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Leo Perutz: weird mitteleuropeo

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di Angelo Murtas

Leo Perutz evoca un’Europa che è stata, il doloroso rimpianto di un tempo perduto. I suoi romanzi sono oggetti mai completamente definiti, narrazioni geometriche che oltrepassano la specificità dei generi per ribaltare il reale. Qualsiasi tentativo di associare le sue opere a un canone definito è destinato, se non a fallire, a risultare parziale, difettoso. Molti dei suoi libri cominciano con un interrogativo e procedono nello sforzo di rispondervi, seguono i modelli di risoluzione del caso tipici del giallo, ma la presenza costante di elementi irrazionali, di tracce oscure e oniriche, finisce per trasbordare i confini del genere.

Imbattendoci nei suoi romanzi ci ritroviamo nella Praga capitale dell’Impero, nell’Europa di inizio Settecento, nella Spagna delle guerre napoleoniche, nella Francia dominata dalla complessa personalità di Richelieu; eppure la Storia, che tenta di imporsi come genere, è solo uno spazio di manovra, un divertissement alla maniera del Contro-passato prossimo di Morselli, all’interno del quale i personaggi minori, incapaci di governare gli eventi, ne finiscono travolti, e a dominarli sono di nuovo forze misteriose e demoniache.

In ultimo, l’elemento fantastico, che caratterizza tutta la produzione letteraria di Perutz, da solo non basta per definirsi in un genere specifico, ma si insinua nella narrazione specularmente alle allucinazioni – che pure cadono in territori distanti – costruite da Kafka, suo coetaneo, conterraneo e amico. La difficoltà di definire la letteratura di Perutz è parte del motivo per cui dopo il successo ottenuto negli anni Venti e Trenta è piombata temporaneamente nell’oblio.

Eppure Leo Perutz non è uno scrittore inafferrabile, tutt’altro. E le difficoltà riscontrate nell’imporsi nel panorama letterario del Novecento sono da ricercare per prima nel carattere e nelle infami congetture del tempo. Nato a Praga da famiglia ebrea, trasferitosi in giovane età a Vienna, con una tappa a Trieste, sarà costretto ad abbandonare l’Austria in seguito all’Anschluss tedesca e a recarsi in Palestina, dove per tutto il resto della sua permanenza vivrà come in esilio. Leo Perutz ha vissuto inseguendo il mito dell’Europa asburgica, ne ha costruito il rimpianto anticipando quel sentimento di condivisa malinconia che le due Guerre avrebbero generato.

«Era dolce vivere in quell’atmosfera di tolleranza, dove ogni cittadino senza averne coscienza veniva educato a essere supernazionale e cosmopolita», scriveva Stefan Zweig, morto suicida nel 1942, eroe nostalgico di quell’unità spirituale della vecchia Europa. E non è difficile scovare nelle parole di Zweig un umore comune, specie quel sentimento antinazionalista che Perutz stesso non mancò di rimarcare, a valle delle sue antipatie per il movimento sionista, con la creazione dello stato di Israele nel 1947.

Leo Perutz è stato uno studente svogliato, poi un matematico; impiegato nel ramo assicurativo (a Trieste, presso la stessa compagnia per la quale lavorava Kafka a Praga), amante dell’enigmistica, del bridge, e campione di scacchi, tutte attività che aiutano a definirne una personalità solitaria e schiva. Spesso ai margini del mondo intellettuale, ha vissuto la seconda parte della sua vita nell’ossessione della patria. Una patria duplice: l’Austria, come spazio fisico e ideologico; e Praga, quale luogo ideale ed emotivo.

Rispetto alla prima, Marino Freschi, nella prefazione alla Neve di San Pietro (Fazi, 1998), scrive: «A Tel Aviv Perutz continua a parlare la lingua dei nemici, a indossare sempre, d’inverno e d’estate, la cravatta quale simbolo discreto della Mitteleuropa, e a portare un anello con inciso un pesce con la scritta Contra currentem». La seconda, invece, rimarrà per gran parte della sua esistenza il posto in cui setacciare i fantasmi della sua infanzia nel ghetto ebraico e alla quale dedicherà la stesura del romanzo Di notte sotto il ponte di pietra (e/o, 2017). Ambientato a cavallo tra Cinque e Seicento, quando la corte dell’Impero asburgico si era spostata nella capitale boema per volontà dell’eccentrico Rodolfo II, nell’opera si intrecciano gli scherni dei destini dei singoli all’ombra del castello e in uno scenario popolato di alchimisti, astrologi, imbroglioni. Quella che emerge con prepotenza è la Praga “magica” che sarà di Angelo Maria Ripellino; una città numinosa, sulla scia del Golem di Gustav Meyrink, in cui convivono ebrei e cristiani, cabala e superstizione.

Se il successo commerciale di Perutz è stato stroncato dall’avvento del nazismo, la scarsa considerazione attribuitagli dalla critica del tempo, quindi, è da imputare anche alla difficoltà di collocare la sua narrativa in territori ben definiti. Una sorte ingiusta, diversa da quella più fortunata di Alexander Lernet-Holenia, che di Perutz era stato allievo. Soltanto successivamente, a distanza di anni dalla sua morte, l’autorevolezza di autori come Borges, a cui si deve la diffusione delle sue opere in Sudamerica, di Adorno, che ne riconobbe l’«assoluto valore artistico», e di Fleming, riportò il suo nome nel posto che merita. Ma qual è questo posto? Leo Perutz non ha niente del “grande romanziere”, non la prosa sofisticata, né la profondità di pensiero politica e critica del mondo; la sua produzione letteraria è un riflesso emotivo, non intellettuale, uno sguardo inquietante e inquieto alle cose. Friedrich Torberg definì Perutz un incontro tra Agatha Christie e Kafka, e la suggestione provocata dall’incrocio di questi due nomi finisce per produrre un cortocircuito.

Nelle opere di Perutz è ricorrente la presenza orrifica, benché venata di razionalità e talvolta di divertimento, di un particolare tipo di demone pronto a tramare nel solco della Storia, dei fatti e degli uomini. Un demone che si manifesta una volta come pulsione oscura (Il Maestro del Giudizio universale), un’altra come droga (La neve di San Pietro), e ancora come un sortilegio (Di notte sotto il ponte di pietra) e un inganno (Il cavaliere svedese). La presenza demoniaca s’insinua nelle costruzioni narrative di Perutz come un baco all’interno di sofisticati algoritmi.

È il caso soprattutto del Maestro del Giudizio universale (Adelphi, 2012), ambientato a Vienna agli inizi del Novecento e sviluppato attorno a una serie di strani omicidi camuffati da suicidi. Il racconto si muove in avanti seguendo due coordinate, ovvero nei territori classici del giallo indirizza verso la scoperta del colpevole attraverso indagini e percorsi razionali, e al contempo orienta all’incombenza del soprannaturale: «Trovammo una traccia di sangue, la seguimmo. Silenziosa si spalancò la porta dei tempi. Nessuno di noi presagì dove mai conducesse quella via e oggi ho la sensazione che avanzammo a tentoni, passo dopo passo, per un lungo corridoio tenebroso, in fondo al quale ci aspettava un mostro con la clava alzata».

Nel Marchese di Bolibar (Adelphi, 1987), ambientato durante le campagne militari di Napoleone in Spagna, Leo Perutz ha tentato di spiegare il motivo per il quale il reggimento Nassau sia stato sconfitto non per la superiorità dei nemici ma per l’apparente e oscuro volere di cinque suoi ufficiali. Al racconto dei fatti di guerra, anche qui, si intreccia la minaccia di uno spettro: quello di Bolibar, la cui presenza si insinua nelle coscienze degli ufficiali e ne determina il collasso. La Storia, dunque, sempre minuziosamente evocata, è il pretesto con il quale Perutz si muove nel tempo per collocare i suoi demoni, lo scenario entro cui lasciare che logica e metafisica si combattano, entro cui esplodere l’irrazionale che si cela nel solco del reale. Alla fascinazione per il gotico Leo Perutz unisce quella per l’avventura pura – o avventura demoniaca che sia. Così nel Cavaliere svedese (Adelphi, 1991), sullo sfondo di una fosca Europa del Settecento, popolata di briganti, dragoni e locandieri, Perutz narra di un vagabondo che si presenta con la falsa identità di un cavaliere: personaggi e azione richiamano quella letteratura per l’infanzia di cui Emilio Salgari era maestro.

Gotico, grottesco, costruzioni logiche, orrore, gusto per l’avventura, fantastico, se presi singolarmente non sono sufficienti a collocare Leo Perutz nello spettro di una letteratura di genere specifica, ma sono strumenti utilizzati con lo scopo di oltrepassare il reale, armamentario weird che lo avvicina ad autori come Alfred Kubin, Gustav Meyrink, Franz Kafka. Mentre il suo sguardo è intriso di quella melanconia crepuscolare che appartiene alla generazione di scrittori mitteleuropei cui appartiene, Joseph Roth su tutti.

C’è nell’inquietudine dei suoi romanzi il lamento di un’epopea grandiosa che volge al termine. Le sue incursioni nei secoli manifestano la volontà di tenersi incollato a quell’Europa che sta svanendo e i demoni cui va alla ricerca non sono altro che il manifestarsi di una coscienza storica pronta a incombere nelle macerie del tempo.

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