson ha analizzato questa situazione, nel caso limite in cui la non rivalità del consumo si presume totale e il bene pubblico è definito puro. Qui non è possibile escludere qualcuno dai benefici della fruizione del bene attraverso il consumo che ne faccia qualcun altro. Pensa all’aria, se io respiro non diminuisco la tua possibilità di respirare, né respirando posso impedire a te di farlo.
Certo, il concetto di bene pubblico puro non è privo di ambiguità, perché il grado di non rivalità nel consumo non si definisce quasi mai in astratto, ma può dipendere da specifiche circostanze spaziali e temporali. Per tornare all’esempio dell’aria, se tu ed io restassimo chiusi per due giorni in un ascensore o in un seminterrato, la “non rivalità nel consumo” potrebbe essere riferita all’aria di cui disponiamo in quello spazio e per quel dato periodo di tempo: è alquanto difficile sostenere che in simili circostanze il mio respirare non limiti alla lunga la tua possibilità di farlo, o viceversa. Nonostante questi paradossi, la presenza di beni pubblici in senso economico è considerata dagli economisti una delle cause del fallimento del mercato. Una prima soluzione, oggi peraltro poco in voga, è la loro fornitura diretta da parte dello Stato. Questo pone problemi di contenimento della spesa pubblica da un lato e, dall’altro, di applicazione di “imposte distorsive” per garantire a tutti la fruizione di un servizio pubblico in base ai propri bisogni. Altre volte i fallimenti del mercato dipendono da asimmetrie informative esistenti fra gli attori economici, che impediscono di raggiungere condizioni di equilibrio concorrenziale fra domanda e offerta. Per esempio, non si avrebbe efficienza, prima ancora che equità, se una legge di uno Stato privatizzasse i beni della salute e dell’assistenza sanitaria. I comportamenti delle società di assicurazione private, che non sono in grado di conoscere con esattezza quali siano i soggetti ad alto rischio malattia, tenderebbero infatti a escludere questi ultimi dal mercato, conformando i contratti di assicurazione su percentuali di rischio relativamente basso. 
Gli economisti parlano in questi casi di “selezione avversa”. Qui l’intervento pubblico, come nel caso italiano del monopolio assicurativo dell’Inail, è necessario per garantire l’efficienza economica, prima ancora che l’equità.

Ma allora le privatizzazioni e le liberalizzazioni possono a loro volta essere inefficienti? Ed esiste una differenza fra i due termini?
Sono termini simili, ma non esprimono esattamente lo stesso concetto. Le liberalizzazioni sul modello dei decreti-Bersani rimuovono in genere divieti o limitazioni imposte dalla legge alla produzione o alla vendita sul mercato di determinati beni o servizi, sulla base dell’idea che favorendo meccanismi concorrenziali si tutelino i consumatori attraverso l’abbassamento dei prezzi. Con le privatizzazioni non si arriva necessariamente a promuovere meccanismi concorrenziali; l’intervento legislativo può risolversi nella sostituzione di un monopolio pubblico con un monopolio privato. Se pensi ad alcuni servizi locali come quello della raccolta dell’immondizia, è molto difficile immaginare una pluralità di imprese private che concorrono a raccogliere e riciclare i rifiuti in una determinata area urbana. 
A proposito delle privatizzazioni, di recente alcuni studiosi di ispirazione liberista hanno elaborato una teoria, quella dei mercati contendibili, come possibile risposta del mercato stesso ai suoi “fallimenti”. In alcuni casi la privatizzazione può portare alla costituzione di un monopolio privato che subisce la “concorrenza potenziale” di altri operatori che potrebbero ottenere in gestione un servizio pubblico. La teoria dei mercati contendibili presuppone pur sempre una regolazione statale delle attività economiche, peraltro orientata alla promozione di un modello di concorrenza per il mercato.

Oggi esiste una sorta di primato delle soluzioni concorrenziali rispetto a quelle in cui lo Stato interviene in modo diretto in economia?
Indubbiamente sì. Se ragioniamo considerando solo il momento “allocativo”, prescindendo dalla giustizia distributiva o dall’equità, la logica dell’intervento pubblico diretto in economia è residuale rispetto alla soluzione di mercato, nel senso che tutto dipende da una preventiva verifica dell’inefficienza di quest’ultima. Oggi prevale l’idea degli interventi pubblici “regolatori”, idonei, cioè, a promuovere la libera concorrenza, controllando i comportamenti delle imprese e il loro potere di fissare i prezzi attraverso autorità amministrative indipendenti. E’ un aspetto da non trascurare, che influisce sulla reale estensione dei processi democratici di decisione, anche all’interno dell’Unione Europea.

A questo proposito, parliamo anche dei modelli teorici di concorrenza recepiti dalla Costituzione europea: pensi che esistano rischi per la democrazia, o che sia una forma di promozione?
In una delle norme di apertura della Costituzione europea, dedicata agli obiettivi dell’Unione, è esplicito il richiamo alla concorrenza libera e non falsata e a uno sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su un’“economia sociale di mercato”. Si tratta di una formula presa in prestito da una tradizione culturale risalente agli anni ’30 del ‘900: l’ordoliberalismo. Penso a Hayek, ma anche e soprattutto a studiosi tedeschi tradizionalmente collocati all’interno della cosiddetta scuola di Friburgo, come Böhm, Eucken, Müller-Armack, Röpke. La formula “economia sociale di mercato” è tipicamente ordoliberale ed esprime uno specifico modo di concepire le interazioni fra diritto ed economia di mercato.
L’idea di fondo, condizionata anche dalla tragica esperienza delle dittature nazi-fasciste, è che un sistema economico non regolato dal diritto ma da una supposta mano invisibile, può condurre in concreto alla formazione di monopoli. I monopoli costituiscono non solo una minaccia per l’efficienza economica, ma anche per la democrazia. Siamo di fronte a una peculiare concezione dell’autonomia del “politico” e del “giuridico”, incentrata sulla promozione e la tutela della concorrenza, intesa come bene giuridico. 
Per alcuni ordoliberali, promuovere e tutelare la concorrenza significava anche promuovere e tutelare libertà e pluralismo, sia dagli effetti autodistruttivi della mano invisibile del mercato, sia da forme di collettivismo nazionalsocialista o bolscevico. Questo progetto politico e culturale, che costituiva il punto di incontro fra cattolicesimo liberale e socialdemocrazia, divenne un modello di diritto positivo nella Germania dell’immediato dopoguerra.

Quindi la stessa socialdemocrazia, in Europa, risente dell’influsso tedesco.…
Certo, ed esprime un modello pianificato di economia di mercato che trova la sua legittimazione nel diritto. La pianificazione economica se la sono inventata i liberali, come è vero che appartiene a risalenti filoni di pensiero della cultura liberale l’idea che la gente dovesse essere “educata”, ora a riconoscere e a perseguire il proprio utile ora alla libertà economica intesa come sinonimo di libertà umana. Anche oggi, le stesse forme di tutela del cittadino consumatore disciplinate dal diritto privato italiano in conformità alle direttive dell’Unione europea prevedono un diritto delle persone ad essere educate a consumare. 
A parte queste note di colore, credo che l’influsso della cultura ordoliberale sui processi di integrazione europea costituisca uno dei punti di emersione di un problema più ampio, quello della legittimazione democratica di un sistema politico sovranazionale in cui obiettivi economici e valori giuridici comuni sono definiti in concreto da un apparato burocratico centralizzato e dalla giurisprudenza della Corte di Giustizia. Si promuovono modelli unilaterali e chiusi di costituzione economica e di società civile. 
L’affermazione politica, prima che giuridica, del primato del diritto comunitario della concorrenza è spesso in conflitto non solo con la possibilità di garantire elevati livelli di protezione di molti diritti fondamentali della persona, oggi previsti dalla Costituzione europea, ma anche con forme di partecipazione democratica interne alla società civile e con una reale politica del riconoscimento che, specie rispetto alla posizione dei lavoratori non-europei, rifiuti la logica degli “status”.

Puoi fare un esempio preciso?
Già alla fine degli anni ’90 la Corte di giustizia è stata chiamata a stabilire, trovando soluzioni di compromesso; se i contratti collettivi di lavoro stipulati dalle parti sociali costituissero intese restrittive del libero gioco della concorrenza, se i regimi di tutela previdenziale per i quali fosse prevista dalla legge di uno Stato membro l’iscrizione obbligatoria a un fondo pensione fossero assoggettabili al diritto antitrust; se il monopolio assicurativo statale in materia di assistenza sanitaria fosse compatibile con i principi economici dell’Unione. In linea teorica, qualsiasi forma di tutela giuridica di diritti fondamentali individuali o sociali è idonea a produrre effetti anticoncorrenziali: demandare a un giudice unico, secondo la logica del “caso per caso”, la risoluzione dei conflitti fra l’interesse generale alla concorrenza non falsata e le protezioni sociali dei lavoratori comporta che la sovranità degli stati membri dell’Unione e le forme di tutela sindacale dei diritti dei lavoratori vengano in ogni caso delimitate dall’alto, o comunque al di fuori dei tradizionali meccanismi della democrazia rappresentativa e della democrazia industriale. In questo senso anche la Costituzione europea rappresenta una soluzione di comodo. Basti ricordare la sua natura giuridica di mero Trattato e la sua stessa genesi storica, per intuire che si tratta di un prodotto delle classi politiche degli Stati membri dell’Unione e non del frutto di un processo costituente legittimato dalla sovranità popolare. Tanto per non trascurare il tema dell’ identità europea, di cui oggi discutono molto le classi politiche, gli economisti, i giuristi, e molto poco i cittadini, tornano alla mente le ambiguità dell’esperienza della Repubblica di Weimar e in particolare i tentativi di studiosi come Rudolf Smend di interpretare il sistema costituzionale del 1919 e i diritti fondamentali della persona sulla base di un concetto, quello di integrazione materiale della società nello Stato, che collegava il sistema delle tutele giuridiche alla nazionalità. Penso anche alla solidarietà corporativa fascista, che qualche punto in comune con il paradigma ordoliberale dell’economia sociale di mercato secondo alcuni studiosi ce l’ha. Durante il fascismo il diritto di proprietà e la libertà di iniziativa economica privata non furono abolite e le classi sociali dovevano cooperare nel nome di un superiore interesse generale, che non era quello alla concorrenza non falsata, ma quello astratto e indeterminato della nazione. Con le dovute cautele e proporzioni, il primato culturale di una supposta identità europea e quello giuridico dell’interesse generale alla libera concorrenza, una volta assurti a obiettivi, o peggio a valori nel processo di integrazione, non mi sembrano poi così lontani, sul piano della storia delle idee, da modelli autoritari di Stato e di società civile.

Parlavi anche della creazione di “status”…
Gli stranieri non-comunitari, per i quali esiste una disciplina giuridica ad hoc, ancorata alla rigida alternativa fra assunzioni lavorative a tempo determinato e reclusione nei Cpt in attesa di essere espulsi. Lo straniero comunitario, lo sappiamo, può essere regolare o irregolare, nel peggiore dei casi clandestino. In tutta Europa la disciplina giuridica dei flussi migratori resta funzionale agli interessi della produzione.
Qui il discorso diventa marcatamente politico, ma di sicuro una società chiusa e dominata dal paradigma dell’efficienza economica non faciliterebbe l’estensione dei diritti di cittadinanza, della tutela del diritto di asilo politico e delle diverse identità culturali di tutte le persone occultate nello status di straniero non-comunitario. 
Beninteso, in Europa esistono stati polietnici, quindi il problema delle politiche del riconoscimento non va confuso con la discutibile idea della promozione del pluralismo culturale attraverso logiche interne allo stesso mercato comune.

A questo proposito, in che misura secondo te la promozione del pluralismo culturale può contribuire a formare gruppi identitari chiusi e quindi antipluralistici al loro interno?
Si deve evitare innanzitutto un assiomatico richiamo a “culture di maggioranza” che forniscono tutele esterne a gruppi “minoritari” nei limiti in cui questi ultimi non coartino i propri membri secondo parametri valutativi che resterebbero stabiliti dalla stessa cultura di maggioranza. Qui ha ragione Habermas, quando richiama l’esigenza della preventiva partecipazione politica degli interessati alla definizione di regole giuridiche comuni. Condivido inoltre la posizione di Amartya Sen, tesa a privilegiare la scelta razionale sulla creazione di identità collettive legate all’appartenenza etnica, religiosa, nazionale, in cui inglobare le persone, con la loro complessità. Questo dovrebbe valere anche quando è la stessa razionalità del comportamento umano rispetto a scopi a divenire un modello culturale identitario. 
Ci sono impressionanti analogie fra l’arte del supplizio dei tribunali francesi del ‘700 descrittaci da Foucault, dove la tortura era graduata in funzione di pena e al contempo di strumento probatorio della colpevolezza, e i metodi di tortura previsti dal vigente diritto penale di guerra degli Stati Uniti, calibrati e dosati in relazione allo scopo di raccogliere informazioni utili per le operazioni belliche o per il controllo di un territorio invaso. Le stesse teorie economiche del comportamento umano sono fondate sulla razionalità rispetto a scopi, ovvero su qualcosa di apparentemente neutro, di politicamente non connotato. 
Tutto ciò esclude la possibilità stessa di valutare, in base a parametri diversi dalla mera coerenza interna, i costi sociali delle proprie azioni e la natura stessa dei propri scopi. Insomma è come se ti dicessi: da occidentale, sono in armonia con la grazia divina perché faccio bene il mio lavoro, indosso abiti che esprimono funzioni sociali o semplicemente rassicurano la mia clientela e nei fine settimana godo di una discreta libertà di scelta nell’acquisto di beni di consumo entro i limiti del mio vincolo di bilancio. 
Questi brandelli di etica protestante e utilitarismo possono sortire l’effetto di abbassare la percezione di fenomeni più inquietanti di una semplice crisi di identità. Viene in mente di nuovo il linguaggio della guerra, con i suoi obiettivi militari, i suoi effetti collaterali da minimizzare e la deresponsabilizzazione attraverso la tecnica di chi è tenuto a uccidere per mestiere. Quello della razionalità è un mito come un altro che funge alla costruzione di identità collettive, con modelli astratti, precostituiti ed esportabili di cultura.

Commenti
9 Commenti a “L’economia decisa dalla politica o la politica decisa dall’economia?”
  1. Mariateresa scrive:

    Funzionale agli interessi della produzione…tutto lo è: uno Stato che però non riesce a garantire ai suoi cittadini un adeguato livello di reddito – anche se il rischio di essere guidati c’è sarebbe l’ideale uno Stato che si occupasse di te, di cosa stai facendo in questo momento e si assicurasse di che reddito potresti avere (penso alle casalinghe, relegate a un ruolo di cura totalmente misconosciuto, ruolo in cui si rifugiano parecchie disoccupate che nel mercato del lavoro non riescono a rientrare e vivono di passività, pensioni dei genitori, coniuge, ecc.), ecco uno Stato così quando prende ( e parecchio con tasse per lo più indirette, basta vedere quanto costa far la spesa…) saprebbe anche dare!

  2. mazingazeta scrive:

    Sono dogmi : la mano inviibile non esiste, la vera concorrenza idem, ciò che compone l’equilibrio tra la domanda e l’offerta nei “mercati più importanti” non è il prezzo ma le conoscenze politiche, la corruzione è endemica per assicurarsi contratti multimiliardari. Bel futurologo però ‘sto Adam Smith a sostenere che tutto il mondo ragiona economicamente come gli industriali tessili inglesi del 1800. Tutto il mondo non era paese ma lo è diventato successivamente e tutti ancora oggi a dargli credito.

  3. marco mantello scrive:

    Perfettamente d’accordo: la mano invisibile non esiste. E il rimedio a un sistema economico imperniato su dogmi non può essere costituito nemmeno ( o solo) dalla mano visibile di un intervento pubblico in economia meramente ‘regolatore’ dei mercati esistenti, ovvero o a ristabilire supposte condizioni concorrenziali. E’ il problema della gestione dei beni comuni, di un intervento pubblico in economia non meramente residuale ai casi di palese fallimento della c.d. soluzione di mercato, o limitato al controllo del ‘mercato’. Quest’ultimo è il caso delle politiche antitrust. Leggo su questo sito interventi eccessivamente fiduciosi nell’antitrust ed è bene ricordare che esso non elimina affatto i monopoli esistenti, non rientra nei suoi poteri farlo, quello che fa un’autorità amminsitrativa indipendente è sanzionare comportamenti del monopolista privato che ad esempio impone ‘prezzi predatori’ e ha un potere di controllo sul ‘prezzo’ di un bene. Se pensiamo al mercato editoriale, beh è curioso che per impedire ad amazon di praticare prezzi predatori (i famosi sconti) si sia dovuta fare una legge apposita, quando era compito dell’antitrust intervenire.

  4. marco mantello scrive:

    Scusate alla quarta riga è saltato qualcosa: “ovvero diretto a ristabilire”

  5. Andrea Capocci scrive:

    Mantello, è un’intervista molto bella, degna del racconto “Tutti i mistici di Roma Nord” che mi aveva già entusiasmato. Vado a comprare il tuo romanzo, appena posso.

  6. marco mantello scrive:

    Caro Andrea Capocci grazie della fiducia! Marco

  7. mazingazeta scrive:

    Altra importante ed aggiuntiva riflessione è constatare come da molti anni nel linguaggio mediatico la ripetitività del temine “mercato” è talmente pervasiva che diviene parossistica ; la maggior parte di color che ne parlano con competenza non sanno nemmeno l’esistenza della scuola austriaca per dirne una, non pensa ? è come inculcare a forza di dai e dai alcuni vocaboli estranei alla cultura personale di tanta gente, è una mutazione a vederla bene, lenta e costante fino a risultato raggiunto, concepire cioè l’essere umano soltanto come soggetto economico scartando tutte le sue possibili altre inclinazioni naturali, viaggiare, fare niente, osservare le nuvole e poi dipingerle, tutto cioè portato a valore secondo l’efficienza economica per poter dirsi un giorno l’uno con l’altro : ma tu quanto vali ?
    E questo processo che parte da q.che decennio non è naturale evoluzione del sistema capitalistico classico in neoliberismo deregolamentato ma pensato prima, provato e poi attuato scientificamente.

  8. marco mantello scrive:

    Si credo che dal suo ragionamento emerga con forza il problema della presunta avalutatività delle c.d. scienze sociali, che è poi il mito della ‘scientificizzazione’ di modelli astratti e univrsali di comportamento umano suffragata dalla statistica, dalla psicologia, etc. . Per me si tratta del grande male dei tecnocrati (giuristi, economisti, sociologi etc.): confondere la scientificità del loro lavoro con il mero potenziamento dello status quo, pretendere di poter ‘comprendere’ la realtà per come è, senza che questo implichi anche una ‘valutazione’ della realtà, un suo presumerla ‘razionale’ fino aprova contraria, un suo aderire ad essa più o meno così come è, o meglio come si è convinti che sia e debba essere in base ai ‘modellini’ di ‘lavoratore’, ‘immigrato regolare’, ‘clandestino’, ‘manager’, ‘delinquente abituale’, magari desunti dalla statistica, e non più come un tempo dalla fisiognomica (quello lo fanno ancora i poliziotti: se hai i denti spezzati e sei magro vuoel dire che ti fai; se sei pompato napoletano e con i tatuaggi vuole dire che sei stato in galera…)

    E’ indubbio che nella parola ‘mercato’, associata in ogni luogo a ‘persona’, si riproduca quella irrisolata antinomia segnalata da Habermas in un libro bellissimo (logica delle scienze sociali), fra il voler ‘descrivere’ ciò che accade e il voler ‘prescrivere’ cioè che deve accadere, il come si comportano le persone reali in carne e ossa e il come si devono comportare per soddifare interessi egoistici. Ecco io non credo alla neutralità scientifica, non credo che si possa conoscere sanza valutare. Credo invece che gli economisti siano la classe di tecnocrati più potente e decisiva al mondo, oggi, e che il problema della loro formazione culturale resti decisivo. Per restare al ‘nostrano’ e alla ‘provincia dell’impero’, certe volte leggo questi post sul sito della ‘voce’ (economisti di area pd, boeri e compagnia) e rabbrividisco, nel leggere di ‘soluzioni’ ai problemi dell’immigrazione fondate su banali pregiudizi associati a valutazioni scientifiche del ‘comportamento umano’, magari suffragate dalla statistica del minsitero degli interni, che calcola i livelli di criminalità di stranieri e italiani e dunque la famigerata ‘pericolosità sociale’ sulla base delle mere denunce penali o dei fermi di polizia in autostrada…Ecco appunto: avalutatività dei miei coglioni, scusate per il linuaggio ma tant’è.

    Non bisogna infine dimenticare che, quantomento rispetto agli assunti comportamentali dell’individuo (e fermo restando che gli economisti non sembrano interessati a indagare la ‘massa’ come possibilo autonomo ‘organismo’ dedito al ‘consumo’ di beni inutili, con proprie caratteristiche corpontamentali -Canetti e Freud con tutti i limiti delle loro indagini sul comportamento delle ‘masse’ paragoanto a quello individuale non sembrano rientrare fra le letture consone), l’economia politica e i suoi tradizionali modelli di ‘concorrenza’ nascono colluse con la filosofia morale e la sociologia.
    Oggi, in tempi di modelli matematici e teoria dei giochi, la psicologia e la statistica assumono forse maggior rilievo di un tempo.

  9. mazingazeta scrive:

    Lei ha compreso perfettamente ciò che lamento. E apprezzo intellettualmente quando scrive “presumerla razionale fino a prova contraria”, in quanto si fa chiaro che questi legislatori-economisti sono in carenza di alcune tra le migliori virtù dell’uomo ovvero la fantasìa e l’elasticità mentale. Viaggiano essi poco e male forse.

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