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L’Elettroshock, oggi

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Questo articolo è uscito su Sicilia Libertaria, che ringraziamo (fonte immagine).

di Chiara Gazzola

Il libro curato dal Collettivo Antipsichiatrico A. Artaud di Pisa dal titolo Elettroshock – La storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute, ed. Sensibili alle foglie, 2014, pur ricostruendo la storia dei metodi e dei dispositivi, spiega le poco conosciute motivazioni che sottintendono al suo sdoganamento. Si toglie la fastidiosa parola shock e lo si definisce con un acronimo (TEC, terapia elettro convulsiva). In Italia lo si ripristina ufficialmente tramite una circolare ministeriale del 1996 firmata da Rosy Bindi che, seguendo il parere del CNB (Comitato Nazionale di Bioetica), lo considera “un trattamento elettivo ed adeguato”, “uno strumento terapeutico, talora indispensabile, per la riduzione della sofferenza” e “presidio terapeutico di approvata efficacia, la cui rinuncia aumenterebbe il rischio di peggioramento clinico e di morte”; per quest’ultima precisazione si elencano le diagnosi: “depressione, mania, schizofrenia, catatonia, sindrome maligna da neurolettici, gravi disturbi mentali in corso di gravidanza, psicosi puerperale”. Si elencano poi i casi di “successi terapeutici su patologie neurologiche quali: gravi sindromi parkinsoniane, epilessia, delirium, depressione post stroke”.

In questi termini si sono zittite le polemiche passate. L’elettroshock che sopravviveva in una decina di strutture pubbliche e private, ora viene ampiamente utilizzato in più di 90: soltanto in Sicilia ve ne sono 14. Miracolo della legalità! Sono state avviate campagne di screening al fine di incentivarne l’utilizzo e l’approvazione. I dati registrano un aumento dei trattamenti: privilegiate le donne, non a caso nell’elenco delle diagnosi elettive ne compaiono alcune tipicamente femminili.

Il collettivo pisano da oltre dieci anni dà supporto alle persone psichiatrizzate; questo libro ha, quale filo conduttore, proprio la voce di chi ha subìto la TEC, con o senza anestesia, con o senza consenso informato. L’artista surrealista Antonin Artaud scrisse: ”Strana maniera di trattare un uomo cominciando con assassinarlo. E io dico che mi occorreranno ora quanti triliardi di anni per riprendere tutto ciò che l’elettroshock mi ha tolto”.

La sua testimonianza viene completata e confermata da tante altre (troppe, per una società e una medicina che si autodefinisce civile e democratica!) che si calano nell’attualità, denunciando costrizioni, raggiri, annientamento. Traumi esistenziali, percezioni contrastanti fra come ci si sente e come si viene giudicati dalle diagnosi; molteplici strategie di resistenza, capacità nel trovare ascolto e aiuto, percorsi di volontà e determinazione.

Dai racconti emerge una terribile costante: questa è un’esperienza di cancellazione della memoria, di un’interruzione non scelta del vissuto, della consapevolezza di un vuoto incolmabile, di una brutalità che lascerà per sempre una ferita perché la lesione procura amnesie anche su esperienze più recenti. Si scrive terapia e si legge memoria bruciata! Si scrive cura e si legge punizione! Non è un danno collaterale, nei protocolli psichiatrici è la terapia ad essere descritta come rimozione dei ricordi attraverso la convulsione indotta, anche quando viene specificato che l’esatta eziologia delle patologie sia sconosciuta.
I fautori della TEC sostengono che sia un sostituto efficace alla prescrizione di psicofarmaci; dall’evidenza clinica emerge invece come i due trattamenti siano complementari, anche nel caso in cui l’elettroshock viene scelto per sopperire le lesioni causate dai neurolettici.

Il libro riporta in appendice il testo della legge 180 del 1978 che riformò le modalità dei ricoveri e istituzionalizzò il TSO (trattamento sanitario obbligatorio); della Circolare Bindi del 1996 e della sentenza della Corte Costituzionale del 2003 che dichiarò illegittimo il divieto di utilizzare queste pratiche introdotto da alcuni Consigli Regionali.

Commenti
12 Commenti a “L’Elettroshock, oggi”
  1. Luciano scrive:

    ambé … ora sono i kollettivi a fare la scienza, per favor

  2. Walt er Velt scrive:

    Qui e qui qualche altra informazione.

    Le modalità secondo le quali la TEC deve essere usata sono protocollate, a quanto pare.
    Ci sono casi noti di abusi e di TEC applicata senza anestesia e senza consenso informato? Esistono ancora i carabinieri i quali, alle volte, sanno benissimo cosa fare! Forse delle denunce circostanziate servono ancora.

  3. luca scrive:

    siete degli incoscienti a pubblicare una roba del genere. mi chiedo chi di voi si sia preso la responsabilità.

  4. neo scrive:

    per quanto il pezzo sia poco approfondito e abbia il sapore di un volantino più che di un vero articolo, a sti due fenomeni qua sopra si può solo augurare di ritrovarsi un giorno a subire una TEC.

    anzi no, non si augura a nessuno

  5. luca scrive:

    non capisco quale sia il vostro vantaggio nell’immaginare un mondo che complotti alle vostre spalle, un mondo di psichiatri sadici che infliggono torture gratuite. l’elettroshock è ancora ad oggi la terapia più efficace per curare alcune gravi malattie; questo è un dato scientifico. ribadisco che questo è un post scriteriato da blog di beppe grillo.

  6. gloria gaetano scrive:

    Ho chiesto a Gloria di darmi un po’ di spazio per il commento. Sono Manlio Talamo, pre3sente su Facebook e con un gruppo DIFENDIAMO LA LEGGE BASAGLIA, e sono disponibile a qualsiasi discussione. Qui solo per dire, con grande indignazione che persiste una criminale mentalità di chi, sostenendo metodi di cosiddetta cura della malattia mentale, ritiene che il malato mentale debba essere emarginato, messo da parte, reso “non pericoloso” insomma “per favore signor malato ci deve proprio far stare tranquilli”, che stia a casa sua oppure in qualche clinica dove possa essere rincretinito e privato delle sue facoltà intellettuali e delle sue emozioni. Questo è la TEC, che oltretutto fa guadagnare facilmente enti pubblici e privati. Certo è molto più semplice dare una bella botta in testa e così “curare la malattia” piuttosto che riconoscere nel malato mentale una persona che ha uguale diritto di VIVERE. Ma la TEC e altre pratiche del genere (avete mai sentito parlare di shock insulinico???) n on fanno altro che distruggere. E’ vero che ci sono ministri e psichiatri che la sostengono, ma è perché hanno dimenticato o meglio li avvantaggia di più aver dimenticato la rivoluzione basagliana che ci ha fatto sognare un mondo diverso. Un mondo diverso che qua e là, in vari centri di salute mentale è anche stato tentato e sognato. Avete mai sentito parlare di Basaglia e di Trieste? Avete mai sentito parlare di Clara Sereni e del suo progetto Prisma a Perugia? Luca e Luciano che qui usano frasette ridicole, dimostrano con ciò solo la loro profonda ignoranza di quello che sia la malattia mentale e di quanto si sta distruggendo di un sistema, quello italiano, che era all’avanguardia nel mondo. VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA.

  7. luca scrive:

    signor talamo,
    dal suo lungo intervento ne deduco che conosce poco la materia. l’elettroshock non è certo usato per rendere innocui pazienti pericolosi bensì si utilizza principalmente per casi di depressione maggiore e catatonia. il trattamento è eseguito, previo consenso informato, in anestesia totale e gli effetti collaterali sono amnesie transitorie che si risolvono di solito nel giro di poche ore e disturbi della memoria che scompaiono entro sei mesi.
    le percentuali di successo del trattamento per patologie quali quelle che ho prima citato sono superiori alla terapia farmacologica.
    questi sono dati scientifici che può reperire facilmente on-line sul sito dell’organizzazione mondiale della sanità.
    specifico che non ce l’ho con lei che può legittimamente credere nei complotti globali e riscrivere la letteratura medica nel suo gruppo facebook.
    da lettore abituale del blog mi rivolgo invece nuovamente alla redazione per chiedere ancora una volta di sapere chi tra gli animatori del blog ha deciso di postare questo intervento, per una questione di onestà intellettuale, di fiducia e perché da lettore ritengo sia un mio diritto conoscere la paternità di queste pericolose iniziative.
    trovo davvero inaccettabile che il primo blog culturale italiano affronti in un modo tanto sconsiderato una materia che attiene la comunità scientifica, solleticando la fascinazione dei lettori per la dietrologia, e in ultima analisi attuando un’opera di grave e pericolosa disinformazione, come succede quando al metodo scientifico si vuole sostituire la propria opinione.
    vi ringrazio.

  8. stefano scrive:

    Mi associo a Luca e Luciano. Qui non è in discussione la legittima volontà di tenere alta la guardia sulle pratiche mediche, ma la confusione, deliberata o meno, di tali pratiche. Trovo, questo sì, surreale, citare Artaud, perché è intellettualmente disonesto usare le citazioni artistiche per parlare di questioni serie, e tecniche. Ed è semplicemente sbagliato far passare l’idea che l’elettroshock e la TEC siano la stessa cosa, cambiata di nome, usata allo stesso modo. Per scrivere e far passare un’idea del genere bisogna essere profondamente ignoranti. E quando si parla di questi temi sarebbe il caso di studiare la materia, prima di darla in pasto ai lettori. Tanto per fare un esempio, da non esperto, tempo fa ho assistito alla discussione di laurea di un mio conoscente, il quale ha illustrato i vantaggi dell’uso della stimolazione elettrica per la riabilitazione post-ictus. In questo articolo leggo lo stesso approccio ideologico di chi associa le moderne terapie bio-mediche con l’eugenica nazista.

    Trovo anche bizzarro che esista un gruppo che difende la legge Basaglia, dal momento che quella legge non l’ha scritta Basaglia.

  9. gloria gaetano scrive:

    aNCOR OGGI A PARLARE DI ELETTROSCHOCK, DI CONTENZIONE, DOPO CHE ABBIAMO VISSUTO L’ESPERIENZA DELLA GRANDE riforma DI bASAGLIA, DOPO CHE ABBIAMO ELIMINATO MANICOMI, DOPO che abbiamo restituito dignità e diritti alle persone che soffrono talvolta di disagio psichico, o spesso, molti dei quali sono artisti, intellettuali, artigiani, creaTIVI. pOSSIAMO ASCOLTARLI, ALLEVIARE LLE LORO ANSIE CON FARMACI MOLTO nuovi e leggeri. Possiamo far far teatro, pittura poesia, . E tutto va meglio. Anche il lavoro.
    Invece qui si parla di simulazione di di epilessia, di perdita della memoria. E’ perché la follia, la depressione è quell’angoscia che talvolta riscontrimo in noi stessi e ne abbiamo paura.o sguardo per gaggiornarvi. Perché mai ,come oggi, l’ignoranza è ciò di cui ci si bea. Qualcuno ha detto persino che la legge 180 non è stata scritta da Basaglia. Ma viene chiamata così la legge 180, frutto di una mediazione, di cui Basaglia fu il promotori, con la sua vasta bibliografia, le sue battaglie e la psichiatria appilicata ogni giorno con originalità e attenzione e rispetto per coloro che soffrivano, con cui si intratteneva sia a Goorizia che a Trieste.

    E’ la legge 180, ma Basaglia l’ha ideata e, per chi ha letto tutti i suoi scritti, interessantissimi, perorrei riportare un articolo sulllAQ altro, come testi psichiatrici, filosofici, sociologici, antropologici.

    A questo punto vorrei RIPORTARE UN articolo sulla Merini, che ho trovato sul sito di Trieste.
    Eccolo:
    proposito di elettroshock …
    2 marzo 2015

    alda20merini1-e1331210777146Di Anita Eusebi. Eccolo. E si parla anche de3l grande Borgna,.Leggete e poi parliamo di quella epilessia indotta che priva il cervello di gran parte della memoria,.

    Sono nata negli anni Settanta. Gli anni in cui “la legge 180 ha spento l’elettricità nei manicomi”, come dice Nicola – alias Ascanio Celestini – nel testo teatrale e nel film omonimo La pecora nera. Fino ad allora “i manicomi elettrici” erano stati la norma, erano “quelli dove tutti sembravano santi e il direttore era il più santo di tutti, uguale a Gesù Cristo”, per dirla con le parole di Celestini.“Perché la vera malattia dei bambini è la paura, i bambini hanno paura di tutto, paura dei ragni, del lupo, degli uomini neri, del buio. Così allora l’istituto, che è un manicomio elettrico, accende la luce e con la luce accesa scompaiono i mostri, i lupi e perfino i ragni diventano stupide bestie. Perché sennò si può morire per la paura del buio.”

    Un’indimenticabile testimonianza sull’elettroshock è certamente quella di Alda Merini, che scrive: “ogni tanto ci assiepavano dentro una stanza e ci facevano quelle orribili fatture. Io le chiamavo fatture perché non servivano che ad abbrutire il nostro spirito e le nostre menti. La stanzetta degli elettroshock era una stanzetta quanto mai angusta e terribile; e più terribile ancora era l’anticamera, dove ci preparavano per il triste evento. […] Una volta arrivai a prendere la caposala per la gola, a nome di tutte le mie compagne. Il risultato fu che fui sottoposta all’elettroshock per prima, e senza anestesia preliminare, di modo che sentii ogni cosa. E ancora ne conservo l’atroce ricordo”.

    Negli anni Settanta, dicevo, inizia a soffiare aria nuova. Sono gli anni dell’uscita di Marco Cavallo, il grande cavallo azzurro di legno e cartapesta, per le vie di Trieste con al seguito Franco Basaglia e i matti di San Giovanni, in una domenica di bora del 25 febbraio 1973. Questi gli anni del processo e della condanna allo psichiatra Giorgio Coda del manicomio di Collegno a Torino, detto “l’elettricista”. Vicende terribili, raccontate dal giornalista Alberto Papuzzi nel libro Portami su quello che canta, che si concludono in un’aula di tribunale il 12 luglio 1974: ai matti viene riconosciuto forse per la prima volta al mondo il diritto di parola, in quanto vittime e testimoni, dopo anni di maltrattamenti disumani in nome della scienza.

    Al riguardo ho chiesto di recente un commento a Eugenio Borgna, tra i più autorevoli psichiatri italiani, in un’intervista pubblicata sul n.ro 268 della rivista Animazione Sociale (e che a breve sarà resa disponibile anche qui sul sito del Forum Salute Mentale). Mi ha parlato di “orrore di un comportamento, quello di uno psichiatra, che ha sfregiato con inumana violenza ogni legge etica e ogni dignità; andando al di là di ogni immaginabile volontaria atrocità” e del “grande coraggio di chi si è ribellato a questa violenza, che si rispecchiava in una climax storica nella quale la sofferenza psichica veniva considerata come una condizione di vita non più degna di essere vissuta, e che poteva così essere oggetto delle più spietate e agghiaccianti sperimentazioni”. Una concezione terrificante, che si nascondeva nei modi di pensare di non pochi psichiatri italiani di un tempo che agivano come se la vita dei pazienti psichici non contasse assolutamente nulla.

    “Io non ho mai eseguito elettroshock in vita mia, e non ho mai consentito che si facessero elettroshock”, ha ribadito Borgna. “Non ne tollero la violenza che è divenuta del tutto inutile da quando sono entrati in commercio gli psicofarmaci, indispensabili nella cura delle esperienze psicotiche e delle esperienze depressive, benché a loro volta, oggi con particolare frequenza, siano somministrati al di fuori di ogni contesto psicoterapeutico”. Ma, come è noto, in alcune cliniche universitarie, e in alcune case di cura, gli elettroshock continuano a essere praticati sia pure in anestesia generale: “ignorando l’immensa negativa risonanza emozionale che l’esserne stati sottoposti desta nella psicologia di un paziente, che rivivrà la cosa come il sigillo di una irrimediabile malattia psichica”, ha precisato Borgna.

    Si potrebbe aprire un dibattito infinito sulla presunta validità scientifica di questa “terapia”. Mi limito piuttosto a ricordare che, oltre quarant’anni fa, è stata messa in discussione senza mezzi termini dallo stesso Franco Basaglia secondo cui “curare un paziente psichiatrico con l’elettroshock è come prendere a pugni un televisore per regolarne la frequenza”. Pensate allora che davvero si possano risolvere problemi estremamente delicati come il «male di vivere» di una persona, dovuto per esempio ai conflitti familiari, alle difficoltà relazionali, alla perdita della casa o del lavoro, dandogli una botta in testa?

    Rubando parole al testo teatrale Il Dialogo di Marco Cavallo e il Drago di Montelupo, chi vive l’esperienza della sofferenza mentale “non è un oggetto da rinchiudere, legare, torturare con l’elettroshock e intossicare con farmaci in dosi da cavallo”. Ma è una persona, e credo che il rispetto di questa in quanto tale abbia bisogno di ben altro tipo di “illuminate” teorie

    A questo proposito mi vien da riproporvi un articoli su A.Merini tratto da Forum Salute Mentale, il sito di DSM di TRiesto,ditetto dal basagliano Peppe dell’Acqua, di cui vi consiglierei ogni tanto di dare un

  10. francesco petri scrive:

    Ho un amico che ha avuto un arrresto cardiaco durante l’elettrochok!

  11. Sebastiano scrive:

    L’autore de “lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta ” parla in questo libro anche dell’eletroshock che ha subito … Ne riparla anche in “Lila” con una visione più amplia e diversa… Si tratta di Robert M. Pirsing

  12. Paura scrive:

    spero solo che la scienza non la facciano Luca e Luciano…Quella dei kollettivi (con la ‘k’ come piace a Luciano, così fa più ‘comunismo’…) si chiama controinformazione. Se la controinformazione è supportata da dati , prove e testimonianze (così come il libro citato) non può essere ignorata in nome della ‘scienza giusta’, giusta per chi non è la parte debole ed offesa, ovviamente…

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