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Laura Lepetit e Liliana Rampello: un dialogo su Virginia Woolf

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Per ricordare Virginia Woolf, a 135 anni dalla sua nascita, pubblichiamo un dialogo tra Laura Lepetit (che con la casa editrice milanese La Tartaruga ha portato per prima tutti i racconti di Woolf, nel 1988) e Liliana Rampello. Per Racconti edizioni Rampello ha curato Oggetti solidi. Tutti i racconti e altre prose, uscito a novembre 2016. Woolf è una scrittrice universalmente nota più che altro per i romanzi, i saggi e i diari, mentre le short stories – che in realtà accompagnano il suo percorso di scrittrice per tutta la vita – sono  finora rimaste colpevolmente trascurate dalla critica e dai lettori.

Laura Lepetit ha recentemente pubblicato con nottetempo la sua Autobiografia di una femminista distratta, mentre Liliana Rampello si è occupata spesso e appassionatamente di Woolf, soprattutto nei lavori Il canto del mondo reale e nella curatela di Voltando pagina. Saggi 1904-1941 (entrambi editi dal Saggiatore).

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Laura Lepetit: Se consideriamo Oggetti solidi dobbiamo constatare che Virginia Woolf ha scritto un numero considerevole di racconti durante la sua vita. Eppure ne ha pubblicata solo una piccola parte, nella raccolta intitolata Lunedì o martedì, tutti gli altri sono stati pubblicati postumi. Che lei stessa li considerasse troppo sperimentali o troppo privati per essere dati alle stampe?

Liliana Rampello: Virginia Woolf era una lavoratrice infaticabile e metodica, nella sua vita ha scritto 8 romanzi, 3 biografie, un diario in 6 volumi, un enorme numero di saggi e recensioni (la raccolta completa conta 6 volumi), 3800 lettere… poco più di 40 racconti non sono dunque così tanti, ma questa forma di scrittura breve l’accompagna sempre. Le pagine biografiche scritte dal marito Leonard o dal nipote Quentin Bell ci ricordano che moltissimi erano gli abbozzi, le tracce di racconti che infilava nei cassetti come materiale da riutilizzare in qualsiasi momento o da sviluppare in forma autonoma.

Lunedì o martedì esce nel 1921, ma sappiamo dell’intenzione della scrittrice di pubblicare una seconda raccolta verso la fine degli anni Trenta. Dunque non credo che la mancata pubblicazione sia da attribuire alla piega sperimentale della forma breve (che anzi le piace e le interessa molto), o alla sua piega troppo privata, penso se mai che li tenesse come un accompagnamento da presentare al pubblico con attenzione e cautela. Senza dimenticare però che nel 1917, e non a caso, Two Stories, il libro che inaugura la Hogarth Press, contiene proprio un suo racconto, Il segno sul muro.

L.L. : Nello sfogliare questa raccolta non si può fare a meno di notare la grande varietà dei temi e degli stili che rendono questi racconti molto diversi l’uno dall’altro. Spesso invece le autrici di racconti scelgono uno schema e si attengono ad esso.

L.R.: Nella grande rivoluzione delle forme della narrazione che segna il passaggio dall’Ottocento al Novecento, e che vede al lavoro straordinari scrittori come Proust, Kafka, Joyce, Stein, James, Forster, Conrad e molti altri, credo che Virginia Woolf occupi un posto particolare perché non c’è suo romanzo che assomigli al precedente. La sua è una ricerca tenace della voce in grado di cogliere il senso nuovo della modernità, la sua inesausta sperimentazione è tesa a rivelare la nuova visione di un mondo radicalmente trasformato, in cui per la prima volta una scrittrice affronta l’intera tradizione letteraria con lo sguardo libero, originale e consapevole del suo essere donna. Quanto cercava nella scrittura dei suoi romanzi maggiori non poteva essere trascurato, o negato, nei racconti, che per questo non si attengono a nessuno schema preordinato. Quanto dici forse può riguardare chi sceglie la forma breve come unica forma di espressione, ma sarei cauta.

L.L. Talvolta Virginia Woolf nei racconti si concede di fare delle prove, degli accordi. Accordi che diventeranno romanzi, saggi, memorie.

L.R.: Se c’è una cosa che mi ha sempre colpito nel leggere questa autrice è la sua incredibile capacità di tenere insieme tutto il suo mondo, tutto sempre legato e integrato in una stessa luminosa forma. Anche i racconti, dunque, tessono una trama fortemente legata sia ai romanzi, penso ad esempio ai sette racconti di questa raccolta, scritti tra il ’22 e il ’25, che ruotano intorno a quella che lei chiama la “coscienza della festa” e sono un lavorio che affianca La signora Dalloway, sia ai saggi, come Un romanzo non scritto, che non solo le fa scoprire la forma adatta a tutto il suo “deposito d’esperienza”, ma ha una protagonista, Minnie Marsh, che ritroviamo nel famoso saggio Bennett e la signora Brown. Ma si può continuare citando racconti che anticipano la scrittura biografica, o altri in cui la prevalenza del ritmo sul significato rimandano direttamente alle sue riflessioni continue sulla poesia come massima espressione artistica.

L.L.: Non si può dimenticare che Virginia vivesse molto vicina alla pittura contemporanea per via di sua sorella Vanessa e di tutto il gruppo che si radunava attorno all’ Omega shop. Pensi che questo abbia influenzato un suo certo modo di scrivere proprio nei racconti?

L.R.: Personalmente se sono certa. L’influenza della sorella Vanessa, pittrice, del critico d’arte Roger Fry, o del critico letterario Clive Bell è rintracciabile in tutto il suo epistolario e nei diari, oltre che in diversi saggi dedicati alla pittura e al cinema. Il gruppo di Bloomsbury e l’Omega erano gruppi di intenso scambio intellettuale, teorico e concreto, spirituale e materiale, oltre che fonte di divertimento vitale. Racconti come Quartetto d’archi, Azzurro e verde, o lo stesso Lunedì o martedì, mostrano come il lavoro dell’artista sia quello di trasformare in linguaggio la propria intuizione del mondo. Credo che i racconti siano il punto di convergenza più intimo dello scambio tra visione ed espressione, immagine e frase, sguardo e parola, insomma il luogo dell’incontro amoroso fra le arti, risultato di un altro grande amore, quello per la sorella Vanessa e la sua arte.

L.L.: Il racconto è sempre stato considerato un genere minore, almeno dai critici in Italia, mentre Virginia Woolf rivela una straordinaria modernità proprio in questo genere di narrativa.

L.R.: La modernità della Woolf nei racconti è legata, come dicevo, alla sua esigenza di sperimentazione continua e all’originalità della sua visione, quindi non possono certo essere considerati un genere minore, ma fanno parte a pieno titolo, e proprio per la loro autonomia formale, del suo lavoro creativo. Più che i critici, penso siano gli editori che spesso hanno considerato il racconto un genere minore, con poco mercato, ma per fortuna, come dimostra anche la nascita di questa piccola e coraggiosa casa editrice, Racconti edizioni, inventata da due giovani, Stefano Friani e Emanuele Giammarco, l’aria sta cambiando e spero con successo.

Commenti
3 Commenti a “Laura Lepetit e Liliana Rampello: un dialogo su Virginia Woolf”
  1. Marilena scrive:

    Se posso aggiungere un commento: era una scrittrice instancabile perché scappava attraverso la scrittura dal male interiore, la depressione, che la logorava dentro.
    Ho avuto modo di analizzare la sua scritturain un mio saggio, ed è visto una donna molto sofferente anche se ostinatamente forte, lo è stata anche nel suo ultimo atto: ostinatamente forte nel volersi suicidare.
    Peccato che i grandi artisti siano anche così fragili.

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