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L’eredità di Langer schierata sul Brennero

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

Dal Brennero non passa più nessuno. Dopo l’incontro dei primi di maggio scorso tra il ministro dell’Interno italiano Angelino Alfano e quello austriaco Wolfgang Subotka, solo una manciata di profughi è entrata in Austria provenendo dall’Italia. Non è stato costruito fisicamente alcun muro (in buona sostanza, la minaccia di costruirne uno da parte austriaca, oltre che utile a fare un po’ di pressione sull’Italia, è servita a infarcire un po’ di slogan elettorali prima del secondo turno delle presidenziali).

Tuttavia i controlli da parte italiana sono aumentati. E basta farsi un giro lungo i binari della stazione di Bolzano, oltre che lungo il confine, per incrociare pattuglie di poliziotti e carabinieri italiani che presidiano le vie di accesso alla frontiera italo-austriaca, dopo che negli ultimi anni – neanche tanto velatamente – si era lasciato andare verso Nord la gran parte di coloro che approdavano in Sud-tirolo, non solo i siriani che fino a metà 2015 sbarcavano in Italia.

Così dal Brennero, effettivamente, non passa più nessuno. Chiunque arrivi in Italia, ci rimane, come ha scritto perfino il principale quotidiano del Tirolo, il Tiroler Tageszeitung. Ma quanto durerà questo stallo, con l’estate alle porte, prima che l’effetto imbuto diventi visibile? La storia recente delle frontiere europee (sia quelle esterne, sia quelle interne) è piena di domande del genere. Ogni muro che viene innalzato (o semplicemente evocato) ha l’effetto di ridefinire i percorsi interni o ai margini del continente, senza dare una risposta all’altezza della sfida posta dall’esodo di massa dall’Africa o dal Medio Oriente.

Il concetto stesso di frontiera, in questi frangenti, sguscia via come una anguilla. Eppure – proprio come accade in Sud-tirolo – nuove linee di confine si sommano ad altre storiche. Non solo quelle tra Stati nazionali, e quindi tra Italia e Austria. Ma anche quelle tra la comunità italiana e la comunità tedesca interne allo stesso Alto Adige/Sudtirolo.

Alex Langer, politico e pensatore illuminato, proprio a partire dalle sue origini sudtirolesi si pose costantemente il problema di saltare i muri e costruire gruppi misti che sgretolassero la compattezza etnica di gruppi, che rischiavano di rimanere contrapposti. Oggi che la stessa autonomia sudtirolese è entrata in una nuova fase, quella lezione sull’oltrepassare le frontiere e guardare cosa c’è dall’altra parte rimane straordinariamente importante anche in relazione alla questione del Brennero.

Oggi questo lavoro “misto” e transnazionale è svolto sul piano politico quasi unicamente dai Verdi, qui – sulla scia del lascito di Langer – più attivi che altrove. I Verdi, che contano tre consiglieri nel consiglio della Provincia autonoma, due tedeschi e un italiano, sono in costante contatto con i Verdi austriaci di Van der Bellen (eletto presidente federale contro il candidato dell’estrema destra xenofoba) e con i Verdi bavaresi (ed è proprio la Baviera, forse, il vero modello a cui guarda l’autonomia sudtirolese).

Anche per questo i Verdi bolzanini sono stati i primi a rendersi conto che, lungi dall’essere effettivamente costruito, il muro è stato solo un fantasma agitato dall’Austria nelle relazioni con l’Italia. Nell’Europa che alza muri ai propri margini, tanto quanto lungo i vecchi solchi che separano gli Stati nazionali, intensificare una somma di attività politiche, culturali, sociali transfrontaliere è l’unico modo non solo per gestire i momenti di crisi, ma anche per uscire dalle logiche dell’emergenza e delle reciproche chiusure nazionali che spesso governano le politiche di accoglienza o di gestione del transito dei profughi.

Nella stazione di Bolzano, i semplici cittadini si sono mobilitati nel prestare soccorso ai profughi prima delle istituzioni e delle stesse associazioni. Ma non tutto può essere affidato al volontarismo. Come scriveva Langer: «Estrema importanza possono avere persone, gruppi, istituzioni che si collochino consapevolmente ai confini tra le comunità conviventi e coltivino in tutti i modi la conoscenza, il dialogo, la cooperazione». Tale modello andrebbe esteso anche ad altre linee di frontiera che oggi tagliano l’Europa e il Mediterraneo.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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