RoseDeFreycinet

L’esplorazione è un pranzo di gala: una dama femminista intorno al globo

RoseDeFreycinet

L’attivissimo editore nautico veronese “il Frangente”, tra un portolano cartografico e l’altro, in un catalogo che si rivolge prioritariamente agli appassionati di navigazione da diporto, continua a conservare una collana di narrativa, per fortuna: può capitare, così, d’imbattersi in un libro che è uno spasso e che può essere letto anche da chi non sia un esperto di materie nautiche, e il volume in questione è Rose de Freycinet. Una viaggiatrice clandestina a bordo dell’Uranie negli anni 1817-20, tradotto e curato con estrema perizia da Federico Motta, il quale correda il testo originale di centinaia di note e di altrettante pagine di approfondimenti.

Il testo originale, già, perché la gran parte del libro è composta dai manoscritti delle lettere alla madre e del diario di una viaggiatrice un po’ particolare, Rose Marie Pinon de Freycinet, la quale, giusto due secoli fa, nel giorno diciassettesimo del settembre dell’anno 1817, s’imbarcava sulla corvetta militare Uranie… Anzi, no, i presenti videro salire a bordo un buffo marinaretto che sembrava saperla lunga, impettito e coraggioso, e che, tuttavia, non poteva immaginare a cosa stesse andando incontro: travestita da uomo, Rose si avviava a partecipare a un viaggio intorno al globo che sarebbe durato più di tre anni, al seguito del marito, il comandante Louis Claude de Saulces de Freycinet, sfidando le più salde e maschiliste convenzioni sociali dell’epoca.

Quella non era più l’epoca delle esplorazioni vere e proprie, benché potesse capitare di avvistare e dover nominare un isolotto ancora anonimo: la missione dell’Uranie, infatti, cioè della prima spedizione scientifica della Restaurazione, consisteva nel raccogliere dati, nel prendere nota della possibile esistenza di animali e piante ancora sconosciuti, così come dei costumi delle varie popolazioni di “selvaggi” con le quali si fosse venuti in contatto, nel perfezionare le conoscenze cartografiche, meteorologiche, idrografiche e relative al magnetismo terrestre e, soprattutto, nel procedere alla verifica della forma del nostro pianeta, da condurre seguendo il tracciato equatoriale.

Rose, però, dama della buona società francese, non è da meno degli scienziati che la circondano, dispone di sensi altrettanto sviluppati dei loro e li mette alla prova nell’osservazione del globo e delle sue genti: è con civetteria tutta femminile, spontaneità, punti esclamativi, lingua e penna lunghe, ma beneducate, che giudica le usanze indigene e più lontane da quelle francesi come se tutto il mondo fosse Parigi, attenta alla toeletta altrui, dopo avere messo a punto la propria, e ricercando fin negli angoli più sperduti la presenza dell’esprit.

Che cos’è l’esprit? Il traduttore avverte che, nella nostra lingua, si continuerà a cercare senza successo un termine che di quello contenga ogni sfumatura, perché né “spirito”, né “intelletto”, né “carattere”, esprimeranno con esattezza ciò che Rose intendeva: si può averlo oppure no, l’esprit, ed è facile accorgersene, è facile che se ne accorga una come Rose, la quale ne ha in abbondanza. “Un’attitudine all’intelligenza”: è da accogliere il suggerimento di Motta come il più adeguato, benché esso sia difficilmente spendibile sul piano testuale.

Rose sembra temere più la noia dei cannibali, che pure costituiranno una minaccia non da poco: contingente, tuttavia, mentre il sentimento della noia è in agguato a qualsiasi latitudine, a Parigi come sulle coste del Brasile, a Città del Capo come a Capo Horn, nelle isole di Timor e di Guam, nelle Malvine tanto quanto in Australia… Tutto sta nell’allontanarsi dalle persone prive di esprit ed è ciò che fa Rose, senza sensi di colpa e preferendo chiamare “amico” (o, al massimo, “caro amico”!) il proprio marito e comandante o liquidandolo così, in occasione dell’incontro col proprio cognato: “Questo giovanotto assomiglia a Louis, ha la stessa aria gentile e affettuosa, ma è meglio perché è più giovane, ha meno sofferto e non è assolutamente segnato dal vaiolo”.

Detto un po’ per scherzo, un po’ per amor di verità, ma più che altro per irresistibile tendenza dell’esprit, e senza sminuire l’affetto che la legava a Louis, compagno d’avventura e di sofferenze in un’impresa del genere, che causerà nell’equipaggio decine di morti e la comparsa di malattie di lunga durata: servono sangue freddo e tenacia della speranza, ma non bastano, perché saranno inevitabili, comunque, i pianti giorno e notte, i tormenti e quei “mali di testa violenti” che affliggono una ragazza che, al momento della partenza, non aveva ancora compiuto ventitré anni e che si troverà a dover affrontare anche l’arenamento e l’abbandono della corvetta e la sua sostituzione con la Physicienne, proprio quando Uranie stava cominciando a significare “casa”.

Esprit: attitudine all’intelligenza, ma anche abitudine alla stessa, alla temperie illuminista, al dubbio che vivifica e rende umani gli strani esseri che succede d’incontrare. La scoperta che spetta a noi, da posteri, è che è proprio il vezzo di comparare il vestiario, le maniere di comportarsi e di dare ricevimenti, sono proprio quei tic e quel gusto insopprimibile per l’effimero di Rose a spingerla a compiere il passo che è invece impedito ai suoi compagni di viaggio, cioè il ribaltamento e lo scambio dei punti di vista, che invalida e pregiudica ogni atteggiamento del razzismo ottocentesco: “E se i selvaggi fossimo noi?” L’intelligenza relativistica, insomma, potrebbe essere nient’altro che una funzione dell’amore di sé stessi e, se così fosse, le grandiose e moderne ideologie europee del risentimento e dell’odio di sé non ne avrebbero prodotta poi molta, da due secoli a questa parte: quelle stesse che, magari, della tolleranza e della fratellanza continuano a fare vessilli di propaganda.

Sono nato sul crinale che, per fortuna, divide la Valdichiana dalla Val d’Orcia: così, lo scontro di civiltà non degenera in rissa quotidiana. Dottore di ricerca in Filosofia, ma non importa, non ci capivamo: Orwell mi sembrava un filosofo, Heidegger un sofista (per non dire peggio), e nessuno era d’accordo con me. Insomma, ero stufo e mi sono messo a rileggere i libri che mi piacevano da piccino. Sono stato educato alla scuola critica di Carlo Monni: “La poesia è un brivido, tutto il resto è letteratura”. Proprio del resto, però, tocca occuparsi. Secondo me, avrei fatto meglio, in generale, a mettere su una band shoegaze, ma non sapevo né suonare né cantare, e sarei stato perfetto.
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