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L’eredità della legge Basaglia, 40 anni dopo

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Pubblichiamo la versione estesa di un pezzo uscito su Le Monde diplomatique, che ringraziamo. L’articolo è basato sul libro di Piero Cipriano Basaglia e le metamorfosi della psichiatria, uscito per Elèuthera. (fonte immagine)

di John Foot

Nel 1961 un giovane psichiatra di nome Franco Basaglia ricevette un’offerta di lavoro. Il direttore del manicomio di Gorizia era morto in un incidente stradale, e la carica era rimasta vacante. Gorizia, all’estremo confine orientale del paese, era una cittadina di appena 40.000 abitanti, piena di soldati, caserme e posti di blocco. La cortina di ferro era dietro l’angolo. La città era anche una roccaforte delle destre, con una maggioranza storica della Democrazia cristiana, una forte presenza di neofascisti e una sinistra minuscola. Forse non proprio il posto ideale per cominciare una rivoluzione.

L’offerta non sembrava promettente. Basaglia era un raffinato intellettuale di Venezia, con una cerchia di amici colti e una giovane famiglia. Gorizia era la provincia profonda. Trasferirsi là, disse, sarebbe equivalso a un «esilio interiore». Ma non aveva scelta. Bisognava pur lavorare. Così, nel novembre del 1961, assunse la direzione dell’istituto e dei suoi 500 pazienti.

Il manicomio di Gorizia era uguale a tanti altri, in Italia e nel mondo. L’architettura era carceraria, e lo stesso l’armamentario di contenimento accumulato nel corso degli anni – gabbie e camicie di forza per gli agitati, apparecchi portatili per l’elettroshock, depositi per gli effetti personali che in molti casi sarebbero rimasti là come i pazienti: a vita. Tipica anche la collocazione del complesso, al margine estremo della città.

I pazienti venivano ricoverati sotto osservazione su richiesta delle famiglie, di un medico o della polizia. Una volta bollati come «alienati mentali» (o con altre diagnosi: alcolismo, per esempio; il manicomio di Gorizia aveva un intero reparto dedicato) venivano internati – per anni, per decenni, a volte per sempre. Il sistema italiano era governato da due leggi prefasciste, risalenti al 1904 e al 1908, che imponevano il ricovero forzato «quando [le persone] siano pericolose a sé e agli altri, o riescano di pubblico scandalo», e dal codice penale fascista del 1930, che equiparava il ricovero a un precedente penale, anche se il paziente non aveva commesso alcun reato e tantomeno aveva subìto processi. Il manicomio offriva alcune forme di «trattamento», ma si stenta a definirle terapeutiche. Senza il loro consenso i pazienti erano sottoposti a terapia elettroconvulsiva e insulinica, a interventi di lobotomia e a pure e semplici sevizie, come l’immersione in bagni ghiacciati o una variante ante litteram del waterboarding: secchiate d’acqua sul volto, con la bocca imbavagliata da un panno. Doveva essere un luogo di cura, ma non lo sembrava affatto. Più che pazienti gli internati parevano carcerati.

Con il tempo, molti si rassegnavano a quella che nel 1961 Erving Goffman aveva definito la «carriera del paziente perfetto»: atteggiamento abulico e remissivo, accettazione passiva del sistema, perdita di controllo persino sulle funzioni fisiologiche. Il tempo passava ma non cambiava niente. Inutile contare i giorni: erano detenuti, ma nessuna sentenza aveva specificato la «fine pena». Pazienti e personale manifestavano i sintomi di quella che in seguito sarebbe stata riconosciuta come vera e propria nevrosi istituzionale: comportamenti ossessivi e stereotipati; apatia; gerarchie interne di potere e sopraffazione. Le sigarette erano onnipresenti, e usate come moneta ufficiosa. I medici andavano e venivano a proprio piacimento, celebrando quello che R.D. Laing avrebbe definito «il cerimoniale del controllo» durante il giro in reparto per poi andare a occuparsi dei propri ambulatori privati.

Al decesso di un paziente la campana suonava a morto, poi la salma spariva. Da ogni punto di vista – politico, sociale, culturale, morale, persino umano – quel mondo era popolato da gente dimenticata, da morti viventi. E solo in Italia erano 100.000, tutti rinchiusi in strutture psichiatriche pressoché identiche ovunque. Erano persone inermi, private di ogni controllo sulla propria vita, sui trattamenti. Al momento dell’accettazione dovevano consegnare la fede di nozze e ogni effetto personale, poiché non avrebbero avuto spazi privati in cui custodirli,venivano rasati a zero e spogliati. La separazione tra uomini e donne era inflessibile.

La prima reazione di Basaglia fu di ripugnanza. Quel posto gli ricordava anche episodi del suo passato. Come scrisse negli anni Settanta:

Quando entrai per la prima volta in una prigione, ero studente in medicina. Lottavo contro il fascismo e fui incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi trovai a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i buglioli dalle varie celle. Vi era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia dove si dissezionano i cadaveri. Quattro o cinque anni dopo la laurea, divenni direttore di un manicomio e, quando entrai là per la prima volta, sentii quella medesima sensazione. Non vi era l’odore di merda, ma vi era un odore simbolico di merda. Mi trovai in una situazione analoga, una intenzione ferma di distruggere quella istituzione. Non era un problema personale, era la certezza che l’istituzione era completamente assurda, che serviva solamente allo psichiatra che lì lavorava per percepire lo stipendio alla fine del mese.

Presto però in quella spaventosa «istituzione totale» le cose sarebbero cambiate.

Fin da principio Basaglia aveva preso una decisione: aveva accettato l’incarico, ma non avrebbe accettato le sue regole. Nemmeno il posto stesso. Lo respingeva.Da subito l’aveva paragonato a un campo di concentramento. Era un luogo di morte, e in seguito lo avrebbe definito una discarica per gli indigenti e i «devianti».

Ma come ribellarsi? Basaglia non aveva un piano prestabilito, solo un impegno al cambiamento. E lo manifestò da subito. Nel racconto di un collega, «al suo primo giorno, quando la capo infermiera gli consegnò l’elenco delle persone che avevano passato la notte legate al letto, lui ha riposto: “Io questa roba non la firmo”». Era un primo atto di resistenza, un gesto contro il suo stesso potere e contro la logica dell’istituzione sotto il suo controllo.

L’unico vantaggio di un lavoro senza sbocchi e nel bel mezzo del nulla era che nessuno si aspettava niente da lui. Per paradosso, il manicomio gli offriva un margine di libertà impensabile altrove.

Poco alla volta l’equilibrio di potere nell’ospedale cominciò a cambiare. Arrivarono altri psichiatri che condividevano la sua posizione. Si abbatterono muri e reticolati, l’uso dei sistemi di contenimento fu ridotto e infine eliminato, e alcuni pazienti furono addirittura dimessi, almeno per quanto possibile entro il quadro di legge del 1904. Diminuì il ricorso all’elettroshock (che tuttavia non scomparve mai del tutto). Si cominciò a pubblicare un giornale dei pazienti. Si aprì un bar nel complesso, e una bottega di parrucchiere. Ai pazienti furono restituiti gli abiti, e la dignità. Uomini e donne poterono di nuovo mescolarsi tra loro. Molti furono incoraggiati a trovare un lavoro, e ricevettero uno stipendio regolare.

Su un registro più filosofico, Basaglia sosteneva che ogni diagnosi medica andava«messa tra parentesi». Ciò che contava era costruire un rapporto con i pazienti, ascoltare le loro storie. In un caso, insieme al suo primo collaboratore, Antonio Slavich, passò quattro giorni e notti filati ad ascoltare il racconto traumatico di un paziente, Mario Furlan, che aveva più volte tentato il suicidio. In seguito Furlan sarebbe diventato uno dei leader del movimento di pazienti sorto all’interno dell’istituzione. Perché Basaglia non si limitò ad abbattere steccati, cancelli e sbarre – oltre a eliminare le serrature sulle porte: incoraggiò i pazienti ad assumere il potere. Furono loro stessi ad abbattere le barriere.

Siamo stati noi a mettere le serrature alle porte, avrebbe detto Basaglia in seguito, ma sono loro a dover girare la chiave. Nel 1965 introdusse assemblee cui partecipavano tutti nel manicomio. Si discuteva e si votava alla pari su temi di ogni genere, dalle questioni di ordinaria amministrazione a quelle più teoriche.

Le assemblee di Gorizia sarebbero diventate il precursore del 1968, un miracolo dentro un miracolo. La gente arrivava dall’altro capo del mondo per assistervi. In una delle istituzioni più antidemocratiche in assoluto era stata introdotta un’iper-democrazia. Era il capovolgimento, la negazione, la rivoluzione culturale cui aspirava Basaglia. Ma il suo obiettivo non era creare un ospedale più vivibile – una gabbia d’oro, come diceva lui. Il suo scopo era abolire tutti gli ospedali. Distruggere, come scrisse a metà degli anni Sessanta, l’intero sistema degli ospedali psichiatrici. Era un cambiamento radicale, disse, ma ovvio e necessario.

Già nel 1968 i fatti di Gorizia avevano cominciato a esercitare un impatto nazionale. Ispirarono e si ispirarono ai movimenti esplosi quell’anno in Italia e in tutto il mondo. La rivoluzione avvenuta nel manicomio combaciava alla perfezione con le idee del movimento, soprattutto ai suoi albori. In Italia urgevano riforme in tutte le istituzioni – le scuole, l’esercito, la Chiesa, le carceri, le università. Medici, soldati, detenuti, preti, docenti e studenti cominciarono a rivoluzionarle dall’interno, esigendo riforme e cambiamenti reali. Gorizia era un esempio concreto di istituzione già trasformata da un manipolo di uomini e donne impegnate. Era un modello.

Il messaggio di Gorizia arrivò all’opinione pubblica attraverso i canali culturali. Nel marzo 1968, con tempismo impeccabile, la prestigiosa editrice torinese Einaudi pubblicò un libro collettivo. Si trattava di un resoconto di quella che Basaglia chiamava «la realtà di un’istituzione in corso di trasformazione». Conteneva le voci dei pazienti oltre alle riflessioni teoriche e ai verbali dei dibattiti. Forma e contenuto entrano strettamente intrecciati al movimento del ’68 e ai suoi scopi.

L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico fu un caso editoriale. Andò a ruba nelle librerie, e compariva nella biblioteca personale di ogni aspirante sessantottino. Fu tradotto in francese, tedesco, spagnolo e portoghese (ma non inglese). Gli studenti accorsero in massa a visitare Gorizia, seguiti dai giornalisti, i fotografi e infine i politici. Nel 1968 il ministro della sanità, il socialista Luigi Mariotti, presentò una riforma che mitigava la natura repressiva del sistema dei manicomi. Criticò con ferocia gli ospedali che aveva visitato, paragonandoli a «campi di concentramento nazisti, inferni danteschi». Era il segno dell’influenza di Gorizia sulla legge e le politiche nazionali, ma adesso serviva un’altra strategia. Il modello era perfetto, ma non si era diffuso alla società. Il movimento, disse Basaglia, doveva muoversi. Non poteva fermarsi a Gorizia. I militanti goriziani dovevano lasciarsela alle spalle, assumere il controllo di altri manicomi, chiuderli e abolire se stessi insieme al sistema.

Nel 1972 la rivoluzione si arrestò di colpo. I medici si dimisero in massa, proclamando «guariti» tutti i pazienti tranne 51. Scrissero una lettera aperta al consiglio provinciale, un testo rivoluzionario in cui citavano Fanon: «La nostra presenza nell’ospedale psichiatrico è peggio che inutile, è dannosa ai pazienti […] poiché ai loro occhi noi, gli psichiatri, continuiamo a rappresentare la giustificazione dell’internamento». Il gruppo militante se ne andò e nel manicomio di Gorizia tornò la normalità. La rivoluzione di Basaglia era passata oltre.

I basagliani si sparpagliarono in tutta Italia, insediandosi negli ospedali e negli ambulatori psichiatrici di Arezzo, Venezia, Reggio Emilia, Pordenone, Udine. Movimenti paralleli avevano già assunto il controllo di altri manicomi, a Perugia, per esempio, e in provincia di Napoli. Alcuni rappresentanti italiani dell’anti-psichiatria avevano superato persino Basaglia per radicalismo, negando l’esistenza stessa della malattia mentale, e tuttavia continuavano ad accettare incarichi di prestigio nel sistema degli ospedali. Molti manicomi erano rimasti uguali al passato.

All’inizio del 1970 anche Basaglia si trasferì in una città e in un manicomio più grandi, a Trieste – un altro avamposto sulla frontiera della Guerra fredda, ma molto meno provinciale di Gorizia. Là trovò un’istituzione pressoché immutata, con le stesse gabbie, le stesse sbarre alle finestre, gli stessi reparti chiusi a chiave con cui si era scontrato all’inizio, e si mise subito al lavoro. Questa volta il clima era favorevole, l’appoggio politico pieno, e tutto sembrava più facile. Il manicomio di Trieste si aprì alla città, e la città lo accolse.

Negli anni Settanta sarebbe diventato un polo attrazione per gli psichiatri radicali. A Trieste si crearono i nuovi servizi di assistenza. Basaglia adottò strategie di liberazione sempre più plateali. Noleggiò un aereo per portare i pazienti a vedere Venezia dall’alto – ai malati mentali era vietato per legge viaggiare in aereo. Invitò Ornette Coleman a tenere un concerto nei giardini dell’istituto. Un cavallo blu di cartapesta, realizzato all’interno dell’ospedale, fu portato in processione per le vie della città, seguito in corteo dai creatori, i pazienti e i militanti. Pittori e artisti realizzarono opere ispirate alla causa della riforma.

Psichiatri e volontari si recavano là come in pellegrinaggio. Nel 1977 Basaglia convocò una conferenza stampa in cui annunciò che a tutti gli effetti quello di Trieste non era più un ospedale psichiatrico. In tutta Italia riformatori e politici cominciarono a esigere l’abrogazione delle leggi anacronistiche che regolamentavano il settore della sanità mentale.

Nel 1978, finalmente, la lotta cominciata a Gorizia diciassette anni prima arrivò a Roma e raggiunse il parlamento. Una serie fortuita di circostanze aveva creato un vuoto legislativo, e nel giro di venti giorni (saltando l’interpellanza referendaria prevista all’inizio) fu varata la legge 180, meglio nota come Legge Basaglia. Tutti si schierarono in favore – tranne l’MSI. La nuova legge aboliva tutti gli ospedali psichiatrici, e non ne prevedeva di nuovi. Il sistema dei manicomi era finito. Ai pazienti venivano di nuovo riconosciuti i diritti umani e civili (entro certi limiti). I malati mentali erano appunto questo: malati, non una razza a parte.

Basaglia era consapevole che la legge era soltanto un compromesso. Era la vittoria di una battaglia, non della guerra. Un inizio, non la fine. Nei vent’anni successivi in tutta Italia si sarebbero susseguite le iniziative per la creazione di servizi alternativi: ambulatori, reparti di pronto soccorso, case-famiglia, cooperative. La stragrande maggioranza dei 100.000 malati psichiatrici del paese tornò a una vita normale. Alcuni però non erano più in grado di gestirsi fuori dal manicomio. A questo gruppo fu assegnato un nome tecnico: residuali. Per loro non si formulò una strategia esplicita. Di fatto erano casi disperati. Si poteva solo attendere che morissero.

Il processo di chiusura dei manicomi (e di apertura alla società) fu attraversato da contraddizioni. Si verificarono casi di suicidio e omicidio. Spesso erano le famiglie a doversi accollare un accudimento non più fornito dagli ospedali. Le differenze tra regioni erano enormi, e dunque anche il divario tra i servizi offerti in varie località del Paese. Trieste restava un modello per l’assistenza post-dimissione. La mia prima visita risale al 2010 e conservo ancora un ricordo nitidissimo dell’ambulatorio di assistenza psichiatrica nell’ospedale generale. Lo psichiatra di turno non indossava il camice, e non c’erano serrature alle porte. L’ambiente era accogliente quanto quello di un albergo.

Franco Basaglia è morto nel 1980, di tumore cerebrale. La sua salma fu trasportata in gondola alla tomba di famiglia sull’isola di San Michele a Venezia. Aveva appena cinquantasei anni. Non ebbe il tempo di mettere in pratica la legge che ha preso il suo nome. Ma oggi in Italia non esistono manicomi. Non che sia un paradiso, ma quel sistema repressivo è stato abolito, e non per questioni economiche ma per motivi morali e politici. Alcune delle strutture di un tempo sono rimaste vuote e abbandonate, ma molte sono state adattate a nuovi scopi. Alcune sono diventate «musei della mente», altre ospitano strutture sanitarie e ambulatori di assistenza mentale, altre ancora sono diventate scuole, università o condomini. I terreni dell’ex manicomio di Trieste oggi si sono trasformati in parco pubblico, con uno stupendo roseto.

Negli anni Settanta il «grande internamento» descritto da Foucault si tramutò in una «grande liberazione». La maggior parte dei 100.000 prima rinchiusi tra le mura dei manicomi si è assimilata nella società. E tutto questo è avvenuto per iniziativa di un movimento militante che aveva cambiato il sistema dall’interno, un fatto senza precedenti nel mondo occidentale: i manicomi italiani furono chiusi dalle persone che ci lavoravano. Così facendo, quelle persone abolirono anche i propri posti di lavoro – per sempre. Oggi nessuno è investito della carica di «direttore di manicomio», l’incarico svolto da Basaglia e dai suoi colleghi negli anni Sessanta e Settanta. Non esiste più un’istituzione da dirigere. Il movimento aveva agito contro il proprio interesse, in controtendenza con ogni forma di clientelismo, nepotismo, patrocinio dall’alto. Si era auto-negato.

Oggi Basaglia resta una figura di primo piano, in Italia e all’estero, e provoca ancora controversie e dibattito. Il suo insegnamento è stato recepito ovunque nel mondo, dall’Inghilterra al Brasile, dall’Olanda alla Germania. Uno degli slogan del suo movimento era: La libertà è terapeutica. Ma la libertà è sufficiente?

Il libro di Piero Cipriano prende avvio dalle vicende di Franco Basaglia, di Gorizia, di Trieste e della chiusura dei manicomi, ma va ben oltre un semplice resoconto. Cipriano ha lavorato per anni nei servizi di assistenza psichiatrica italiani, e riflettuto a fondo sul loro funzionamento, sulla psichiatria come disciplina, sulla stessa malattia mentale – riflessioni che informano in particolare la sua geniale e illuminante trilogia, la «trilogia della riluttanza». Il suo pensiero lo ha imposto come la figura più eterodossa, originale e interessante della psichiatria italiana dai tempi di Basaglia stesso.

Le parti più affascinanti e importanti di questo libro non sono quelle su Basaglia e il suo lascito, ma piuttosto quelle che trattano l’esperienza personale di Cipriano, il suo approccio critico alla psichiatria e alle sue prassi che emerge in particolare nel discorso sugli antipsicotici e gli antidepressivi. Cipriano chiama questi farmaci «manicomio chimico» e dimostra che non soltanto non incidono sulle cause sottostanti del disagio mentale, ma addirittura aggravano la situazione, causando problemi ulteriori.

Il libro si conclude con una sezione di coinvolgenti interviste e articoli di varie personalità nella professione psichiatrica e in altri campi, compreso un superbo colloquio con il regista e gestore di cinema Silvano Agosti, autore di un film su Basaglia e di un’altra pellicola sulla straordinaria esperienza di liberazione avviata a Parma negli anni Sessanta e Settanta dal politico comunista Mario Tommasini. Sono rimasto colpito in modo particolare dall’appello di Agosti per una giornata lavorativa «di due ore», data la mia esperienza con i ritmi da burn-out dell’odierna accademia inglese, «istituzione totale» in ogni senso della parola, in cui la malattia mentale dilaga sia nel corpo studentesco sia in quello docente.

Cipriano racconta anche la propria esperienza in prima linea nella quotidianità spesso desolante dell’attuale settore psichiatrico, con i mini-manicomi e il frequente ricorso alle cinghie di contenimento persino in Italia, a dispetto della sua tradizione basagliana. E indica una possibile e cruciale via alternativa alla pratica psichiatrica di oggi, con le diagnosi e la prescrizione di farmaci basate sul DSM. Che sia sorta una nuova generazione di Basaglia pronta a raccogliere il testimone degli psichiatri, volontari e militanti che negli anni Sessanta e Settanta avevano smantellato il sistema? Cipriano è ottimista, ma con misura. Il passato plasma il presente, ma non sempre, e nei cinquant’anni trascorsi dal Sessantotto, in molti campi – e istituzioni – si è senz’altro verificata una controrivoluzione. Ma per chi sta cercando una nuova via allacomprensione del disagio mentale e un diverso stile di vita nell’era di internet e in una società che Cipriano definisce panottica, libri come questo sono senz’altro un primo passo cruciale. Cipriano detesterebbe sentirsi definire «il nuovo Basaglia», ma questo testo ha il potenziale di diventare per il 2018 ciò che L’istituzione negata, il volume curato da Franco Basaglia e, come questo, collettivo in tutti i sensi, fu per il Sessantotto.

Commenti
4 Commenti a “L’eredità della legge Basaglia, 40 anni dopo”
  1. db scrive:

    LE MONDE EST PETIT
    e, nel nostro piccolo,
    onoriamo anche noi.

    https://www.facebook.com/fondazioneempatiamilano/photos/gm.187060708848693/1918942858225342/?type=3&theater

    se la redazione gradisse pubblicare un racconto dei 13 in anteprima…
    (ma già ha rifiutato un pezzo di fachinelli su pasolini, annammo bene!)

  2. Pasquino scrive:

    Basaglia cambiò la realtà oltre a curare la pubblicazione di libri collettivi. Mi pare che siamo molto lontani da questa prospettiva. Ma al lettore medio piace questa narrazione senza pratica. Lo fa illudere che esistano intellettuali impegnati quando il loro unico impegno è il riconoscimento sociale e la visibilità personale.

  3. db scrive:

    non so voi, ma io faccio tutto per la visibilità, solo che ho questo problema: per un momento di gloria ci ho messo un anno di tempo, di scambi, incontri, lavoro duro che non ha pari con tanti altri duri ma più privati ch e ho svolto.
    ah, dimenticavo la soddisfazione enorme, le risate, gli sconforti con gli autori – ma a questo ero abituato. cominciai 18nne al reparto psichiatrico di marostica, e mi feci poi un annetto a trieste.
    per cui, a ripensarci, i pasquini e le pasquinate mi toccan poco, o giusto quel tanto per un bel vaffa.

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