La statua del ''Cavallo morente '' di Francesco Messina, esposta all'ingresso della sede Rai di viale Mazzini a Roma, in una foto d'archivio.
ANSA / GUIDO MONTANI

“I gufi non sono quello che sembrano” L’editto bulgaro in salsa PD

La statua del ''Cavallo morente '' di Francesco Messina, esposta all'ingresso della sede Rai di viale Mazzini a Roma, in una foto d'archivio. ANSA / GUIDO MONTANI

Questo pezzo è uscito su La Repubblica.

Devo confessare di non essere rimasto sorpreso quando Michele Anzaldi ha incluso anche me nello sgraziato editto bulgaro in salsa Pd con cui si torna a minacciare l’indipendenza (o ciò che ne resta) della televisione pubblica. Ogni potere ha bisogno della sua narrazione, e ogni storytelling di potere esaspera fino alla comicità perversa I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen: non solo vuole che il re non sia nudo, ma pretende che persino chi veste di stracci per necessità sia immaginato in smoking a conversare dolcemente di meteorologia in una realtà parallela. Nel nostro caso, un Chiantishire dell’anima.

Anzaldi è dispiaciuto per il mio intervento a Ballarò del 15 settembre. Mi si chiedeva di commentare l’estate appena trascorsa, e mi è sembrato normale parlare della mattanza dei migranti e del fatto che al sud (in Puglia in particolare) si sia tornato a morire nei campi come ai tempi di Giuseppe Di Vittorio. Per quanto a molti faccia comodo cavalcare il detto nietzschiano secondo cui non ci sarebbero fatti ma solo interpretazioni, i dati dello Svimez che hanno agitato Renzi quest’estate sono interpretabili fino a un certo punto. E decurtabile non è il numero dei morti.

Ogni potere sogna il commissariamento della realtà, e questo governo deve covare interiormente un buio molto fitto se ha bisogno che tutti intorno sorridano e parlino di un mondo meraviglioso. Pretendere l’ottimismo a tutti i costi può risultare alla lunga molesto. “I gufi non sono quello che sembrano”, diceva il David Lynch di Twin Peaks, e se ne vedi a ogni angolo è forse il sintomo di qualcos’altro.

Mi spiace infine che l’esponente Pd non sia stato sfiorato dal sospetto che le mie parole nascevano da un vecchio imperativo letterario. Parlando delle vittime, ho solo indegnamente provato a fare mia quella precisa e per me enorme lezione secondo cui è importante raccontare non chi la Storia la fa ma chi ne è calpestato, poiché chi porta le stimmate del tempo ne è il vero testimone. Le vittime spesso però non hanno voce. Così dargliela tocca a qualcun altro. Raccontare per chi non può farlo. La letteratura come ruolo vicario. Anche il potere ci vorrebbe vicari, ma di se stesso.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
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