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L’educazione politica ai tempi del cosiddetto precariato

di Christian Raimo

Il mio bisnonno faceva il bracciante. Mio nonno ha fatto il calzolaio finché verso i quarant’anni è entrato in fabbrica, la Technicolor. Nella stessa fabbrica ha cominciato a lavorare mio padre verso la fine degli anni Sessanta, come operaio specializzato: ci ha lavorato per trentotto anni, facendo carriera internamente e andando in pensione come direttore delle risorse umane. Io sono stato parzialmente dipendente dai miei fino a trent’anni, facendo il precario intellettuale. Oggi campo con quattro lavori che mettono insieme uno stipendio.

In questo senso penso che queste quattro generazioni della famiglia Raimo rappresentino in maniera molto indicativa l’evoluzione delle condizioni del lavoro, e della cultura conseguente. Il mio bisnonno non ha cambiato occupazione in vita sua, anche con un paio di guerre in mezzo che gli hanno sconvolto la vita. Mio nonno si è riadattato alle condizioni dell’Italia anni Cinquanta: si è spostato dal paese in città, ha scelto un salario in un’azienda in espansione invece di campare col suo piccolissimo laboratorio artigianale. Mio padre ha lavorato per la Technicolor per 38 anni. Io, che ho 38 anni ora, non soltanto ho già cambiato lavoro varie volte in vita mia, ma ad oggi: sono un dipendente di una scuola privata, ho delle collaborazioni continuative con una casa editrice, un mensile, e un settimanale, ho delle collaborazioni saltuarie con vari altri committenti culturali, e in più faccio lo scrittore in modo professionale e quindi posso disporre anche di alcuni anticipi.

Che vuol dire quindi cultura del lavoro? Mio nonno – operaio – non credo abbia mai letto molto Hegel o Marx in vita sua ma mi ha trasmesso quel paio di cose fondamentali: 1) che il lavoro nobilita nel senso hegeliano, in quanto dà all’essere umano la consapevolezza di poter trasformare la natura; 2) che una coscienza di classe è sentita prima ancora che teorizzata. La condizione sociale di mio padre è, a miei occhi, il frutto migliore di una comunità fondata sul lavoro, come Costituzione aveva voluto all’articolo 1. La sua etica lavorista e aziendalista, il suo rapporto con gli altri dipendenti e con i sindacati, sono stati la forma di un mondo per cui per dirla – contro la Thatcher – non gli individui ma la società esiste, ed è fatta in primis dalle persone che lavorano insieme. Nessuno della mia famiglia ha fatto politica attivamente: questa cultura (ossia questa consapevolezza) era immediata. Passava, sono convinto, attraverso grandi e piccole narrazioni. Ho presente che nelle storie che mi raccontavano da bambino mio nonno e mio padre c’erano i racconti della guerra ma c’erano anche un sacco di racconti di fabbrica: scioperi, vertenze, aneddoti della vita interna tra la mensa e i laboratori.

E oggi? Mi viene in mente quello che dice Stanley Aronowitz in Post-work: non esiste una coscienza di classe se non c’è un racconto di classe, non esiste una rivendicazione di diritti sul lavoro se prima non c’è un racconto comune su cosa vuol dire lavoro. Ossia, per farla breve, esiste il movimento operaio, la cultura operaia, se ci pensate con i suoi canti, i suoi riti, le sue feste, le sue date fondamentali, i suoi eroi, ed è una meravigliosa e secolare storia; non esiste un movimento precario, una cultura precaria. Nonostante, per fare un esempio sempre dal mondo anglofono, Guy Standing abbia provato un paio di anni fa a realizzare nel suo libro The precariat. The new dangerous class, un’operazione di sintesi storica e geografica dei nuovi lavoratori globali. Ma è una forzatura, a mio avviso, una sintesi in vitro. È difficile e forse impossibile definire il “precariato” una classe. Per semplici, preliminari ragioni, linguistiche prima ancora che storiche.

Precario dice in sé una condizione di debolezza, oggettiva e non soggettiva. Precario è una condizione deficitaria, semanticamente definisce per difetto rispetto a stabile. Precario è una parola onni-significante, in sociolinguistica si definirebbe un plastismo, ossia una parola talmente adattabile a tanti significati diversi da non essere più utile a dirci qualcosa. In questo senso la cultura del lavoro è oggi una questione più che una risorsa.

È difficile: A) riconoscere una condizione e B) pensare che questa condizione ci definisca e che anzi la rivendichiamo come parte fondamentale della nostra identità se questa condizione è essenzialmente dolorosa, deficitaria, mancante, spersonalizzante…

La cultura del lavoro oggi è un processo complicato perché il capitalismo avanzato è veramente molto avanzato, e mette a lavoro tutto, comprese non solo le nostra facoltà cognitive, ma anche – se ci pensiamo – le nostre psicosi. Per fare un esempio, io non sono soltanto un consumatore migliore se sono portato a fare shopping compulsivo, ma sono in un certo senso un lavoratore migliore se per esempio sono ansioso. Sono un lavoratore più produttivo se sono un manager che sviluppa una control-freakness, se sono un ufficio stampa con manie narcisistiche, se sono uno che fa più lavori e ha un bipolarismo accentuato. Già riconoscere questa condizione come una condizione patologica determinata anche dalle forme del lavoro contemporaneo non è facile. Il rischio successivo è di fare di questa condizione patologica la condizione di rispecchiamento. Un orgoglio patologico, se ci si pensa. Una coscienza di far parte di una comunità di traumatizzati vissuta come coscienza di classe.

Quale cultura del lavoro si può sviluppare da tutto questo? Come abbiamo provato a considerare, il capitalismo avanzato mette tutto a profitto. Sia il trauma che produce, sia il racconto del trauma. Non è vero che non si parli di precariato, di lavoro, etc… Ma se ne parla quasi sempre come un elemento oggettivo. In questo senso si è sviluppato negli ultimi anni un consumo culturale legato al precariato. Film, libri, canzoni, format televisivi, spot televisivi hanno raccontato moltissimo questa nuova scena sociale, questo mondo vissuto dai precari. In due modi: oggettivandolo ossia spesso neutralizzandolo (eliminandole la prospettiva soggettiva, quindi eliminandone la potenzialità di conflitto), e – passaggio ancora più importante – rendendolo merce. Mister Precarietto con i suoi 700 euro al mese, sempre a casa di mamma e papà, senza futuro chissà che farà, è diventato uno dei personaggi più diffusi delle narrazioni contemporanee. Il racconto della sfiga, della lamentazione, del paradosso di adulti che non riescono a essere adulti è diventato un genere letterario.

Ora, la domanda ovviamente è cosa si può fare per uscire dall’impasse. Io penso che una data cardinale come punto di svolta nella politica italiana degli ultimi due anni sia stata il 14 dicembre 2010. Era il giorno in cui Berlusconi riusciva ad avere la fiducia dopo lo strappo di Fini raccattandosi gli scherani di Scilipoti. Per strada a Roma c’era una manifestazione degli studenti dell’Onda che veniva attaccata dalla polizia in piazza del Popolo. Quello che mi fu chiaro lì era che la rabbia che la generazione post-Genova aveva maturato era una rabbia non ingenua, ma una specie di rabbia disincantata.

Lì in molti, chi era in strada e chi era davanti alla tv, hanno ancora potuto riconoscere che il nodo cruciale è il deficit assoluto di democrazia. Chi mi rappresenta in Parlamento, in tv, sui giornali, nella politica? Qualcuno che in questi anni non si è arreso al cinismo ha ricominciato a pensare che l’ingenuità in politica può diventare una colpa. Ciò che è venuto dopo: i referendum, le occupazioni, le manifestazioni anti-Tav, mostrano una forma nuova politicizzazione che ha bisogno di tempi lunghi, percorsi personali, fiducie, incontri… Se una condizione traumatica deve trasformarsi in una soggettività politica, occorre anche un’autocoscienza che sia in parte terapeutica. È anche normale che quindi la risposta a In che direzione lavorare? è In qualunque direzione, per me. Dovunque ci rialfabetizzi a un linguaggio comune.

Quello che personalmente non mi ha fatto diventare cinico in questi anni sono state delle comunità non politiche che svolgevano un ruolo di supplenza rispetto a questo deficit di confronto pubblico: la comunità intellettuale, le comunità religiose… per altri magari sono stati i gruppi femministi, per altri ancora i gruppi di lavoro teatrale, per altri le riviste… ognuno ha cercato in piccolo un luogo di minima appartenenza. Ora questi percorsi hanno la forza e la consapevolezza per arrivare a una convergenza?

La verità è che molte esperienze di aggregazione dal basso a sinistra si sono rivelati al massimo dei frankenstein elettorali, da Uniti contro la Crisi, Uniti per l’Alternativa, a Alba: e sono fallite nel giro di poco. Ma prendiamo l’esperienza del Teatro Valle, che arriverà a festeggiare una grande vittoria politica, a essere una fondazione, mercoledì prossimo. Si è visto che la forza del mettersi insieme vale se è trasformativa, non se è un’addizione. La vitalità del Valle è il principio di autocritica. Il Valle poteva essere un segno vuoto, un aggregato del peggiore centrosocialismo fricchettone; non è stato così, non è stato così in modo palmare. Se doveva essere pensato come luogo di trasformazione politica doveva essere un luogo di autoformazione, che è quello che accaduto e che accade. Non bastava un’agenda di contenuti, ma occorreva la vita. Vuoi sapere cosa pensano quelli del Valle? Vai lì e frequenta questo posto un mese. C’è gente che cambia idea al Valle, molto; c’è gente che fa delle cose talmente belle che non ci rinuncerà per nulla al mondo. C’è un confronto continuo di idee tra persone che fanno un lavoro simile. Un confronto il cui scopo principale è ricostruire un contesto di dibattito credibile. All’inizio il principio che ci si è dato come imprescindibile era proprio quello della carità. Ossia, eravamo giunti alla convinzione che la mancanza di politica fosse stata compensata da anni con il cattivo metadone dello schierarsi: le tifoserie dell’opinionismo sono tuttora il fantasma della discussione. Quello che non facevamo da anni e che ci è sembrata un’esperienza gioiosa è stato fare assemblee, discutere fino a tarda notte, stendere documenti e passarli al vaglio di centinaia di persone, discutere, avere ragione e avere torto. Per fare questo i luoghi dovevano essere per forza neutri, da ricolonizzare… Anche per questo le occupazioni o nel piccolo quello che accaduto con TQ sono stati dei soggetti orizzontali, senza leader, non c’è nulla che non venga ridiscusso mille volte: perché si è visto come le scorciatoie sul coinvolgimento della società civile producano mostri da una parte (vogliamo, per dire, parlare della candidatura dei vari Calearo alle penultime elezioni?) e perché è diventato evidente che la ripoliticizzazione deve passare per forza per una lunga e continua autoformazione. Non è meraviglioso poter essere finalmente in disaccordo e potersi parlare? Non è meraviglioso riconoscersi nelle battaglie di qualcun altro?

Tutto questo porterà a nuove forme della democrazia che non siano i partiti né i fantasmi futuristici evocati dai Casaleggio di turno? Nuove forme della democrazia nell’era della post-democrazia, come la chiama Colin Crouch? Si può declinare così questa questione. Se sì, allora direi che prima di pensare a quali procedure sono utili per stimolare partecipazione e deliberazione, mi chiederei perché è così macchinosa e difficile la transizione da una politica che aveva fiducia nei partiti a una politica per cui quei partiti sono diventati dei mostri inutili.

Io ho una sensazione. La sensazione è che nel Novecento ci siano state delle importanti agenzie di educazione informale all’uguaglianza, che oggi sono molto più deboli.

Dove è che io ho imparato il valore dell’uguaglianza? Quand’è che l’ho vissuto questo valore? Penso prima di tutto in famiglia, nell’esperienza della fratellanza. Io ho una sorella, e credo che sia stato fondamentale sapere tutti i giorni della mia infanzia che c’era qualcuno accanto a me che aveva i miei stessi bisogni, qualcuno con cui rispecchiarmi. Questa solidarietà fraterna è stata, esageriamo, in nuce un piccolo esempio di coscienza di classe: una contrapposizione, un’alleanza buona contro i nostri genitori. Oltre la famiglia, anche la società in un modo o nell’altro era un’agenzia di educazione informale all’uguaglianza. Se mi ricordo i racconti di mio nonno, sia i racconti familiari appunto in cui parlava delle decine di fratelli e cugini con cui si doveva dividere lo spazio e il cibo, mi ricordo anche i suoi racconti di guerra e i suoi racconti di fabbrica. L’esperienza terribile della solidarietà nella guerra e anche e soprattutto la vita di fabbrica mostravano senz’appello una condizione di uguaglianza, nella fragilità certo, nello sfruttamento anche.

Oggi quest’educazione informale è molto meno rilevante nella formazione personale. Metà dei miei studenti sono figli unici, un buon quarto ha fratelli o sorelle ma di un solo genitore: quello che apprendono spesso questi ragazzi è di essere speciali, unici in qualche modo; è più difficile che sperimentino l’uguaglianza. La stessa cosa è evidente sul lavoro. Le decine di tipologie di contratto oggi disponibili sono l’indice di una frammentazione della condizione lavorativa. L’utilizzo indiscriminato delle partite Iva addirittura sottintendono una condizione di solitudine che è simile a quella della monade. Non esiste un ambiente di lavoro, l’ambiente di lavoro sei tu.

E allora la domanda che mi faccio: cosa vuol dire partecipazione oggi se non ho imparato che cos’è l’uguaglianza, se per me uguaglianza non è un valore? Secondo me l’unica agenzia forte che ancora riesce in questa pedagogia dell’uguaglianza è la scuola pubblica. Per questo penso che sia il baluardo su cui una politica di sinistra deve concentrare in modo prioritario tutte le sue energie. Come posso utilizzare nuovi strumenti di partecipazione dal basso, se non ho imparato mai a confrontarmi nemmeno coi miei compagni di classe?

Fatta questa lunga premessa mi viene da citare un libro del 2011 di Donatella Della Porta, Democrazie (edito da il Mulino), che con un ottimismo contagioso, fa una lunga disamina del crollo delle ideologie novecentesche e della fiducia della forma-partito, e poi racconta come dai movimenti degli anni Sessanta fino al Forum di Porto Alegre fino ai bilanci partecipativi si possa oggi imparare molto.

Ma il discorso sulle nuove forme di democrazia è tutto da costruire, non esistono soluzioni facili. Oggi i social network o la rete in generale darebbero da sé la possibilità di rendere più democratico il discorso pubblico. Ma questo, vediamo (anche se sappiamo quanto un twitter o un facebook hanno contribuito a trasformazioni epocali come le complicate primavere arabe) non è un processo automatico. La rialfabetizzazione politica è un processo lungo: quando negli ultimi anni ho ricominciato a partecipare a assemblee politiche, ho visto che molte persone non avevano neanche la capacità di stare a sentire senza parlare addosso, ho visto conflitti personali che non riuscivano a essere trasformati in contrasti di idee… A fare politica si impara col tempo.

Leggi il resto sul sito de Linkiesta.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
2 Commenti a “L’educazione politica ai tempi del cosiddetto precariato”
  1. jacopo scrive:

    Per i due terzi iniziali articolo UTILISSIMO (bravo Raimo). Quando però si tratta di approfondire il concetto di appartenenza di classe, allora il discorso secondo me si sfuoca. Mica per colpa di chi lo ha scritto: è che la questione della definizione di classe sociale, insieme a quella di ridefinizione del lavoro, è stata passata sotto silenzio per troppo tempo, anche e soprattutto dai partiti che si definiscono/-vano comunisti. Qui c’è un intero strumentario da mettere a verifica e aggiornare.

  2. Enrico Marsili scrive:

    Con la mia compagna di vita abbiamo deciso (gioiosamente) di fare 3 figli, al momento aspiranti quadrilingue. Commenti personali a parte, non capisco una cosa. Perche` reinventare la ruota (come fanno tutte le occupazioni) invece di partire da quanto gia` noto e formalizzato in territorio nemico? Una buona gestione, secondo criteri aziendali (non la Fiat, qualcosa piu` vicino all`Olivetti) puo` far risparmiare tempo e liberare energie.

    Condivido pienamente il discorso sulla generazione passata che, pero`, e` passata. Per nno farsi stritolare nel tritacarne del precariato, servono competenze uniche e distinuguibili, non confuse abilita` di massa. La massa si trova delocalizzando (cosi` pensano i padroni scemi) o si puo` formare nelle suole pubbliche (anche questa e`una pia illusione). La comunita` futura dovra` essere un`aggregazione di competenti, pronta a lottare insieme (perche` la lotta rimane IL valore), un po` come le squadre militari nei film americani da quattro soldi. L`esperto di formazione, il tecnico di reti e dei nuovi media, l`urbanista sostenibile, etc.

    E questa gente dovra` lavorare meno, pena la condanna all`esaurimento e alla rabbia impotente.

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