esercizio

Un estratto da “L’esercizio” di Claudia Petrucci

Pubblichiamo, ringraziando autrice ed editore, un estratto dal romanzo “L’esercizio” di Claudia Petrucci, uscito oggi per la Nave di Teseo.

Capitolo Dieci
L’esercizio

Guardo Giorgia e penso abbia il dono della bellezza fuori posto, che la metti in ordine da una parte e si disfa dall’altra – i capelli, la postura, il vestito, tutto si sbilancia in una corrente continua.
Siamo al bar, la giornata sta per concludersi, e lei è seduta nel suo posto preferito, l’ultimo tavolino a metà tra platea, palco e quinte. Mi guarda appiattirmi, lucidare le superfici. Quante volte ho visitato questo ricordo, nel mio esercizio? Ripeto le transizioni, il ricalco differisce nel colore dello straccio, nella luce – la prima volta era giorno, ora è tardo pomeriggio; la gradazione è cambiata, e io la vorrei ancora fredda com’era nel suo originale. Mi accontento di osservare Giorgia, quando è distratta, e in lei la realtà si riappropria dei contorni familiari, tutto torna al giusto posto.
C’è in lei l’esitazione, la paura. Ho visto la terza stesura diffondersi nel suo corpo, rimpicciolirle i movimenti; ogni giorno più a fondo, la caratterizzazione di Mauro uno schema preciso, coerente all’autografo, e i passi di Giorgia sempre più stretti e lenti, i suoi vestiti più lunghi, la sua voce di un tono minore – Giorgia che riprendeva la forma riconoscibile.
“Andiamo?” dico, quando ho finito.
Lei annuisce, il suo sorriso è cauto, non scopre i denti. Fuori dal bar, la saracinesca fa resistenza, siamo al caldo tiepido di giugno.
“Pensavo di accompagnarti al colloquio, domani” propongo, mentre ci incamminiamo verso la fermata dell’autobus.
“Ma è qui vicino” fa Giorgia, raccogliendo la braccia al petto.
“Non c’è bisogno.”
“Sei agitata?” “No” dice lei.
“Voglio solo trovare un posto. I colloqui sono snervanti.”
La stringo a me, e lei sfrega il viso contro la mia spalla. Ci intrufoliamo inosservati nel gruppo di passeggeri in attesa della prossima corsa.
Ho scoperto un nuovo senso di colpa: è dolce, innocuo; è conoscere il lato lungo il quale Giorgia inclinerà la testa, la prescienza di cui godo nella nostra dimensione. Penso a lei mentre leggeva, con la gonna corta, senza alzare gli occhi dal copione. Mauro è riuscito a convincerla fingendo di proporle il ruolo da protagonista per un nuovo spettacolo. Mentirle non ci ha disturbato, l’abbiamo fatto per il suo bene, e lei si è prestata senza obiezioni, ha ceduto il passo alla sua autentica identità. Mi piace pensare che, nel limite estremo di se stessa, lei fosse cosciente, che sapesse di dover tornare.
Che cos’è la realtà?, vorrei chiederle. Le tre scelte che abbiamo di fronte all’autobus in avvicinamento: salire, aspettare, andarcene. La realtà è ciò che conosciamo.
“Potrei riprovare anche lì” dice Giorgia, durante il tragitto, quando sulla curva si affaccia il fianco del supermercato.
La luce dell’insegna è brutta, bianca, metà del suo profilo diventa una maschera.
“Potresti” dico, le accarezzo la testa.
Tutto torna al suo posto, sì, tutto torna.

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