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Leopardi, Manzoni, De Roberto, Tomasi di Lampedusa: l’Italia attraverso quattro specchi

 

Questo intervento è stato messo a punto per un dibattito in seno alla manifestazione Umbrialibri 2012 – Lo stato degli italiani, e in seguito pubblicato sulla rivista “Lo Straniero”. (Immagine: Dan Perjovschi, The crisis is (not) over.)

Per chi voglia provare a comprendere qualcosa del caos italiano, cioè della solo apparentemente inconciliabile orgia di conformismo e anarchia che ci sovrasta e ci attraversa e ci appartiene con grande evidenza negli ultimi tempi – quella frana stucchevole che qualcuno prova a stringere al collare troppo stretto di formule (a propria volta molto furbe e molto povere) quali “declino” o “perdita di competitività” –, un tentativo di messa a fuoco può consistere nel guardare all’oggi attraverso quattro vecchie opere d’ingegno che dell’Italia fecero la propria ragion d’essere.

Come quando, dall’oculista, la sovrapposizione di varie lenti (nessuna esclusa) porta a decrittare la successione di lettere che prima ci apparivano indistinte, osservare la scena italiana attraverso la lastra del Gattopardo, a propria volta piantata davanti a quella dei Viceré, dei Promessi sposi, e dietro questa quella che tutte le precede (il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani di Leopardi) dà finalmente a ciò che sembrava piatto e impenetrabile un’idea di tridimensionalità. A essere poco chiaro non è infatti ciò che accade in scena – le maschere di Grillo, Minetti, Berlusconi, Bossi, Polverini, D’Alema e così via sono di un’autoevidenza che lascia senza appigli – ma la possibilità stessa che un simile spettacolo non solo sia rappresentabile, ma trovi pure un pubblico pagante. Alla scena appartengono infatti anche comprimari e spettatori. Come dice il cantautore: “nessuno si senta escluso”. In Italia meno che mai.

Com’è possibile allora per esempio che mentre la lingua ufficiale del Paese prova allo specchio vaghi accenti protestanti riempiendosi la bocca di parole quali “rigore” e “sobrietà”, allo stesso tempo – non fuori dalla scena, attenzione, ma su palcoscenici sufficientemente esposti da risultare ignoti fino quando qualcuno scopre esattamente ciò che si sarebbe aspettato di trovare – si usino i soldi pubblici per allestire festini ai limiti dell’irrapresentabile per eccesso d’iperrealismo (l’affaire Polverini-Fiorito) i quali riuscirebbero nell’impresa di disgustare allo stesso modo Renato Guttuso e Albert Speer? E quale segreto moto dell’animo spinge le presunte vittime (o meglio: le sempre autoproclamatesi tali), alternativamente: a) a disprezzare con violenza ciò che fino all’altro ieri si era magari condito di rispetto, quando i motivi di biasimo erano lampanti, seppure “in sonno”, sin da allora; b) a sentirsi ferocemente più soddisfatti che feriti dalla conferma del proprio precedente biasimo; c) a invocare, in entrambi i casi, l’intervento di un terzo sempre diverso da se stesso per rimettere a posto le cose?

L’aspetto più curioso è proprio questo. Quando in Italia esplode uno scandalo (quello della Regione Lazio è solo il più recente e qui valga giusto come paradigma), i proletari e gli esclusi da qualsivoglia spartizione chiedono giustizia ai propri rappresentanti, urlando la propria impotenza. L’opposizione chiede giustizia alla maggioranza, rivendicando la propria impotenza. La maggioranza chiama in causa un sempre fantomatico Sistema, lamentando la propria impotenza (“governare gli italiani non è difficile, è inutile”, Giolitti o Mussolini a seconda della vulgata), e poi si appella all’arbitrato del Preside(nte) della Repubblica. Il Presidente è quasi impotente per via istituzionale, ma la richiesta di una sua presa di posizione chiama spesso per chissà quale affinità quella del papa, il quale, infatti, spesso interviene per mezzo dei propri cardinali (attenzione! a propria volta spesso il papa è ovviamente et infallibilmente impotente davanti alle macchinazioni dei cardinali), che a loro volta (talmente parte in causa la Chiesa in via sostanziale negli affari italiani da potersi permettere di non esserlo in via formale) non possono consumarsi in altro che in una reprimenda.

Insomma, nessuno in Italia è mai parte in causa. Al limite, siamo tutti parte lesa. Eppure, quei proletari erano andati in visibilio quando il loro leader del momento riempiva l’ampolla con le acque sacre del dio Po (adesso il dio si chiama internet). Quelle casalinghe e quegli aspiranti manager col diploma di geometra acquistato per corrispondenza l’avevano difesa a spada tratta, la pagliacciata del “contratto con gli italiani” in diretta nazionale. Quel ceto medio riflessivo, a furia di riflettere, si era dimenticato di chiedere conto ai propri segretari della mancata risoluzione del conflitto di interessi mentre erano al governo per ben due volte (per tacere della Bicamerale). Perché insomma in Italia, il Presidente del consiglio ostenta le stesse mani legate che all’ultimo disoccupato sembrano un motivo sufficiente per il vitalizio che non otterrà mai? Da dove viene, questo oceanico delirio d’impotenza?

Per provare a rispondere, dobbiamo trasferirci per un attimo nel Seicento manzoniano, e cioè un “momento” appena successivo all’Ottocento di Leopardi. I promessi sposi, se non ci fosse il superiore cielo della Provvidenza, sarebbe tutto schiacciato (come in effetti è) sotto quello dell’occupazione spagnola. Se c’è un concetto che nel capolavoro manzoniano è umiliato in modo così onnicomprensivo da poter alternativamente vestire i panni sia del vizio che della virtù è quello di autodeterminazione. Autodeterminati non sono Renzo e Lucia, che infatti non possono sposarsi. Non è libero delle proprie azioni don Abbondio, e figuriamoci (“il povero curato non c’entra; fanno i loro pasticci tra loro, e poi… se la cosa dipendesse da me…”). Non lo sono i bravi rispetto a don Rodrigo, e quest’ultimo è talmente un poveraccio nella categoria dei prepotenti – così rozzo, superstizioso, grossolano – che si limita ad amministrate un potere i cui limiti gli sono fisiologici. Non lo è frate Cristoforo, la cui azione più risolutiva, nel finale, si limita allo sciogliere il voto di castità di Lucia. Meno che mai capace di autodeterminazione è poi il popolo nel suo unico momento di (finto) protagonismo: la rivolta milanese causata dai rincari del pane è la quintessenza della rabbia cieca e autodistruttiva. Insomma, del populismo.

La peste, quella sì, è invece risolutiva. E l’autodeterminazione della peste (se così si può dire) è a propria volta interessante per due motivi. Da una parte non è mai ozioso ricordare che l’epidemia, nei Promessi sposi, la portano i Lanzichenecchi, cioè i mercenari tedeschi che combattevano nella guerra di successione del Ducato di Mantova: la soluzione, insomma, arriva dall’esterno. Se volessimo risalire ancora indietro nei secoli, potremmo per esempio dire che la peste è una forma (un’orrenda forma, l’ennesima incarnazione mai del tutto risolutiva) del veltro-Montefeltro di cui Dante parla nel I Canto dell’Inferno. E viene poi addirittura dall’Esterno, la peste manzoniana, se è uno dei nomi con cui la Provvidenza può occasionalmente travestirsi. Se infine (per non lasciare all’Italia come unica possibilità l’intervento divino) volessimo imbarcarci nell’arduo ma forse non del tutto sterile tentativo di secolarizzare la Provvidenza stessa, ricorderemo che l’ultima redazione dei Promessi sposi si conclude nel 1842, a meno di vent’anni dall’Unità d’Italia. Esiste insomma una speranza al di qua del cielo: viaggia sul motore della Storia, è praticamente dietro l’angolo.

Quando tuttavia Federico De Roberto pubblica I Viceré – romanzo che, per fedeltà d’affresco, è forse secondo solo ai Promessi sposi, e ci sarebbe da discuterne – è ormai il 1894. Dall’Unità d’Italia sono passati trent’anni, e ai più avvertiti è chiaro che il Risorgimento non ha avuto e non sta avendo chissà che effetti palingenetici. L’intento di De Roberto era quello di raccontare, proprio a cavallo del passaggio dai borboni all’Unità, la “storia d’una gran famiglia [siciliana, gli Uzeda sono di Catania] la quale deve essere composta di quattordici o quindici tipi, tra maschi e femmine, uno più forte e stravagante dell’altro. Il primo titolo era Vecchia razza: ciò dimostri l’intenzione ultima, che dovrebbe essere il decadimento fisico e morale d’una stirpe esausta”.

La stirpe esausta che invece De Roberto finisce per raccontare attraverso gli Uzeda, è quella degli italiani tutti. Mai, in un romanzo italiano, la lotta fratricida, la cupidigia, la dissolutezza morale, il trasformismo erano stati raccontati con tanta ferocia (una ferocia che ad esempio non ha il Gattopardo) e mancanza di prospettive. De Roberto, a differenza di Manzoni, non ha davanti neanche il fantasma benigno dell’evento storico che al contrario si è appena consumato – e anche in fondo se l’avesse, gli basterebbe forse frugare negli intestini di una qualunque famiglia agiata della sua terra per capire come gli italiani covino in sé, da qualche secolo, un tale seme degenerativo che solo un fatto storico così potente da assumere le sembianze dell’evento metafisico sarebbe in grado di estirpare (un’epidemia? una rivoluzione? e in modo ancora più rivoluzionario: la collettiva presa di coscienza di essere un popolo con delle responsabilità e quindi, finalmente, con delle possibilità di cambiamento?)

Ecco allora che al posto del tentennante don Abbondio c’è il dissoluto padre Blasco: sboccato, donnaiolo, sempre impegnato ad accumulare ricchezze e a seminare zizzania tra i parenti. Ecco il trasformismo impetuoso di Consalvo e quello comico e mediocre di don Gaspare (da sinistra a destra e da destra a sinistra a seconda di come soffia il vento parlamentare). Ecco i raggiri sull’eredità orditi a danno dei fratelli per tutto il romanzo da don Giacomo. Ecco infine il millantatore che vive a scrocco (il Cavalier Eugenio), la zitellona implacabile (donna Fernanda), l’amante del lusso e delle belle donne (don Raimondo). E, tutti loro, devastati da una sete di potere talmente arida e insulsa (uguale per intensità ma contraria per essenza a quella di Faust e Macbeth) da risucchiarli nel proprio stesso gorgo senza altri danni se non soprattutto quelli inferti a se stessi.

Quando esce Il Gattopardo siamo alla fine degli anni Cinquanta del Novecento. Con alle spalle l’Italia quasi un secolo di storia (nonché un’opera come quella di De Roberto) dire che “tutto cambi perché tutto resti com’è” sembrerebbe la scoperta dell’acqua calda. Se non fosse che Il Gattopardo (così stilisticamente più elegante, ma così meno vasto, potente, mobile e ricco de I Viceré) ha il merito di mettere ancora meglio a fuoco – con il nitore dell’allegoria, o forse del correlativo oggettivo – qualcosa che nell’opera di De Roberto si ottiene solo dalla somma delle parti. E cioè il fatto che l’Italia (o meglio: gli italiani) sono un gioco a somma zero. L’immagine in questione è offerta dal principe di Salina che osserva il cosmo con il telescopio (il telescopio azimutale Merz, il telescopio equatoriale di Lerebours & Secretan, il telescopio altazimutale di Worthington che furono di Giulio Fabrizio Tomasi, il bisnonno di Giuseppe Tomasi di Lampedusa a cui il protagonista del Gattopardo è ispirato). Si potrebbe dire, come sembrerebbe suggerire il romanzo, che don Fabrizio Salina osservi il cosmo per trovare una pace e soprattutto una perfezione di cui la sua terra e il suo tempo così mediocre sembrano essere l’assoluta smentita. Ma a scavare più a fondo, quelle costellazioni – così fredde, lontane, perfette, immutabili – sono anche una tremenda conferma della “vanità del tutto” di cui l’Italia sembra a propria volta la più evidente incarnazione terrena.

Essere il popolo sostanzialmente più filosofico di tutto il mondo civilizzato (coloro che, senza nemmeno doversi prendere il disturbo di teorizzarlo nei libri, vivono come se tutto fosse vano) è uno dei fuochi che ancora ardono nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani che Leopardi scrisse nel 1824. I francesi lo teorizzano con i loro grandi filosofi, scrive Leopardi, ma gli italiani sono di fatto (fuori dalla pagina, si potrebbe dire) più cinici dei francesi senza bisogno delle speculazioni che la Francia regalò al Settecento d’Europa. Questo è possibile perché all’ipertrofia di un carattere nazionale non corrisponde né una nazione né un’idea di società. Gli italiani, scrive Leopardi, non sentono il bisogno di controllarsi tra di loro (se non con le armi dello scherno e della delazione); gli è sconosciuto cioè quell'”onore” personale che è tale solo se te lo riconoscono anche gli altri – a patto, quindi, che ogni singolo ispiri le proprie azioni alla virtù condivisa. Ma una virtù condivisa e sanzionata socialmente, in Italia non esiste. Tramontata l’età del mito, morto Dio e il timor di Dio (e ancora, per estremizzare il concetto: non c’è bisogno delle illuminazioni di Nietzsche in Engadina, poiché in Italia si fa sostanzialmente a meno di Dio sin dal Seicento), soltanto il vincolo sociale – ontologicamente fittizio, ma fondamentale – o al limite solo la paura di un biasimo che trovi concorde il corpus civico può ispirare le nostre azioni a qualcosa di costruttivo. Ma gli italiani “sono continuamente occupati a deridersi in faccia gli uni e gli altri” con una violenza, una ferocia e soprattutto una nulla stima di sé che lascerebbe al tappeto il rappresentante di qualunque altro popolo d’Europa ma non noi. Al contrario, per gli italiani una simile inclinazione rischia di cronicizzarsi così tanto da diventare un asse portante. Questo, nel 1824.

Per verificare quanto Tomasi di Lampedusa non fosse nel torto, basti pensare a quanto il borbonico “facite ammuina” si reincarni stagionalmente a ogni nuovo dibattito pubblico nelle penne dei “professionisti dell’opinione e dell’antiopinione”. Ma per capire quanto De Roberto, e ancora più Leopardi avessero reso così bene l’attitudine autodistruttiva che paradossalmente ci tiene in piedi (ma a quale prezzo?) basta invece farsi un giro su internet. La Rete (non solo in Italia, ma noi siamo campioni della specialità) sta diventando nelle sue forme più degenerative un ricettacolo di delazioni, insulti e rivendicazioni a basso costo (cioè senza quasi mai poterselo permettere) che sembrano la più attuale recrudescenza di quel “deridersi in faccia gli uni e gli altri” di cui scriveva Leopardi. La sostanziale mancanza – dentro e ovviamente fuori dal mondo virtuale – di serie sanzioni sociali (e uno sberleffo non lo è) per i propri piccoli o grandi atti di vandalismo, bullismo, irresponsabilità o leggerezza, fa sì che questi si moltiplichino senza sosta, con la novità che, come si diceva all’inizio, ci sentiamo tutti dalla parte della ragione e, contemporaneamente, parte lesa.

Potrei fermarmi qui, e abbandonare il quadro alla sua sconfortante evidenza. Eppure, se devo interrogare l’ottimismo della volontà, credo di trovare in fondo al pozzo un paradossale motivo di speranza nella necessità di considerare ogni singolo italiano responsabile, e il popolo italiano invece parte lesa. Questa parte lesa, dovremmo insomma immaginarla all’occasione come staccata dalle nostre persone. È in nome di questa parte lesa – in disaccordo, spesso anzi in vero conflitto con ogni singolo – che è sensato ingaggiare una lotta. Il che significa oggi lottare anche contro se stessi.

Che il popolo italiano muova a pietà se non a commozione, è difficile smentirlo. Quando mai è finito, infatti, il Seicento di Manzoni? Quando mai, cioè, il nostro popolo ha vissuto un genuino e nobile momento di protagonismo e autodeterminazione in grado di infondergli fiducia? Non è accaduto nella seconda metà del XVI secolo (abbiamo avuto una Controriforma senza il balsamo di una Riforma – ricordo un passaggio molto bello di Aldo Busi sulla Bibbia di Diodati, che avrebbe regalato agli italiani una lingua finalmente affrancata dall’artificiosa padronalità curiale se non fosse stata messa al bando). Non è accaduto con il Risorgimento (dove al massimo il protagonismo tocca un’élite di massa) e solo in piccola parte con la Resistenza. Per venire a eventi più recenti, basti pensare all’entusiasmo con cui i singoli italiani (umiliando per l’ennesima volta il popolo di cui fanno parte) hanno reagito a Tangentopoli all’inizio degli anni Novanta, invocando il cambiamento ma poi delegando ogni cosa all’uomo della provvidenza (allora i giudici, più tardi Berlusconi, e adesso cosa?)

È questo sentirsi insomma sempre fuori dai giochi, sempre impotenti in prima persona, sempre alienati da un nobile protagonismo, cioè da una seria e reale responsabilità – in attesa perenne del veltro, della peste, dell’uomo della provvidenza, di un altro che si pigli la responsabilità che non vogliamo assumerci per la parte che ci compete, pretendendone però poi l’impossibile guadagno – è questo, credo, uno dei peggiori difetti di noi individui italiani.

Si tratta di una colpa dalla quale, se può essere sollevata l’idea di un popolo, non dev’esserlo, invece, ogni singolo – per il quale, nel proprio foro interiore, dovrebbe sempre pesare l’onere della prova. Ognuno dovrebbe sentirsi chiamato a scardinare (a distruggere in se stesso, dunque a trascendersi in un’ottica civile) ciò che lo rende alieno alla comunità senza la quale il suo profilo identitario pure andrebbe a disgregarsi. È attraverso la cruna di un simile paradosso che abbiamo oggi il dovere di passare.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
15 Commenti a “Leopardi, Manzoni, De Roberto, Tomasi di Lampedusa: l’Italia attraverso quattro specchi”
  1. zaza77 scrive:

    Se questo articolo L’AVESSI LETTO due settimane fa, alle primarie avrei votato NICOLA LAGIOIA…

  2. aromino scrive:

    scusa nicola, non ti pare di essere un pelino confusionario e autoassolutorio?
    non dico che dovresti essere meno ridondante quando scrivi (“Per verificare quanto Tomasi di Lampedusa non fosse nel torto”? Non era meglio “A riprova di quanto Tomasi di Lampedusa avesse ragione”? Boh, come vuoi), un po’ più diretto… ma almeno, non so, citare – dalla tua posizione – la connivenza di un’editoria che ha costantemente cercato l’introito, penalizzato l’estro, demolito il dibattito culturale.

    il dibattito culturale, da queste parti è “lo strega è cacca ma lo voglio e se non me lo danno peste li colga” e i TQ. ecco la situazione. per non parlare di quel provincialismo mascherato che è l’esterofilia: se lo fanno fuori lo portiamo qua. non ricordo l’ultimo scrittore italiano decente che abbiamo esportato.

    quindi, francamente, non riesco a capire cosa spari a fare contro i sintomi di una malattia che la categoria di cui fai parte (“intellettuali”, pessima parola) ha contribuito in maniera decisiva a far attecchire. chi è il responsabile della politica se non il cittadino? e chi è responsabile della sensibilizzazione del cittadino se non l’artista? e chi è che media fra cittadino e artista se non “l’intellettuale”?

    boh, magari sbaglio io. baci e abbracci

  3. già, già, già, “Da dove viene, questo oceanico delirio d’impotenza?”, e ne usciremo mai? boh… non so rispondere, in verità, ma sembra anche a me che sia questa la malattia nazionale. Ne parlavo giusto pochi giorni fa dopo una partita di pallacanestro locale, di fronte allo spettacolo di una squadra che perdeva e se la pigliava con il mondo tranne che con se stessa, autoassolvendosi per la sconfitta. Come un sol uomo gli atleti erano in attesa di un giustiziere che restituisse il maltolto. Un microevento all’apparenza insignificante e stupidissimo, che però per noi spettatori è stata fonte di un’angoscia sottile e che ci ha portati a considerazioni simili a quelle contenute nell’articolo.

  4. Nicola Lagioia scrive:

    Ciao Emilia e grazie a Animale Politico per l’esempio.

    …per le obiezioni di Aromino (so di essere all’antica, e che non rientra affatto nelle regole della rete, ma mi trovo sempre un po’ a disagio a fare discorsi articolati – dunque, non mandare semplici saluti – con persone che non posso chiamare con un nome di battesimo e un cognome).

    Sulle ridondanze. Per quelle sfuggite mi dispiace.
    Quelle che aggiungono sfumature non sono invece ridondanze ma a mio parere il sale di una certa scrittura. Per cui no, dire che Tomasi di Lampedusa “non era nel torto” è diverso (nel contesto in cui l’ho messo) che dire “aveva ragione” perché depotenzia la sua ragione non negandola, avendo più ragione di lui – nella mia lettura – De Roberto e Leopardi.

    Come pure tra l’altro scritto nell’intestazione, si tratta della trascrizione di un intervento da tenere a voce per Umbrialibri.

    Sul dibattito culturale. Su questo blog (provenienti da altre fonti, e dunque il loro merito non è ascrivibile a questo blog) trovi lunghissime riflessioni su Malcolm Lowry, pezzi su Thomas Bernhard, una lettura (questa sì, per il blog) di Paolo Pecere sul cinema che secondo me è di alto livello e tanti tantissimi pezzi davvero lontanissimi dalla cronaca o dal giornalismo culturale mainstream. Se uno vede solo le polemicucce da rotocalco e non i pezzi lunghi e approfonditi e appassionati che pure escono, la colpa non è di questi ultimi ma di chi non li protegge dando centralità ai primi.

    Sempre su questo blog, abbiamo parlato fino alla noia delle disfunzioni del mercato editoriale, dei mali del giornalismo culturale, di case editri, di colpe degli intellettuali, senza mai avere una linea precisa, anzi non di rado criticandoci tra noi. E dunque, non capisco l’obiezione: Umbrialibri mi aveva chiesto di parlare dell’Italia attraverso questi classici: che cosa mai poteva centrare (essendo questo l’oggetto del dibattito) la critica al mondo editoriale e intellettuale che in tanti altri contesti a torto o ragione ho fatto?

    L’esterofilia ho paura che sia spesso anche negli occhi di chi la detesta pur vedendo solo quella. Vuoi un nome di un italiano decente esportato di recente? Per rimanere solo a questo blog: Giorgio Vasta (e per la verità parecchi altri), tradotto con successo in mezzo mondo.
    Ma non pochi scrittori italiani di valore sono pubblicati all’estero, spesso con buoni riscontri. E pensa un po’: nelle recensioni francesi, tedesche, svedesi, spagnole di questi libri non si parla né di quanto sono farlocchi gli intellettuali italiani, né delle difese di categorie ma, finalmente, di letteratura: di cosa parlano i loro libri, che problemi sollevano, quali novità stilistiche portano o non portano, cosa fanno capire dell’Italia e dell’Europa all’inizio del XXI secolo.

    Ci sono lunghe rassegne stampa estere dei buoni romanzi italiani di questi ultimi anni, ma in effetti la stampa italiana mainstream spesso non ne dà ragione, quindi il tuo saperne poco è sicuramente scusabile.

    Spero che le tue fossero domande non retoriche, e dunque spero di aver soddisfatto le tue curiosità.

  5. Lucia Vergano scrive:

    La propensione autoassolutoria e attendistica propria del popolo italiano, riconosciuta e documentata nelle pagine dei testi citati, risulta a mio parere da una congerie di fattori geografici, storici e culturali che resistono allo scorrere del tempo.

    Incuneata nel cuore del Mediteranneo, geo-strategicamente rilevante, la penisola italica fu fin dai tempi più remoti terra di approdo e conquista da parte di innumerevoli popoli di navigatori, nonchè meta di interesse per le popolazioni nordiche attratte da un clima più temperato e da risorse naturali più abbondanti. Tale ricchezza favorì un elevato grado di frammentazione politica, altrove non necessariamente possibile: penso ad esempio alla tuttora ben più arida e meno densamente popolata penisola iberica. L’assenza di uniformità, tanto geografica quanto temporale, assunta dal potere politico nel corso dei secoli (dalle colonie della Magna Grecia fino agli stati non nazionali ottocenteschi, passando attraverso la civiltà comunale) mi pare un tratto profondamente connaturato con la nostra storia. Fattore che potrebbe, almeno parzialmente, spiegare il ripiegamento attorno al “particulare” nostro, da proteggere e preservare a fronte di continue mutazioni di contesto, anche grazie a solide relazioni claniche a e anti-statali all’origine dell’attitudine e della prassi mafiosa.

    A ciò si aggiunge la diffusione di una religione, quella cattolica apostolica romana, non soltanto messianica ed escatologica, ma anche fondata su una intermediazione della gerarchia ecclesiastica nel rapporto con la divinità più sostanziale che in altre religioni: penso in particolare all’istituto della confessione, assente ad esempio nella declinazione protestante del cristianesimo, per non parlare del buddismo o del confucianesimo, sebbene non direttamente assimilabili alle religioni.

    La storia unitaria nostrana è tanto recente quanto quella tedesca, eppure il senso di appartenenza alla nazione e allo stato di riferimento non mi pare paragonabile (per fortuna, mi sentirei di aggiungere, in alcuni frangenti storici). Tratto che emerge anche dalla storia e dall’evoluzione della lingua: a quanto ne so, la diffusione di una lingua comune codificata, anche nei testi scritti, persino di stampo religioso, è più antica nel caso del tedesco, cosi’ come dello spagnolo, rispetto a quello dell’italiano.

    Infine, causa e allo stesso tempo conseguenza, credo, di questo sviluppo storico, nel nostro paese non si è mai verificata una rivoluzione borghese, al pari di quella inglese o francese.

    Pertanto, temo occorrerebbe un’inossidabile volontà politica per modificare attitudini e comportamenti tanto stratificati e consolidati nel corso del tempo. Le élite diffuse sul territorio dovrebbero infrangere il muro dello scetticismo, integrandosi e mobilitandosi insieme per diffondere un senso civico in grado di sorreggere e alimentare le istituzioni repubblicane. Di farle vivere e prosperare, strappandole a corruzione e decadenza.

  6. pietro scrive:

    Ciao nicola, complimenti per l’intervento, per lo sguardo sempre penetrante sul presente e l’onestà del lavoro di critica che instancabilmente porti avanti.
    La chiusura di questo pezzo non può non farmi venire in mente Ipocrita 1943. Perché quello che fa accadere Zavattini nello spazio ristretto ma spietato di quel testo, è proprio il passaggio attraverso “la cruna del paradosso” dell’autodistruzione per tornare a fare parte del proprio tempo che sentiva di aver tradito.

    Ipocrita mette in scena la battaglia dell’io contro l’io. Il narratore si cala nella propria coscienza – grazie a strumenti tecnici altissimi – per superarla, sfinirla attraversandola nel modo più onesto e intransigente possibile.
    È un monologo a contatto con l’assoluto, per la presenza di immagini che scoppiano imprevedibili dentro al nucleo del linguaggio e la potenza della creazione libera. Fenomeni che avvicinano alla materia del pensiero e della coscienza – come detto per condannarla, senza sconti.

  7. aromino scrive:

    decisamente non retoriche, ma non soddisfatte, purtroppo. malgrado la tua gentile e ammirevole solerzia.

    so che è una trascrizione: se sono dovute a questo le ridondanze, lo prendo per il primo sintomo.
    so dei lunghi e approfonditi articoli, so del dibattito sull’industria editoriale in cui vi criticate fra voi: vorrei prenderli come secondo sintomo a pari merito.
    so anche che ci sono italiani tradotto all’estero con successo (che poi dovremmo quantificare in numeri, ma, effettivamente, i numeri non li controllo così spesso come dovrei per parlarne con un minimo di competenza).
    non ne so poco, anche se sicuramente, sul tema degli scrittori italiani contemporanei, ne sai più di me, sulla fiducia.

    i sintomi di cui sopra.
    il primo – con una sfumatura (o stampella retorica) come quella – sarei scioccamente polemico a cercarne altre – moltiplicata nel discorso un tot di volte si può agevolmente rientrare in uno di quei momenti di disattenzione dell’uditorio. perfino di umbrialibri, nuova emozionante occasione pubblica persa. non so quante sfumature possono essere ascoltate a umbrialibri prima di perdere l’attenzione degli altri, ma ci hai messo quattro non agevoli righe per spiegarmi… ma questo è un fatto di comunicazione col pubblico e di tue scelte. manco ci entro. se lo hai fatto sai tu perché.
    il secondo – l’industria editoriale italiana non interessa a nessuno che non sia già nell’ambiente. pochi esterni vi si interessano. perchè? troppe sfumature quando si va in pubblico? forse. troppi lunghi articoli su cose che interessano solo l’estensore e seghe mentali fra addetti ai lavori? forse. un clima ostile politicamente ed economicamente? perdio, sì! ma se non cominciano gli addetti ai lavori a sensibilizzare il pubblico andandogli incontro? magari con meno sfumature, con discorsi più accattivanti, con prezzi meno alti (lo so, lo so, hai ragione, ma dovevo dirlo per completezza), migliore costruzione dell’identità mediatica dello scrittore… etc.

    Ho ammirato questo tuo passaggio: “Ma non pochi scrittori italiani di valore sono pubblicati all’estero, spesso con buoni riscontri. E pensa un po’: nelle recensioni francesi, tedesche, svedesi, spagnole di questi libri non si parla né di quanto sono farlocchi gli intellettuali italiani, né delle difese di categorie ma, finalmente, di letteratura: di cosa parlano i loro libri, che problemi sollevano, quali novità stilistiche portano o non portano, cosa fanno capire dell’Italia e dell’Europa all’inizio del XXI secolo”.
    se fossi uno che legge poco, a cui stanno un pizzico sulle scatole scrittori ed editori, mi confermerei nell’idea che non serve a nulla il mondo dell’editoria. naturalmente tu non hai compiti e obblighi di nessun tipo verso il pubblico, ci mancherebbe, e questa non è la sede più adatta, forse, ma ammetterai che questo capoverso è oscuro, a dir poco.
    te lo chiedo per mia pura e semplice curiosità: quali sono queste “novità stilistiche” e in quali articoli della stampa estera se ne parla? te lo chiedo per comprare questi libri innovativi. e, per redimermi dalla mia infantile esterofobia (benché sovvenzioni gli “esteri” in modo consistente), comprerò quelli che saranno lodati per la loro innovazione stilistica su un qualunque giornale straniero. so che tu mi puoi aiutare, non essendo semplicemente informato dai crudeli media meinstream.

    naturalmente ora guarderò giorgio vasta con occhi diversi, sebbene lo strega lo abbia già tragicamente aiutato.

    un saluto. ma, se può tranquillizzarti, non ci conosciamo. quindi rimango coerentemente anonimo.

  8. Nicola Lagioia scrive:

    …basta la rassegna stampa estera (soprattutto francese) del “Tempo materiale”, dove si parla a lungo dello stile. Cito quella perché in casa editrice ci arrivano le rassegne stampa (cercatele, perché è difficile che io possa perdere un paio d’ore a chiamare la nostra addetta ai diritti esteri, farla andare in archivio ecc,). Stessa cosa (con poco successo commerciale) è successa per Siti (me ne parlava quattro cinque giorni fa una traduttrice francese via mail). Ma i casi sono tanti.

    Non ho voglia di fare il lavoro per te, basta che digiti su google il nome di una cinquantina di scrittori italiani che ti piacciono o incuriosiscono ed escludi l’italiano come lingua della ricerca. Esce di tutto. In Germania e in Francia c’è molto interesse per la narrativa italiana. Quando gli scrittori italiani vanno in nord europa (Olanda, Svezia, Paesi Bassi) sono accolti partendo dal presupposto che – in un cortesissimo gioco delle parti – letterariamente, anche oggi, noi siamo il centro e loro la periferia. A livello Europeo (dunque escludendo la Gran Bretagna) non sono pochi gli osservatori che considerano la letteratura italiana contemporanea seconda solo a quella spagnola.

    Ovviamente le opinioni possono essere le più diverse e c’è chi la pensa anche molto diversamente. Ma il dibattito da Chiasso in poi è questo.

    Infine (e ripeto: sbaglio probabilmente io rispetto alle regole della rete) la cosa che mi inquieta è proprio che non ci conosciamo. Nel mondo reale (no, scusa, nella mia idea del mondo civile) quando due estranei iniziano a discutere di qualcosa che prenda più tempo del click necessario ad accendere una sigaretta, fanno le presentazioni.

  9. Nicola Lagioia scrive:

    scusa, volevo scrivere “continentale” in luogo di “europeo”

  10. aromino scrive:

    va bene, significa che dovrò dragare il piccolo lago della rete alla ricerca di positive recensioni su libri italiani, magari su siti di giornali olandesi, svedesi, tedeschi, etc. (ma l’Olanda non fa parte dei Paesi Bassi?)

    io non me la prendo per me, figurati. anzi, capisco anche che hai tu i tuoi impegni. ma immagino un altro soggetto, al mio posto… perché se a uno che ti chiede consiglio su che libri comprare e gli dici che non vuoi fare il lavoro per lui, è finita. ma è un tic dell’editoria: semplificare la vita del lettore con libri mediocri anziché con pratiche più semplici. fa nulla.

    in proposito, lo ammetto, quello di pacifico sul romanzone italiano è un pezzo da incorniciare. vale il prezzo del biglietto.

    anonimato: brrr. nel mondo civile ci si incontra per parlare. se non ci si incontra l’identità conta meno.

    PS grazie per “tempo materiale”, su “moltissimi” già uno è sufficiente.

  11. Nicola Lagioia scrive:

    “Rosso Floyd”, di Michele Mari

    “Troppi paradisi”, di Walter Siti

    “Io odio John Updike”, di Giordano Tedoldi

    sono tre esempi di libri italiani (e ripeto, gli esempi sono tanti altri, e avendo citato Vasta mi pare brutto citarne altri di minimum fax) per me belli e innovativi. Per il resto c’è anche il gusto della scoperta, secondo me. Magari quello che piace a te non piace a me e viceversa.

    Non fatico a consigliare libri. Fatico invece se per dare sostegno a un consiglio devo essere costretto a recuperare la rassegna stampa estera di un libro italiano tradotto fuori!

    Spero che per ora basti.

  12. aromino scrive:

    che dire: ti lovvo!

  13. Daniele Lo Vetere scrive:

    Lettura del genio italico assolutamente convincente.
    A proposito della lettura di Leopardi. Credo che il nostro vivere come se tutto fosse vano, come se noi vivessimo incarnato quello che per altri popoli è materia di filosofia, astrazione, norma morale, sia alla radice del nostro sostanziale anarchismo, della nostra indisciplina, pregevole quando significa non saper prendere sul serio la gerarchia militare come un prussiano (non abbiamo mai saputo far troppo bene la guerra), molto preoccupante quando si sostanzia in tutto quello che Lagioia ha così ben descritto.

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  1. […] Un breve estratto dall’articolo di Nicola Lagioia apparso oggi su Minima&Moralia. […]



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