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L’Eritrea è più vicina di quanto pensiamo

593x306xafrican_migrant.jpg.pagespeed.ic.BupZo2MxTVQuesto articolo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

“Noi pensiamo di essere dei piccoli tassi. Nient’altro che dei piccoli tassi che rosicchiano i quattro pilastri di legno su cui poggia il regime eritreo. Il nostro obiettivo è farlo cadere.” Parla per metafore Amanuel, uno dei giovani eritrei che stanno creando in Europa un coordinamento di tutte le forze di opposizione al regime di Isaias Afewerki, il dittatore che tiene in pugno il paese fin dall’indipendenza dall’Etiopia, ottenuta nel 1991 e sancita ufficialmente nel 1993. Amanuel non è il suo vero nome; è lui a chiedere di essere chiamato in un altro modo (richiesta che faranno sistematicamente anche tutti gli altri intervistati) per evitare di essere identificato dai servizi segreti del regime.

“Ovviamente i metodi delle varie realtà raccolte nel Coordinamento sono diversi: c’è chi pensa a una soluzione militare, chi a una via pacifica, ma la cosa che rende positivo il Coordinamento è il muoversi per obiettivi concreti, piccole cose da fare insieme. Il problema dell’opposizione è sempre il solito, da noi si dice: ‘Non possiamo parlare della corda con cui legare la pecora, prima ancora di comprare la pecora’. Invece ognuno parla del dopo-regime, quando ancora non abbiamo niente in mano. La nostra idea è raggiungere prima qualcosa. Poi parleremo dell’assetto da dare al paese. Sarà il popolo a decidere. Come movimento giovanile, noi non avremo il potere, non lo vogliamo: siamo solo un movimento rivoluzionario.”

La storia dell’attivismo politico di Amanuel passa per Lampedusa.

Il 3 ottobre scorso decine di eritrei provenienti da molti paesi europei si sono raccolti nell’isola per commemorare le vittime della strage di un anno prima, quella in cui persero la vita 368 persone, molte delle quali donne e bambini. 360 tra coloro i quali sono rimasti intrappolati nel barcone, che si è rovesciato a poche centinaia di metri dall’Isola dei conigli, erano eritrei. Gli altri 8 erano etiopi.

Alle spalle del grande naufragio che ha dato il via all’operazione Mare nostrum, la cui prosecuzione è oggi in discussione, c’è in fondo un’enorme e sottaciuta “questione eritrea”. Non è un caso che fossero quasi tutti eritrei quella notte. E non è un caso che –  stando ai numeri forniti dal ministero dell’interno – almeno il 30% delle oltre centomila migranti recuperati in mare e approdati in Italia nell’ultimo anno siano proprio eritrei.

Scappano da uno dei regimi più claustrofobici oggi esistenti al mondo, sorto proprio dalla guerra di liberazione contro l’Etiopia. Negli ultimi vent’anni il vertice del Fronte popolare di liberazione nazionale, che ha condotto quella lotta, si è trasformato nell’architrave di una dittatura militare. I ragazzi che si riversano sulle nostre coste fuggono non solo dalla repressione, dalla corruzione dilagante, dall’assenza di futuro, ma in particolare da una legge che ha istituito, per tutti i maggiorenni, la leva obbligatoria a tempo indeterminato. In pratica, grazie alla coscrizione forzata, il regime dispone di una ingente quantità di forza lavoro. Le caserme sembrano sempre più delle carceri; e le carceri vere e proprie, dove finiscono dissidenti o semplici renitenti, a dei gulag. Di “arcipelago gulag”, in ciò che resta dell’epicentro dell’Africa orientale italiana, parla uno dei massimi conoscitori dell’Eritrea contemporanea, il norvegese Kjetil Tronvoll, nel suo The Lasting Struggle for Freedom in Eritrea. Le torture che vi si praticano, e che sono state accertate da recenti rapporti di Amnesty International e di Human right watch, racchiudono un ampio spettro di spietatezza carceraria. Per i cortocircuiti della Storia, molte di esse sono ancora indicate con nomignoli italiani. È uno dei tanti retaggi del passato coloniale: spesso i gulag di oggi sorgono sugli stessi campi italiani di ieri.

La strage del 3 ottobre ha segnato uno spartiacque. Inizialmente il regime ha provato a negare che tutti quei morti fossero eritrei. L’unico tg dell’unico canale di Stato ha bollato le vittime come genericamente “africane” e come “migranti economici”. Per i parenti delle vittime è stata un’ulteriore offesa. E tra quei parenti vi erano anche degli alti ufficiali dello stesso esercito che tiene in pugno il paese. 360 morti sono davvero tanti in un paese di appena 3 milioni di abitanti. Molti eritrei che vivono da anni nei paesi del vecchio continente, magari dal tempo della dominazione etiope successiva al colonialismo italiano, e che hanno mantenuto sempre uno stretto rapporto con il Fronte popolare e la sua retorica, hanno aperto gli occhi.

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A Lampedusa, il 3 e 4 ottobre scorsi, ci sono stati due momenti distinti, che hanno coinvolto gli eritrei giunti dai quattro angoli d’Europa. Tra questi c’erano anche i parenti delle vittime che ancora attendono il riconoscimento dei loro corpi, e alcuni sopravvissuti al naufragio.

Il primo momento è stato costituito dalle preghiere e dal ricordo degli scomparsi. Il secondo, in un salone della stessa parrocchia in cui è stata celebrata una preghiera allargata a tutti, ha visto una riunione di tutte le anime dell’opposizione eritrea al regime. C’erano vecchi militanti del Fronte popolare passati dall’altra parte, preti cattolici e ortodossi impegnati in attività umanitarie, e soprattutto nel monitoraggio di chi fugge dal paese e si lancia a bordo dei barconi nel Mediterraneo. E c’erano, infine, parecchi giovani.

Sono loro la componente più interessante della variegata opposizione eritrea, che raccoglie almeno una decina di sigle. Hanno tutti tra i venti e i trentacinque anni. Venuti in Europa in vari momenti, hanno maturato molto prima del 3 ottobre il loro distacco dal regime. Oggi, in un clima di speranza, fragilità, isolamento che ricorda i piccoli gruppi dell’antifascismo in esilio negli anni trenta del Novecento, pensano a cosa fare – qui, in Europa – per contribuire ad abbattere il regime. Che vivano in Germania, Svizzera, Svezia o Italia la loro mente è costantemente portata a ragionare sull’Eritrea. A riflettere sull’evoluzione dei suoi accadimenti interni, e sui contatti da stabilire con gli oppositori ancora rimasti nel paese. Soprattutto pensano a come difendersi dalle pressioni dei servizi di sicurezza del regime che controllano, tramite le ambasciate, le comunità della diaspora.

Il più importante gruppo giovanile d’opposizione è l’Eritrean movement solidarity for national salvation, in cui milita anche Amanuel. È attivo in ottantatré città in tutto il mondo, tra cui sei italiane: Roma, Milano, Bologna, Firenze, Torino e Genova. Solo in Italia, gli aderenti sono più di 250. Poi ci sono anche gli altri, tutti quelli che appartengono al Coordinamento dell’opposizione, che raccoglie le numerose sigle, e che si è riunito proprio a Lampedusa. Da lì in poi, dicono, è iniziato un nuovo percorso.

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Il Coordinamento ha due livelli di lavoro, uno umanitario e uno più politico. Quello umanitario si occupa di seguire gli sbarchi, e garantire assistenza a chi arriva. Spesso gli interpreti in tigrino utilizzati dalle Commissioni per il riconoscimento dello status di rifugiato sono forniti dalle stesse ambasciate. E quindi per chi deve raccontare perché è scappato dal regime è come essere interrogato dai suoi emissari…

Poi c’è un livello più politico, che organizza le azioni di denuncia e controinformazione. In Italia e in Europa si sa molto poco dell’Eritrea e soprattutto, a sinistra, si pensa ancora che il Fronte popolare sia lo stesso Fronte appoggiato dal Pci negli anni della lotta per l’indipendenza, senza comprendere, come dice Adhanet, un altro dei ragazzi del movimento, che “oggi sono proprio quei guerriglieri a stare i prigione”.

Per Adhanet un episodio-chiave che spiega molto del rapporto dell’Italia con l’Eritrea è avvenuto a Bologna nel giugno scorso. Bologna negli anni settanta era il fulcro dell’opposizione eritrea in esilio contro l’occupazione etiope. Così per festeggiare i 40 anni della nascita del Fronte, la comunità eritrea controllata dal regime ha chiesto uno spazio per organizzare un festival, e il comune ha concesso lo spiazzo dove si celebrava la Festa dell’Unità.

Solo con le denunce dell’opposizione, dice Adhanet, l’amministrazione locale si è resa conto del vero volto del regime. Ma a quel punto, pur ritirando il patrocinio, non era più possibile cancellare la festa. Così a Bologna si sono confrontate le due anime della diaspora.

“Abbiamo deciso di organizzare una contromanifestazione, sfilando sia nel centro di Bologna che davanti all’area della celebrazione filo-governativa. Il nostro obiettivo era far capire che si può fare, che serve solo del coraggio. Così ci siamo piazzati davanti alla loro festa con dei microfoni e delle casse per l’amplificazione. Le nostre casse diffondevano testi scritti da noi. Molti di questi erano collegati al 3 ottobre, parlavano dei cadaveri eritrei ancora in Italia su cui loro avrebbero voluto danzare. Erano passati solo pochi mesi dalla strage, non si poteva ballare sui corpi di Lampedusa. Abbiamo anche stampato delle magliette con la frase ripetuta dal papa: Dov’è tuo fratello. Insomma, il regime aveva organizzato un collegamento con la tv nazionale in Eritrea, ma a causa della nostra protesta il collegamento è saltato. Ovviamente si sono arrabbiati tantissimo.”

Le  minacce degli agenti del regime non sono mancate, c’è stata anche un’aggressione contro due giovani attivisti. Ma per questi ragazzi, la spinta ad andare avanti è fortissima. C’è quasi una specie di auto-convincimento collettivo, che si cementa giorno dopo giorno, e che sembra rimandare ad altre epoche, ad altre militanze. “Io sto bene da quando ci mostriamo apertamente per quello che siamo e pensiamo”, dice ancora Adhanet. “Con tutti i morti che abbiamo sulla coscienza, adesso mi sembra di star facendo qualcosa.”

Per Omer, un altro di loro incontrato a Lampedusa, i collegamenti con le antenne dell’opposizione in Eritrea non mancano. “La situazione è difficile, diecimila oppositori sono in prigione, ma c’è anche chi collabora segretamente, per adesso fornendoci informazioni, niente di più. Sai, non siamo in Tunisia o in Egitto, da noi l’esercito è fatto di giovani, e cambiare regime è più facile di quanto sembri. Quello che serve è una leadership che costituisca un’alternativa credibile al regime. Afwerki è ancora al potere perché tutti hanno paura del vuoto, dell’anarchia. Tutti hanno paura dei paesi vicini, soprattutto dell’Etiopia.”

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Un vecchio militante del Fronte popolare, residente da anni in Italia e oggi passato all’opposizione, ammette che bisogna leggere i segni dei tempi. Il regime non riesce più a controllare le frequenze radio, e questo è sicuramente uno degli indici del suo indebolimento. Oggi comunicare con l’Eritrea dall’esterno è più facile che negli anni passati. “Il problema però è che non basta ascoltare la radio. Internet non è bloccato, ma la rete è estremamente debole, e la corrente salta spesso; in questo modo il regime tecnicamente blocca le comunicazioni più importanti, apparentemente senza esercitare alcuna censura: se devi aspettare un’ora per aprire una pagina internet, dopo un po’ ti stufi e non lo fai.”

Vista da qui l’Eritrea appare lontanissima, e allo stesso tempo vicinissima. Non solo perché gli echi della lotta contro un regime remoto hanno origine nelle nostre città europee. Non solo perché la strage del 3 ottobre è ancora lì, pietra di paragone delle politiche migratorie varate in seguito. Ma perché l’Eritrea è stata in fondo la parte d’Africa più a lungo colonizzata dall’Italia appena unita. Dogali è un nome che oggi non dice quasi più niente a nessuno. Eppure le ombre del passato si attorcigliano in questa storia allo stesso tempo vicina e lontana.

Sara, una delle tante ragazze del movimento, non ha dubbi. “Ho l’impressione che l’Italia abbia paura della sua storia. C’è un’ignoranza tremenda sulla storia del colonialismo italiano, i giovani non sanno che l’Eritrea è stata una colonia italiana. Cosa c’è scritto sui libri di scuola? Ci sono solo poche righe su cinquant’anni di colonialismo… Noi pensiamo di avere dei legami con questo paese, soprattutto chi è di Asmara sente questa cosa. Sente l’Italia, ma quando arriva qui non capisce bene dove si trova. Invece di far chiarezza, gli ultimi governi hanno pensato che il miglior modo di risolvere il problema coloniale fosse quello di aiutare i regimi venuti dopo, senza spiegare ad esempio perché si collaborava con Gheddafi per reprimere i viaggi dei migranti.”

Libia, Eritrea, Somalia. I ragazzi dell’Eritrean movement solidarity for national salvation lo chiamano il “triangolo italiano”. Non serve solo a capire i viaggi verso le nostre coste, non è solo una questione d’immigrazione. Il “triangolo italiano” ha a che fare con la nostra storia rimossa, con ciò che è stato edificato dopo quella rimozione, e con gli enormi buchi neri che oggi si sono creati proprio in quei paesi.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
8 Commenti a “L’Eritrea è più vicina di quanto pensiamo”
  1. alfredo queirolo scrive:

    Firmate la petizione Procura della Repubblica di Roma: PASOLINI: LA VERITA’ NON PUO’ PIU’ ASPETTARE” su Change.org.

    È importante. Qui c’è il link:

    https://www.change.org/p/procura-della-repubblica-di-roma-pasolini-la-verita-non-puo-piu-aspettare#

  2. Walter Castaldo scrive:

    La situazione è molto più complicata di quanto sembri, anche perché rientra in un contesto di politica internazionale (U.S.A., Etiopia, Italia). Finché gli Stati Uniti avranno grandi interessi con il governo etiopico (economici e strategici) ed il governo italiano troppo ossequioso in merito verso gli U.S.A., la situazione non potrà avere alcuna evoluzione positiva.

  3. Stefano Trucco scrive:

    Posso inserire una piccola nota letteraria?
    Carlo Dossi (1849-1910) è stato uno scrittore molto più studiato che letto. Importante nella storia della letteratura italiana lo si potrebbe definire un classico ‘scrittore per scrittori’ la cui influenza si è sentita più su altri letterati, da Gadda ad Arbasino, che sul pubblico.
    In compenso a Dossi è capitato un onore che nessun’altro grande della letteratura ha potuto vantare: quello di dare il nome a una nazione.
    Dossi fu infatti un funzionario del Ministero degli Esteri e stretto collaboratore di Francesco Crispi e in questa funzione coniò il nome di Eritrea (dal greco ‘erithros’, rosso).
    Forse l’unica nota positiva in quello che si può solo definire un immane disastro da qualsiasi punto di vista (politico, economico, morale etc), la politica coloniale italiana.

  4. alfredo queirolo scrive:

    Da quasi quattro anni la verità sull’omicidio di Pier Paolo Pasolini giace sul tavolo della Procura di Roma. Cosa aspetta il Procuratore Generale Giuseppe Pignatone a definire il procedimento? Perché questo clamoroso ritardo?

    Firmate la petizione Procura della Repubblica di Roma: PASOLINI: LA VERITA’ NON PUO’ PIU’ ASPETTARE” su Change.org.

    È importante. Qui c’è il link:

    https://www.change.org/p/procura-della-repubblica-di-roma-pasolini-la-verita-non-puo-piu-aspettare#

  5. daniel wedi korbaria scrive:

    Dietro Amanuel, il finto articolista, in realtà si nascondono due italiani come Dania Avallone e Marco Cavallarin cacciati via dall’Eritrea per aver fatto della politica extraparlamentare. Entrambi lavoravano in Eritrea, lei come biologa marina, lui un insegnante della scuola italiana. Rientrati in Italia e oramai disoccupati costoro hanno fondato un partito di opposizione al governo eritreo chiamandolo coordinamento democratico. E come se non bastasse hanno fondato anche una Ong per tutelare i diritti umani del popolo eritreo (me compreso). E da allora campano così, racimolando soldi a destra e sinistra, lei non fa più la biologa marina e lui non insegna più. Della seria: italiani brava gente!

  6. Alessandro Leogrande scrive:

    Gentile Daniel,
    non conosco minimamente le persone che lei indica come mie “fonti” certe. Mentre conosco molti esponenti dell’opposizione eritrea in Europa, i quali mi hanno chiesto di garantir loro l’anonimato per paura di rappresaglie. Quanto al totalitarismo eritreo, per informarsi basta leggere i rapporti di Amnesty International.
    Cordiali saluti,
    Alessandro Leogrande

  7. giuseppe scrive:

    Indubbiamente l’Eritrea è più vicina di quanto sembri, perché, però, non parlare dei problemi di casa nostra che sono altrettanto gravi, come quella della crisi che ci condiziona tutti o di quella giovanile che costringe molti laureati a emigrare all’estero? Ma su ciò si preferisce sorvolare. Eppure senza prospettive su di loro, quale sarà l’avvenire del Paese. Già oggi se ne colgono i limiti: qualche articolo di giornale e le ennesime chiacchiere dei politici ma nessuna azione concreta.

  8. Walter Castaldo scrive:

    Daniel, buon pomeriggio. Hai descritto una situazione come non meglio si potrebbe fare. I “giornalisti” sono abituati al “copia e incolla”, senza avere minima cognizione della storia. Qualcuno ha raccontato che Saddam era un tiranno; in quale condizione è ora quel popolo? Gheddafi: ha messo il fuco sotto le “spalle” agli u.s.a. e all’Europa… Però ha commesso il grande errore di finanziare un francese… e ora, in quale condizione sono i libici? Ci si inventa una storia per interessi personali e, poi, se ne pagano le conseguenze. E’ un discorso troppo lungo. Busuh selam, arkey!

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