Leoluca Orlando e Palermo, se l’incanto diventa destino

Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica – Palermo, che ringraziamo.

Incantare è un’arte. Incantare è una strategia. Incantare è anche una trappola. Se l’«incanto» – evocare il magico tramite ponderate cantilene – è tra i pilastri del discorso istituzionale, ogni amministratore ha una sua peculiare tecnica fascinatoria. Leggendo il discorso pubblico del sindaco di Palermo da questa prospettiva, la sensazione è che per Leoluca Orlando l’incanto sia non solo una tecnica ma un destino.

Prima condizione dell’incanto orlandiano è partire da un’evidenza incontestabile: «Oggi Palermo è migliore di com’era negli scorsi decenni». Un assioma che chiede all’interlocutore critico di convenire almeno su questo punto. Solo che a volte un ragionamento efficace su un luogo non si costruisce comparando il presente al passato ma indagando in modo capillare e spietato tanto le occasioni colte quanto quelle perdute e quelle sprecate; perché è così, riflettendo accuratamente su ciò che fluisce e su ciò che è fossile – ma soprattutto, e in particolare in una città come Palermo, su ciò che, sempre oscillante, sta per accadere e invece si sottrae, riaffiora e sparisce – è così, dicevamo, che si prova a comprendere quel fenomeno ambiguo e complesso che è la storia di una comunità.

A questa certezza originaria Orlando accompagna un frasario ricorrente e immaginifico: Palermo – la città più cambiata degli ultimi quarant’anni, «safe and exciting», una «Beirut col wi-fi e il tram», un futuro rappresentato dall’unione di «Google e Alì» (a volte anche nella variante «Google e Ahmed») – «deve riscoprire l’autostima»; in cerca di un equilibrio tra «le radici e le ali», i giovani, in passato fermi «accanto alle gonne di zia Pina», oggi partono, tornano e trovano lavoro perché hanno imparato l’inglese (che deve essere ottimo, non quello parlato con le mani).

La ripetizione parossistica di questo formulario apre a una seconda accezione di incanto: ciò che accade quando la puntina, conficcata nel microsolco del vinile, riproduce sempre lo stesso pezzetto di canzone. Se l’incantatore si incanta, chi fin lì lo ha ascoltato immaginando un legame tra il suo discorso e la cosiddetta realtà, ha la sensazione che il discorso sia invece intrappolato nella prigione circolare della cantilena e comincia ad avvertire un sentimento tra l’imbarazzo e il nervosismo: la percezione che un’intera impalcatura retorica, avvitata al concetto totemico del cambiamento, sia scivolata nel grottesco.

Ipotizziamo allora che il cambiamento di cui parla Orlando non stia tenendo conto di un’altra metamorfosi.

Il sindaco descrive il presente cittadino come «un cammino di cambiamento culturale», graduale e virtuoso, a cominciare dalla «macchina comunale», che deve imparare a modificare le proprie modalità di gestione. Se si prova a chiedere quando, infine, avverrà il passaggio al nuovo paradigma, Orlando precisa che è dei populismi pretendere che si possa cambiare subito e senza confronto. E cita l’Ecclesiaste: «C’è un tempo per ogni cosa». La strada intrapresa, seguendo finalmente una «visione» (altro vocabolo feticcio dell’orlandismo), è quella giusta: dunque attendiamo.

Eppure, davanti a  a un incanto che diverrà ancora più incantevole, al cospetto di questa prossima meraviglia che dobbiamo solo essere capaci di aspettare, un dubbio affiora: può darsi che il cambiamento di cui ragiona il sindaco sia solo una parte di quanto sta accadendo? E può darsi che a forza di concentrarsi sul racconto di un processo locale in atto se ne sia trascurato un altro, epocale, di proporzioni e intensità immensamente maggiori?

In effetti da qualche anno Palermo appare presa da un ben preciso incantamento. Vale a dire da quel fenomeno abnorme, rapido e abrasivo che ha reinventato il senso della vita metropolitana persuadendo che una città debba di continuo intrattenere chi la abita, instaurando con i cittadini il legame della nurse col neonato – i sonaglini sempre agitati davanti agli occhi per conquistarne l’attenzione – o dell’animatore del villaggio vacanze che ogni volta che si imbatte in un ospite gli ricorda, in una tonalità implacabilmente inaugurale, che stasera c’è la fiera del gelato e il torneo delle birre, il dj contest, il percorso fotografico ipermediale, i mimi per le vie, i pianoforti nei cortili, gli aquiloni in cielo, le incursioni poetiche, circensi e musicali – dal folk-jazz australiano alla mazurka elettroacustica, dalla pizzica country al tango spiritual (passando per ogni altro sincretismo concepibile), con il coinvolgimento di una legione di tamburini mandolinisti organettisti e l’intervento di alcuni rari ma imperdibili cultori della ghironda occitana e del bombardino olandese – e dunque, continua febbrile l’animatore, ci vediamo più tardi in centro, nel tripudio enogastronomico, per godere dell’«arte che invade le strade», della «musica live sotto le stelle», tutti insieme nei mercati e alle parate, in un’euforica «riappropriazione degli spazi».

Questo specifico cambiamento – questo senso di permanente irrinunciabilità degli eventi che rende oggi Palermo una città straordinariamente qualsiasi – si produce per ragioni che non dipendono dalla visione del sindaco. Come se – è ancora un’ipotesi – mentre Orlando si concentrava sulla messa in opera di un cambiamento locale di segno positivo, la città si fosse trovata nel pieno di un altro cambiamento, simultaneo a quello descritto dal sindaco ma di segno molto diverso: un processo di drastica omologazione delle prospettive, degli stili, soprattutto dei consumi (dell’eterogeneità e della qualità degli sguardi, verrebbe da dire): un macrofenomeno in cui Palermo è solo uno tra i tanti luoghi in cui si manifestano effetti che hanno le loro cause in mutamenti economici e socioculturali trasversali e profondi.

E dunque, mentre Orlando racconta che Palermo muove in direzione di un cambiamento virtuoso, una parte di palermitani lo ascolta, si guarda intorno, constata l’immodificato sfacelo fisico della città e il continuo germinare di fenomeni regressivi, avverte che i macroprocessi in atto sono acefali, che non discendono cioè né da una testa né tanto meno da una visione (circostanza che tutt’altro che indebolirli li rende più potenti), torna ad ascoltare il racconto del sindaco e non si raccapezza. Perché delle due l’una: o il sindaco è ingenuo e non si accorge che una quota consistente del presente palermitano è segnata da un cinismo accumulatorio fine a se stesso, o è protervo, tragicomicamente intrappolato in una visione che lo rende cieco a ciò che non fa parte della visione stessa (in sostanza, a forza di descrivere ciò che si desidera si rischia di non vedere più ciò che si dovrebbe temere).

L’impressione è che l’incantarsi dell’incantatore nell’incanto possa determinare una conseguenza clamorosa come la messa all’asta – «all’incanto», appunto – della città. Un’asta che, osservata dall’inizio del 2020, ne fa temere gli esiti.

Se c’è un mutamento che si sta determinando a livello occidentale – qualcosa che interseca, nutre e tiene sotto controllo i processi globali appena descritti – è l’impulso a una lettura del mondo regredita che pretendendo grammatiche minime – la distinzione tra «noi e loro», «dentro e fuori», «aperto e chiuso» – non fa altro che semplificare gli scenari.

Questi due cambiamenti – locale ed epocale – sono simultanei e reciprocamente connessi. Uno causa e giustifica l’altro. Da un lato il mutamento globale che fa delle città spazi di intrattenimento perenne conferma la persuasione locale che continuare ad alimentare un’atmosfera euforica allinei Palermo alle altre grandi festose città occidentali (nei consumi, come detto, non nei servizi); dall’altro, percepire la distanza tra il racconto della città proposto dal sindaco e la verifica quotidiana di uno stato di complessivo scadimento genera un senso di frustrazione che agisce da combustibile al pensiero – o meglio al sentimento – delle destre populiste. Senza averne l’intenzione, ma essendone comunque responsabile, una parte della retorica orlandiana si lascia leggere come un’involontaria campagna elettorale a favore di un futuro sindaco leghista.

Se tutto ciò è vero, a quale forza intrinseca potrà appellarsi Palermo per resistere a una metamorfosi che fa inclinare il Paese in direzione delle destre populiste? Quali sono gli anticorpi che faranno di questa città un’eccezione? Qual è la densità concreta del cambiamento descritto da Orlando e in che modo potrà valere da controspinta, se non da antidoto, al mutamento italiano?

E dunque: quando nel 2022 la città voterà il suo nuovo sindaco, a quale cambiamento reagirà l’elettorato? A quello tenacemente descritto da Orlando o al vento nero, insieme molecolare, corneo e brutale, che una tornata elettorale dopo l’altra soffia sempre più forte?

E concentrandoci infine sulla storicizzazione di questi decenni, a che cosa Leoluca Orlando dovrà la sua memorabilità? Cosa, cioè, verrà in mente quando si penserà a il sindaco, con l’articolo determinativo che lo distingue dal flusso e lo identifica come la voce più potente – o almeno la più tonitruante – degli ultimi quarant’anni di vita palermitana? A ciò che di buono è successo nel corso delle sue sindacature – su tutto le prese di posizione in tema di accoglienza – o a ciò che continuando a non accadere, descritto però come accaduto o prossimo ad accadere, ha contribuito a generare uno scenario socioculturale in cui la città viene svenduta al peggior offerente?

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
Un commento a “Leoluca Orlando e Palermo, se l’incanto diventa destino”
  1. sergio falcone scrive:

    Non credo alle istituzioni, non credo a nessuno.

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