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L’equazione di Roberto Bolaño

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«Ho sognato che una tempesta di numeri fantasma era l’unica cosa che l’uomo si era lasciato dietro, tre miliardi di anni dopo che la terra aveva smesso di esistere».

Roberto Bolaño

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A pagina 243 dell’edizione Adelphi di 2666, Amalfitano «iniziò a disegnare figure geometriche molto semplici, un triangolo, un rettangolo, e a ogni vertice scrisse un nome, diciamo, dettato dal caso o dalla pigrizia o dalla noia…»

Voglio fare come Amalfitano, con la differenza che non è per pigrizia o per noia ma perché 2666, nonostante sia nuova, grandissima, intatta letteratura, non mi lascia tranquillo: lo scopro che mi guarda dalla libreria, mi fissa come una cornucopia ottusa, come il monolito di 2001.

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La figura geometrica qui sopra è un’iperbole.

Nel rettangolo scrivo “Stato del Sonora”, lungo l’iperbole i nomi dei personaggi del libro, tranne Arcimboldi che metto al centro, sullo 0.

Accanto ai due fuochi scrivo:

F1

«Nessuno presta attenzione a questi omicidi, ma dentro c’è nascosto il segreto del mondo». [Primo libro – pag. 431 – La parte di Fate]

F2

«È Santa Teresa! È Santa Teresa! Lo vedo bello chiaro. Là ammazzano le donne. Ammazzano le mie figlie. Le mie figlie! Le mie figlie!, gridò tirandosi al tempo stesso sopra la testa uno scialle immaginario…» [Secondo libro – pag. 117 – La parte dei delitti]

Immagino che l’intero libro risolva l’equazione di un’iperbole con risultato xy=2666.

Prendo fiducia pensando a quella cosa mai vista prima che è la Parte dei delitti, alle sue descrizioni sempre uguali eppure impercettibilmente progressive, penso alla maestra che dice che per risolvere l’equazione non bisogna saltare neppure un passaggio altrimenti prima o poi ci si perde.

Ma cosa sono x e y; il bene e il male?

 

Mentre leggevo la Parte dei critici una voce nella testa ripeteva «Assassinio sull’Orient Express»; possibile che mi ricordasse un libro che avevo letto alle medie? Ho ripreso in mano Agatha Christie ma non si trattava dello stile, la soluzione del mistero invece era chiarissima: è che i critici sono sempre trasportati come i dodici assassini sul treno. Si muovono in taxi, in aereo o lungo la linea del telefono, ma se non si spostano su mezzo sono immobili, non fanno movimenti. Pelletier passa una settimana intera sdraiato a bordo piscina a leggere lo stesso libro, Morini è addirittura paraplegico!

Questa è la grande ouverture di 2666, la vertigine della velocità nella fissità e viceversa: una visione precisa del prossimo millennio del minotauro uomo-computer.

I critici assomigliano ad atomi nella contraddizione consustanziale di nucleo fermo ed elettroni in movimento: sembrano protoni o neutroni a cavallo di elettroni. Chiamano in causa la velocità della luce.

Penso a quanto il male in 2666 abbia a che fare con la fisica della materia, a come si manifesti a intervalli imprevedibili con scariche di elettricità statica che si trasmette ai corpi (come nei film di Lynch il bagliore di luce bianchissima) in accessi di violenza inaudita e insensata, veicolata da corpi umani privi di libero arbitrio verso altri corpi umani. Il pestaggio del tassista nella Parte dei critici, la crocifissione di Entrescu, Fate nella casa con i messicani.

 

Nello Stato del Sonora c’è da anni una tempesta elettromagnetica di male, si manifesta con omicidi di donne.

Amalfitano, che ha di suo il giusto understatement dello sciamano che non sa o non vuole o è stufo di esserlo, tiene appeso un libro di geometria al filo del bucato, come un parafulmine o uno sbaffo di sangue sullo stipite della porta per quando il male verrà a cercare sua figlia Rosa che si capisce da subito essere la vittima designata, il magnete perfetto.

Immagino il rettangolo originato dai due fuochi come il luogo del male, una sorta di quarta dimensione elettrostatica dello Stato del Sonora.

I personaggi del libro si muovono lungo l’iperbole, ognuno di loro raggiunge il punto di tangenza con il rettangolo prima di continuare la corsa verso infinito (per sempre lontano da Arcimboldi, lontano dai delitti) e ne rimane per un attimo folgorato, prende comportamenti che non sa spiegarsi per poi staccarsi quasi riscuotendosi da un sogno vigile; come sostiene Patricia Espinosa nel bel saggio Segreto e simulacro in 2666 di Roberto Bolaño «ogni personaggio si trova a doversi confrontare con un punto di fuga che lo de-territorializza, che lo rende un’altra persona, senza dargli la possibilità di raggiungere un nuovo territorio».

Solo Arcimboldi è in grado di muoversi liberamente dentro e fuori il rettangolo e di stazionarci senza dissiparsi: per questo è eternamente irraggiungibile.

Arcimboldi possiede questa capacità perché è un superconduttore. Saccheggio da Wikipedia:

I materiali superconduttori assumono resistenza nulla al passaggio di corrente elettrica ed espellono i campi magnetici presenti al loro interno.

Un vecchio crucco in bermuda in mezzo al deserto messicano cammina tra i cadaveri nudi delle donne un istante prima che tolgano la corrente al rettangolo e i corpi vengano ritrovati.

Ciò che fa di Arcimboldi un superconduttore è la letteratura.

La letteratura è la forma discorsiva dell’equazione, il linguaggio integrato del mondo, il testo dell’ equazione xy=2666. Lo sostiene lo stesso Bolaño ne La letteratura nazista in America con il racconto su Schürholz, l’autore di Geometria I, II e III: «I testi parlano – sussurrano – del male in astratto, del sole, del mal di testa».

Arcimboldi, con il suo opus anarchico, è in sostanza letteratura fine a se stessa.

Per questa ragione viaggia tra i campi magnetici senza dissiparsi, è materia ma è anche algebra. Arcimboldi in un certo senso è la spiegazione di se stesso. Esiste ma forse non esiste e può essere sempre esistito. Può essere Haas, l’assassino delle donne. Può essere la causa della Seconda Guerra Mondiale.

L’ambizione più o meno consapevole di Bolaño, la sua dimensione esultante, è questa: passare dal fare letteratura a essere letteratura guadagnando così una libertà inconcepibile, diventando misura e risultato di tutte le cose. È questo il vero lascito kafkiano che si è fuso con la poetica di Bolaño; non sono le atmosfere, i piani leggermente sfalsati o i piccoli cedimenti della consequenzialità ma è la frase che nel 1913 Kafka si appunta nel diario: «Sono fatto di letteratura: non sono e non posso essere altro».

È Santa Teresa! Là ammazzano le donne. Dentro c’è nascosto il segreto del mondo.

Quanti insieme a Bolaño sono riusciti a partire da un presupposto di questo tipo? Chi sono? Dove si trovano questi libri sapienziali?

Se si ha la fortuna di incontrarli sono i tre, quattro, dieci che guardano dagli scaffali, nella loro forma stolida di piccole scatole.

Non li avremo veramente letti finché non saremo noi stessi letteratura.

Commenti
2 Commenti a “L’equazione di Roberto Bolaño”
  1. Daniele scrive:

    questa sbobba per nerd rincoglioniti mi fa solo venire voglia di rilleggere Silone e Jack London.

  2. SB scrive:

    Su Ibs “l’arcobaleno della gravità” (T. Pynchon) (04-08-2013)
    Finire la lettura di questo enorme libro deve già essere un motivo di soddisfazione. Il contenuto e i suoi echi forse non sono fondamentali nella messa a terra del tomo, che adesso a lettura ultimata, a opera conclusa ma si può dire conclusa nella lettura un opera del genere? (forse sarebbe meglio considerarla una lettura ininterrotta, una sorta di nastro magnetico continuo) rivendica una azione che ha nella simultaneità un effetto di incontrollabile nausea da sovraccarico come se lo spazio debordante del testo nel suo investire lo spazio mondo del creato e dello scibile letterario nella sua nemesi e dove l’humus narrativo e storico è solo accidente, un accenno di gravida luce che svanisce, personaggio dopo personaggio, trama dopo trama, traccia dopo traccia, avventura dopo avventura. Appoggiando queste quasi mille pagine sul tavolo o sulla mia scrivania da lavoro, dove ho combattuto strenuamente per un mese con la sfida a me stesso se continuare sì e ancora una sola pagina di lettura e di disturbo oppure sbatterlo nel primo angolo libero della mia libreria, ho il sentore che questo strano cubo si possa animare, tutte le facce, le formule e funzioni, tutti gli eventi e tutta la storia, potesse iniziare a sobbalzare e magari che il tomo si potesse spostare di un niente rispetto al piano solido del mio tavolo, determinando un niente che non avrebbe mai cambiato di nuovo niente in questo mio mondo (la letteratura ha un senso?) . Ho come il sentore che come scuotendolo il tomo possa generare tante bolle come quando si agita una bottiglia di acqua gassata, quando l’anidride carbonica per la pressione esistente libera verso l’alto le sue inconsistenti creature. L’arcobaleno della gravità è un mondo che quasi non esiste, o esiste solo in una unica mente, in un universo lontano dai nostri porti sicuri, in una bottiglia, eppure i suoi riverberi sono qui che creano fibrillazioni assiali o semplici spostamenti di un volume su un tavolo, questa è la letteratura.
    Voto: 5 / 5

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