Siamo buoni se siamo buoni

L’errore, l’anestesia, lo stupore. Tre domande a Paolo Nori

di Andrea Cirolla

Domani esce il nuovo libro di Paolo Nori. Sì, ma dove «esce»? Da dove? E verso dove?
Queste domande che sembrano finte, e che forse sembrano pure l’imitazione di domande che si potrebbero trovare dentro un libro di Paolo Nori, sono invece il semplice effetto di un’esperienza.

La mia esperienza è questa, quando finisco di leggere un libro di Paolo Nori: comincio ad avere una gran prudenza con le parole. Una cura. Anzi, anche se ho evitato di scriverlo subito, credo si tratti di paura. O forse di emozione. Uno stato di allerta. È così, una parola chiama l’altra, ci si lascia incantare, e appena abbassi la guardia, per usare una metafora, ti scappa un’espressione che se sei abbastanza sveglio da andare a rileggerla, subito o alla fine, poi cominci a domandarti quale sia il senso di quell’espressione, cos’è che volevi veramente dire, e se non è invece la lingua che c’è in giro ad averti usato, a essersi espressa attraverso di te, se a esprimersi insomma non sia stato veramente tu ma quel miscuglio, risultato dei discorsi che si ascoltano di solito per radio, alla televisione, o che si leggono in Rete, e finiscono in qualche modo per anestetizzarti.

A pagina 148 di «Siamo buoni se siamo buoni» – pubblicato da Marcos Y Marcos come diversi altri libri di Paolo Nori, compreso «La banda del formaggio» di cui questo romanzo, imminente, è il seguito – Ermanno Baistrocchi, il protagonista, parla dell’anestesia.

Ultimamente, mi capita spesso di parlarne e di sentirne parlare. L’anestesia. Una scrittrice vietnamita-canadese, Kim Thúy, ha creato un personaggio bellissimo, nel suo ultimo romanzo, la cui rinascita consiste nel risvegliarsi da una condizione che si può dire di anestesia. Riporto un brano (da «Nidi di rondine», trad. di Cinzia Poli, Nottetempo, 2014):
«È vero che il volto della Mamma, come quello di mio marito, non lasciava trasparire né il dolore, né la gioia, né tanto meno il piacere, mentre su quello di Julie potevo leggere tutto. Quando ha pianto per affetto alla nascita di mio figlio, il cuore le è apparso in superficie sulle guance, sulla fronte, sulle labbra».

Ho scritto una email a Paolo Nori per ringraziarlo di questo suo nuovo libro così bello fin dalla copertina azzurrissima; un libro divertente e commovente, che ha dentro inseguimenti e un messaggio cifrato, e parla di come è bello essere morti da vivi (quando il romanzo inizia, il protagonista s’è appena risvegliato in una camera d’ospedale dopo un periodo di coma indotto dai medici in seguito a un incidente – scopre che tutti o quasi, fuori, lo credevano morto), e del fatto che quando hai successo «devi essere pronto a esser preso per il culo», e di moltissime altre cose che messe tutte assieme, com’è spesso sulle quarte di copertina dei libri di Paolo Nori, sembra che non c’entrino nulla l’una con le altre, mentre invece è tutto, meravigliosamente, legato.
In un modo simile, questo accade anche con i libri di Nori tra loro. Ogni libro è come se facesse la sua strada individuale verso degli stessi luoghi, là dove arriva non solo quel libro specifico, ma anche tutti gli altri. Sono luoghi che non si trovano nella realtà, ma in qualche modo anche sì, e credo abbiano a che fare col discorso che Nori fa sull’arte, che «è più vera di quello che è vero, la realtà».

«Mi accorgo di non sapere dire quasi niente, questo libro non è ancora uscito e, devo dire, mi fa paura», mi ha risposto Paolo Nori quando gli ho chiesto cosa significano per lui tre parole scelte da me, leggendo il suo libro, e di cui la prima è Errore.
«C’è un libro» ha proseguito «molto bello di Sklovskij sull’errore, “L’energia dell’errore”, dove Sklovskij parla di Tolstoj e degli errori che hanno generato “Anna Karenina” e “Guerra e pace”. Di Sklovskij è anche l’idea dell’arte che fa sì che la pietra sia pietra, che a me sembra che sia così vero».

Pensando al fatto che i libri di Paolo Nori tornano sempre sugli stessi luoghi, mi è venuto in mente un proverbio bresciano che dice: «Se pòrtòm le nostre crus èn piassa, ognü ‘l töl sö la sò». Cioè: «Se portiamo le nostre croci in piazza, ognuno riprende la sua». Ovvero, non si può fare a meno della propria croce, e starci sempre insieme non significa essere condannati a una ripetizione sterile, ma rendere onore a ciò che si è, e avverare il miracolo di una ripetizione che crea, che ci colloca in un luogo o in una situazione che c’è anche se non esiste, o per meglio dire non è visibile a tutti.

Un esempio, ed è una cosa che c’è dentro «Siamo buoni se siamo buoni», è l’amore. Un sentimento ripetuto. L’attesa dell’esperienza di rivedere, dopo «due lunghi mesi», una persona che si ama, e cioè, nel romanzo, per Ermanno Baistrocchi, Emma. Come l’ha scritta Nori, quest’attesa, sembra la cosa più innovativa che ci sia.

Prima scrivevo dell’anestesia. Anestesia è la seconda parola della quale ho chiesto il significato a Paolo Nori.

«Anestesia è una parola che usa Perec, quando dice che dormiamo la nostra vita di un sonno senza senza sogni, io mi ci ritrovo perfettamente.»

Nel libro c’è scritto… «c’è scritto, e a me era venuto in mente uno scrittore francese che si chiama Perec che una volta ha scritto una cosa dove diceva che bisogna interrogare l’abituale, che è una cosa difficile perché ci siamo abituati e non l’interroghiamo, e lui non ci interroga, e ci sembra che non comporti problemi […]. Non è più neanche un condizionamento, scriveva Perec, è l’anestesia».

La terza e ultima parola è Stupore, e con la risposta di Paolo Nori chiudo questo pezzo che, mi accorgo, non è una recensione né un’intervista. Forse pure non dice quasi niente di «Siamo buoni se siamo buoni»; ma forse, pure, è meglio così: se vi leggete il libro, vi rimane più sorpresa. E se il mio consiglio interessasse mai a qualcuno, eccolo: leggete «Siamo buoni se siamo buoni», è un libro bellissimo.

«Lo stupore, che io collego alla pratica della scrittura (scrivere per me è come farsi crescere una piccola macchina della stupore dentro la pancia) è il sentimento, se così si può dire, che mi sveglia, che mi costringe a guardare, che mi mette di fronte all’evidenza del fatto che io non so niente e che sono un coglione, e son momenti molto belli».

Andrea Cirolla è nato a Bergamo nel 1983. Vive a Milano, dove si è laureato in filosofia. Lavora nell’editoria e scrive. Suoi articoli e interviste sono usciti su giornali e riviste, tra cui Corriere della Sera, la Lettura, pagina99 e Nuovi Argomenti.
Commenti
2 Commenti a “L’errore, l’anestesia, lo stupore. Tre domande a Paolo Nori”
  1. Dinamo scrive:

    Forse è una questione di accrescitivo e dimunuitivo. Perché non ci piove: se hai successo e non ti fai prendere per culo o non ti ci prendi da solo sei un coglione, già i romani quelli importanti dell’antichità in questo senso la pensavano così. Non si tosce. Ed anzi, è un accrescitivo. Perché tanto se per il mondo sei una persona intelligente che scrivi i libri belli, e hai successo, e dici di essere coglione, il mondo ti accresce, ti prende per una persona umile e ancora più intelligente perché l’umiltà è un valore dell’intelligenza. Giustamente. Dà il senso della nostra piccolità. Però bisogna fare i conti pure col mondo e gli altri modi di pensare, allora succede che anche se tu sei in buona fede come Nori, non ci crede nessuno che sei coglione. Il vero scatto di qualità, allora, è forse se decidi di farti prendere per culo e ti prendi per culo se non c’hai successo, o c’hai l’insuccesso o il non-successo proprio… perché là il mondo, ché è sempre quello di prima, non crede più che l’umiltà è una porticina dell’intelligenza, ma ci crede davvero che sei coglione e disgraziato. Ovviamente non bisogna esagerare manco in quel verso, però, ché pure l’insuccesso, come prescriveva Flaiano, dà alla testa pure quello. E allora là se ti fai dare alla testa dall’insuccesso o dal non-successo proprio e poi non ti fai prendere per culo o non ti ci prendi da solo, sei un coglione lo stesso. Non ci piove… Quindi ciò che dico io è che a fare coi coglioni bisogna fare attenzione.

    Sul fatto di essere morti da vivi, però, non sono tanto d’accordo. Perché Nori avrà pure vissuto questa esperienza pirandelliana quando s’incidentò qualche tempo fa che ci lasciò tutti un po’ amareggiati e in sospeso per la preoccupazione, ma dopo quella, diciamoci la verità, è stato vivissimo, il più vivo da vivo degli scrittori vivi, tanto che va pubblicando praticamente un libro al mese (e delle volte anche due tre, tra traduzioni, discorsi, romanzi, corsi ecc). Come morto, insomma, la sensazione è che non sta tanto bene.

  2. jacopo scrive:

    Non sarà una recensione, non sarà un’intervista, ma a me è piaciuta.

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