Photo of Leonard Cohen

Leonard Cohen è Dio

Photo of Leonard Cohen

Come over to the window, my little darling, I’d like to try to read your palm. Ci ha lasciato Leonard Cohen: ripubblichiamo un pezzo scritto qualche tempo fa da Emiliano Colasanti

di Emiliano Colasanti

Ben viene da Toronto, ha un’età indefinita che ho deciso di collocare intorno ai quarant’anni e una maglietta di colore giallo evidenziatore con al centro il volto disegnato di una pantera. Sono quasi le cinque di un mattino di fine agosto e noi ci siamo appena lasciati alle spalle il Dockville Festival di Amburgo. Mentre camminiamo alla ricerca di un taxi veniamo continuamente fermati dalla gente, soprattutto ragazze, soprattutto ubriache: ci guardano, fanno una battuta sulla maglietta di Ben e sulla giacca che ho comprato per fingermi un rapper, vanno via. “Man, tutti amano la mia t shirt – dice – l’ho pagata solo cinque cazzo di dollari, capisci?”

Ben e io facciamo lo stesso lavoro in due parti diverse del mondo. Ci conosciamo soltanto da cinque giorni e già abbiamo vissuto il nostro momento da “uomini veri” quando ci siamo ritrovati ad aspettare l’alba sul tetto di un hotel di Berlino Est con un finlandese di mezza età che suonava reggae dal suo iPhone e uno scozzese ex punk molto sentimentale.

Di Ben mi hanno affascinato subito due cose: l’incapacità di chiudere un discorso senza fare una battuta e i tatuaggi. Le sue braccia sono interamente ricoperte di volti di alieni e simboli che appartengono all’iconografia dei rave, ma quando gli chiedo di raccontarmi quando se li è fatti, e perché, quasi non risponde, ma dice: “Man, la vuoi sapere una cosa? Per me Dio e Leonard Cohen sono la stessa persona. Giuro. Devi essere canadese per capire cosa intendo, ma Leonard Cohen per me è ovunque, vedo citazioni e riferimenti dappertutto, la mia vita è segnata da cose, eventi proprio, che sembrano essere stati scritti da lui. Non so se mi sono spiegato, ma io ci credo davvero a questa cosa che lui è Dio.”

Leonard Cohen è Dio. E non essendo credente finisco per convincermene anche io.

Ho cominciato ad ascoltarlo che ancora ero un bambino: i miei avevano qualche sua canzone nelle cassette che usavano nei viaggi lunghi, in macchina. Ricordo che lo odiavo.

Appena iniziava un suo brano chiedevo a squarciagola di mandarlo avanti: mi faceva paura quel signore, la sua voce, il suo modo di scandire di parole, quella chitarra acustica così spettrale.

Era diverso da tutti gli altri cantanti, anche da De André che pure lo aveva tradotto ma che a me sembrava così rassicurante anche quando raccontava di morti orribili ed esistenze difficili.

L’ho riscoperto nell’adolescenza, a metà degli anni ’90, quando i suoi dischi vecchi li trovavi nei cestoni dei negozi e costavano poco più di cinquemila lire. Erano gli anni del grunge, la tristezza aveva un valore di mercato ben preciso, sentirsi inadeguati o incompreso era più o meno come entrare al Billionaire con una camicia bianca sbottonata a fare vedere il petto glabro: ti sentivi parte di una tribù.
La tribù di quelli che si sentivano a disagio nelle tribù degli altri. Quelli che non erano dark, punk, metallari o paninari resistenti. Quelli che sognavano amori impossibili e compilavano cassettine con dentro Famous Blue Raincoat per regalarle alla ragazza di cui si erano invaghiti. Ragazza che poi finiva sempre per mettersi con il più tamarro della compagnia, il tizio che quando la baciava aveva probabilmente le farfalle nello stomaco e Dur dur d’être bébé di Jordy nelle orecchie.

Nel corso degli anni mi è capitato diverse volte di scrivere di Leonard Cohen, ho organizzato serate in suo onore e pubblicato anche un disco tributo alla sua musica, eppure non sono mai andato a vederlo dal vivo. Col tempo ho capito che Leonard Cohen è una questione privata, qualcosa che faccio davvero fatica a spiegare e condividere. Ché al di là della retorica e delle analisi più o meno sensate che si possono fare sul suo personaggio e sulla sua musica, resta principalmente una faccenda personale. Ma mentre Ben continuava il suo sproloquio alcolico sui parallelismi infiniti tra Cohen e Dio pensavo che davvero non esiste nessun altro nella storia della musica ad avere smosso così tanto, con con così poco. Perché Cohen è uno spazio bianco e un insieme di non detti. Un innovatore tradizionalista e un autore tanto terreno quanto metafisico, solenne eppure senza fronzoli. Leonard Cohen, in pratica, è uno stile.

Siamo arrivati a destinazione, io pago il taxi mentre Ben ha già attraversato la porta dell’hotel. Mentre aspettiamo l’ascensore entrano due donne. Sono vestite a festa, arrivano dal Camerun e hanno appena partecipato a una qualche celebrazione pubblica. Un matrimonio tradizionale, dicono. Salgono con noi e Ben chiede a una delle due cosa pensa di Leonard Cohen. Lei lo guarda malissimo, non risponde e poi dice una cosa in francese all’amica. Escono. Ben mi guarda e dice: “Non ti dirò mai cosa ha detto la tizia. Mai.”

Buonanotte.

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