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Leggere “I baffi” di Emmanuel Carrère mentre il mondo sta crollando

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Leggere I baffi di Emmanuel Carrère mentre il mondo sta crollando. Anzi, peggio: cominciare a leggerlo una sera come tante e voltare pagina verso una doppia rivoluzione: quella del protagonista, che ti aspettavi, e la tua, anticipata da sinossi in altre lingue e più volte ignorata. Alla prima arrivi con un languore familiare al lettore e all’autolesionista, costretto da una scrittura abilissima, sia cortese che crudele. Per la seconda, invece,devi prenderti la colpa. Non puoi sospirare “Ah, la letteratura!”, no: dovevi guardare fuori, demolire la leggenda dei tuoi tempi immuni dalla catastrofe, apparentemente impossibili da incrinare,e pensarlo: «Quella spedizione da Zara Home per la tovaglia antimacchia, be’, dovevo godermela di più».

Leggere I baffi e imparare,dal divano diventato trincea, a considerare il libro meno pensiero e più manufatto: il genio diventa “carta”, la struttura si riduce a “impaginato” e la prosa degli altri, che a volte rallegra e a volte fa male, finalmente è solo “inchiostro”. Con estrema naturalezza, ti trovi ad assegnare un nuovo senso al gesto di raccogliere, di sfogliare, di lasciar sbiadire la copertina con un velo di sudore. Ci pensi ossessivamente, a queste tue mani che ventiquattr’ore prima erano una cosa e dalla prossima alba saranno tutt’altro; pagine scritte anche loro, da evidenziare per intero e cancellare senza remore, cinque, sei, dieci volte al giorno, in attesa che si riempiano e quindi insozzino nuovamente, che siano ancora minacciose e poi vuote, immemori.

Riprendere il libro, viverlo come un’esperienza nuova, meno individualista, da filiera, e ragionare sulle dita che te l’hanno porto, sulle superfici su cui l’hai poggiato, sulla salute di chi, dentro casa, ne ha letto la terza mentre ti eri alzato per andare in bagno, o ti sedeva accanto.

«Cos’è?», ti chiede.

Pensi: Un oggetto, passato di mano in mano, esposto su scaffale, sfogliato da avventori, preso da me, porto a una libraia, sfogliato di nuovo per controllare il prezzo, pagato con soldi di carta che hanno comportato un resto in moneta e poi restituitomi.

Rispondi: «I baffi, di Carrère».

Leggere un libro sulle ossessioni mentre si è in preda a un’ossessione, e tuttavia sentirsi più fortunati del protagonista, che ha un problema solo suo, mentre tu condividi l’incubo col mondo intero; ognuno per sé, ma per lo stesso motivo. Meglio, no?

Nel romanzo di Carrère, il suo terzo, pubblicato per la prima volta nel 1986 e ora riproposto da Adelphi in una nuova traduzione di Maurizia Balmelli, c’è un uomo che, una sera, lametta alla mano, osa un nuovo look. Dopo la rasatura non ha più i baffi, e si aspetta, comprensibilmente, che sua moglie Angès se ne accorga. Sarà una sorpresa: da che si conoscono, lei non l’ha mai visto senza. Prima del colpo di scena attua una complessa coreografia di strategici nascondimenti del viso ma, quando arriva il momento del Tadàn!, lei non batte ciglio. Né allora né dopo, a cena con gli amici di una vita, Serge e Véronique, anche loro impassibili. Come si spiega? Che siano tutti così distratti è molto strano, e prima ancora che strano è inammissibile. Deve per forza trattarsi di uno scherzo.

Se ragioniamo sul tema Libro per parlare di quello che c’è dentro e non già come problema sull’ennesima superficie, per giunta porosa, su cui potrebbe stazionare un virus, I baffi è un argomento interessante. Perché, consumata la premessa sul tipo che si rade e la moglie che non se ne accorge – geniale, concorderemo, per quanto arrivata decenni dopo Gogol’, Kafka, Beckett, Ionesco, Pirandello e altri due o tre che manovravano bombe a mano ben prima chel’ideona ci affascinasse in quanto questione di bandella e non di filosofia – il problema che si pone il lettore è: come la fa continuare, Emmanuel Carrère, questa storia qua? Di che potrà mai parlare, un libro che sembra avere il respiro e il margine di movimento della grattata che segue un prurito, urgente, lì per lì, ma pure dimenticabile?

Torniamo allo scenario esterno al romanzo: quello della lettura al tempo della pandemia e della quarantena. Il lettore pensa: Ok leggere, ok guardare i film, ok glissare collettivamente sul fatto che io posso e un altro no, ok distrarsi per qualche giorno dal pensiero che potrò per poco tempo perché sono un lavoratore culturale e la cultura che circolerà nei prossimi mesi è roba da dispensa, le conserve di mamma come I racconti di Nick Adams, cioè più buona di tutto il resto e che a fasi alterne ti salva la vita ma che ti è fin troppo familiare e, di base, non si compra perché si possiede già, ok tutto, insomma, ma la trama di questo tempo in cui oscilliamo (chi solo, chi in coppia, chi coi genitori, chi coi coinquilini, chi con un gatto molto disinvolto cioè vedi punto uno: solo) dalla doccia alla scrivania, dai fornelli alla tv, dal lavandino al letto percependo ogni istante, traiettorie a parte, come zeppo di emozioni e di pensieri, parole sospese e di intuizioni, la trama di questo tempo, dicevamo, come la si racconta? Esperita la premessa – una pandemia minacciosa che ci chiude in casa e ci separa l’un l’altro – e spinte le scene di guerra e di morte verso un fondale a cui lo scrittore indenne non può accedere, ovvero gli ospedali, resta un fermento privato e tutto mentale, un bel tacer effettivamente difficile da scrivere. Una storia che, privata dell’ironia nervosa, potrebbe non reggersi in piedi.

Se non, appunto, riportando una cronaca dell’ossessione. I fatti oltre la porta sono cosa nota e già tessuta. Ma ogni privato può brandire un nuovo tipo di narrazione che trafigga quella pubblica per segnarla e fingere, senza ucciderla, che ogni ferita sia uno spiraglio. Tutti i desideri di fuga, le piccole delusioni domestiche, la speranza disattesa rispetto al cielo terso e al marciapiede assolato possono reggere, a staffetta, l’impianto di una storia che va verso un finale troppo più debole della sua apertura. Basta dirlo bene.

E come si fa, a dirlo bene? Prendendo a esempio Carrère, che gioca col racconto nel modo più infantile possibile, cioè provocando il lettore sulle cose che lo impensieriscono: l’amore, il tradimento, l’amicizia, la dignità, la morte, la nostalgia di casa, le ultime volte. I bravi scrittori occupano il vuoto cadenzando ogni momento con un dettaglio privato così pregno d’importanza da cambiare portata e diventare collettivo, o comune, anche, ma così vero da toccarci tutti. Alzano la posta del disorientamento nell’attesa che la storia, da sé, compia il gesto risolutivo che libera i perdenti nelle partite troppo lunghe di Monopoli: inclinare il tavolo, far cadere la pedana, dire “Ops, peccato, ma tanto avevamo già giocato”.

Un buon romanzo e un buon tempo si riempiono così: giocando con le solite, vecchie pedine, ma cambiando di volta in volta strategia e valore ai luoghi. Ricordando che l’esterno, gira e rigira, è una menzogna – Carrère, dopo I Baffi, imposterà su questa convinzione gran parte del suo lavoro – e tutto dipende dall’interno, dal minuscolo, dal bisturi e dal microscopio: i virus, i sentimenti, il respiro, le certezze. Questo metodo salva dalle premesse troppo ingombranti sia chi incrocia le gambe sul divano chiedendosi che ne sarà del proprio immediato futuro che gli scrittori di talento, professionisti del brancolare nel buio.

La lettura de I baffi procede con godimento non perché sia facile prevedere ciò che succede o come finisce (anzi: i fatti, puri e semplici, sono naturalmente più deboli dello shock di partenza, un po’ come le nostre vite in questi giorni) ma perché nel mezzo c’è un dispiacere attraente e familiare che ti tiene in sospeso, come una lite da risolvere anche quando latitano le ragioni. Non c’è romanzo che ci lasci in balìa della domanda di partenza, né fiaba che molli il problema a metà.

È una scuola di divertimento e di comportamento. Se la vita ci sconvolge con l’assurdo, non possiamo fare altro che ancorarci all’istinto che tiene in vita i romanzi: la necessità della prosecuzione. Lo scriveva, a chiusura de L’innominabile, il già citato Samuel Beckett, e Sandro Veronesi ne ha fatto un’epigrafe perpetua: «I can’t go on, I’ll go on». Non è una questione di logica, naturalmente, né di assennatezza, ma di abitudine e di armonia: proseguire, o anche solo pensare di farlo (leggi: Paradiso), è la cosa che sappiamo fare meglio.

“Continuare”, prima ancora che “Compiere” e certamente più di “Finire”.

Se pensate conti poco che abbia la stessa desinenza di “Respirare”, forza, andatelo a dire ai poeti.

Nicola H. Cosentino (1991) è nato a Praia a Mare e vive a Cosenza, dove cura per l’Università della Calabria un progetto di ricerca su Michel Houellebecq e le distopie contemporanee. Ha esordito come autore pubblicando Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino, 2016) e alcuni racconti per Colla e Nuova Prosa. Il suo ultimo romanzo è Vita e morte delle aragoste, uscito a luglio 2017 per Voland.
Commenti
Un commento a “Leggere “I baffi” di Emmanuel Carrère mentre il mondo sta crollando”
  1. F R scrive:

    Bellissimo pezzo. Segnalo che esiste anche un film tratto dal libro, difficile da reperire online

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