Giorgio Vallortigara

L’esperienza della bellezza negli animali (per capire l’uomo)

di Sofia Giambra

 Dal 28 al 30 agosto torna in Valle D’Itria il Festival dei Sensi, l’undicesima edizione dell’evento diffuso ideato da Milly Semeraro che quest’anno sarà dedicato alle emozioni. Tra gli ospiti, personaggi noti della cultura (Adriano Favole, Derrick De Kerckhove), dell’architettura (Mario Cucinella) e del teatro (Isa Danieli, Elio De Capitani, Cristina Crippa), ma anche scienziati. Tra questi, Giorgio Vallortigara, neuroscienziato che al festival parlerà dei meccanismi estetici nel mondo animale. L’appuntamento con Vallortigara, dal titolo “Sprazzi di bellezza. Esperienza estetica e illusione nel mondo animale”, sarà domenica 30 agosto alle 18, alla Masseria Pavone di Martina Franca.

Professor Vallortigara, vedo che parlerà dell’esperienza estetica e della bellezza nel mondo animale. Innanzitutto, esiste un’esperienza della bellezza negli animali?

Non abbiamo modo di penetrare l’esperienza soggettiva delle altre specie; e, per la verità, neppure quella degli individui della nostra specie ci è accessibile direttamente, dobbiamo perciò basarci su quello che le persone ci dicono o fanno, cioè sul loro comportamento. Anche nel caso dell’esperienza estetica dobbiamo interrogare gli animali osservandone i comportamenti.

Può farci qualche esempio?

La scelta del partner sessuale si manifesta in molte specie con complicati rituali, esibizioni e ornamenti spesso esagerati. Pensi ai palchi di corna dell’alce o alla coda del pavone e dell’uccello del Paradiso. L’esistenza degli ornamenti costituiva un vero cruccio per Darwin, che per renderne conto pensò a un secondo meccanismo, accanto a quello della selezione naturale, la selezione sessuale.

Perché gli ornamenti sarebbero un problema? E in che cosa consisterebbe la selezione sessuale?

Perché l’animale che li porta – e in genere sono i maschi a farlo – si assume un grande rischio: sarà vistoso per i predatori e spesso impedito nei movimenti. Ovviamente ha le sue buone ragioni per farlo, cioè attirare le femmine. Ma il problema è come sia possibile che si siano evoluti tratti così esagerati quando, in apparenza, i costi superano i vantaggi.

E qual è la risposta?

La risposta è che gli ornamenti sono stati, letteralmente, foggiati dalle femmine. Immagini che in origine avere delle corna più lunghe sia un tratto che segnala in maniera onesta alle femmine la bontà genetica di un maschio (magari un maschio con le corna più lunghe vince più combattimenti o, semplicemente, la lunghezza delle corna indica uno stato di buona salute). Sia come sia, quando le femmine iniziano a scegliere maschi con le corna lunghe si mette in opera un meccanismo che favorisce la selezione di maschi con le corna sempre più lunghe. Ma perché una femmina dovrebbe favorire un maschio con le corna lunghe anche quando queste sono ormai un impiccio? Perché, per dirla semplicemente, le corna lunghe sono «sexy» anche per le altre femmine. Scegliendo un maschio con le corna lunghe, infatti, una femmina avrà dei figli maschi che saranno sessualmente attraenti per le altre femmine, perché avranno ereditato dal padre delle lunghe corna, e in questo modo si garantirà di avere molti nipoti. Tutto ciò, s’intende, se la lunghezza delle corna dipende, almeno in parte da meccanismi genetici, cioè ereditabili.

E per quanto riguarda la conoscenza, c’è un legame fra questa e la seduzione?

Qualche studioso ha ipotizzato che le manifestazioni più sofisticate della creazione intellettuale – l’arte, la letteratura, la musica – si siano sviluppate nella nostra specie come risultato della selezione sessuale piuttosto che della selezione naturale. Che siano, insomma, gli equivalenti neurologici della coda del pavone. Non è un’idea così peregrina: così come negli uccelli canori il corteggiamento è stato ritualizzato in un’agguerrita competizione canora, nell’uomo il corteggiamento viene ritualizzato mediante la comunicazione simbolica verbale. Trovo affascinante l’ipotesi che il cervello della nostra specie, che pure ha senz’altro rappresentato un ottimo strumento per la sopravvivenza dei nostri antenati, si sarebbe particolarmente sviluppato ai fini del corteggiamento!

Da studioso del cervello degli animali, che cosa ci insegnano sul nostro cervello?

Le rispondo con una famosa battuta di Douglas Coupland che recita così. Domanda: Che animale vorresti essere se tu fossi un animale? Risposta: Tu sei già un animale!
II fatto è che noi siamo una specie animale tra le altre (e che tutte gli animali sono speciali, ciascuno a suo modo). La maggior parte delle persone ignora che quasi tutta la ricerca biomedica sul cervello è condotta su modelli animali. E che la scelta di un modello non dipende da quanto quell’animale sia prossimo filogeneticamente alla nostra specie, bensì dal tipo di problema che si vuole studiare. Io, per esempio, in laboratorio impiego i pulcini perché sono interessato al problema dell’origine della conoscenza, e questi animali che appartengono alle specie cosiddette «a prole precoce» possono essere studiati subito dopo la schiusa perché sono già sviluppati dal punto di vista sensoriale e motorio: sono come dei piccoli adulti con il vantaggio però che possiamo controllare con precisione le loro esperienze precedenti, sia nell’uovo che subito dopo la schiusa. In laboratorio impieghiamo anche i pesci zebra, per ragioni però molto diverse: sono eccellenti modelli per indagare le basi genetiche della cognizione ed è facile l’editing genetico. Alla fin fine, i neuroni son sempre gli stessi in tutti questi animali (uomo compreso), variano solo i dettagli dei circuiti che li collegano tra loro.

Ci sono dei casi in cui gli altri animali sono più intelligenti degli animali umani? O più in generale, c’è qualcosa che l’uomo può invidiare agli animali delle altre specie?

L’intelligenza non è una capacità unitaria, ma un insieme di abilità distinte. I piccioni, ad esempio, sono più veloci e più precisi degli studenti universitari nei compiti di rotazione mentale. Ma potremmo anche invidiare l’esperienza dell’ultravioletto di un’ape, o la capacità di sentire un oggetto con l’ecolocazione di un delfino o di un pipistrello. Il fatto però è che nonostante possiamo descrivere questi fenomeni dal nostro punto di vista, non abbiamo modo di sentire direttamente, in prima persona, cosa si prova a sentire un oggetto con il sonar o a vedere i colori di un fiore all’ultravioletto. E forse non dovremmo neppure disperarci troppo per questo, ma concentrarci sulle nostre abilità, quelle su cui siamo imbattibili. Una su tutte, l’uso condiviso dei simboli e la trasmissione culturale delle informazioni.

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