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L’essenza torbida e impudica della vita (ovvero per quale motivo Philip Roth non ha ancora vinto il Nobel)

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Ci troviamo nel quarto capitolo di Pastorale Americana. Merry Levov, la figlia dello Svedese, è latitante già da un po’. È accusata di aver fatto saltare in aria il minuscolo ufficio postale di Old Rimrock, e di aver ucciso un uomo nell’esplosione. Quando già i suoi genitori stannoperdendo la speranza di rintracciarla, Rita Cohen, una ragazza che sostiene di essere in contatto con Merry, comincia a tormentare lo Svedese con una serie di richieste da parte della figlia.

Prima si fa portare dei semplici oggetti: l’album con i ritagli di Audrey Hepburn, le scarpette da ballerina, il diario tartaglione (Merry soffre di unagrave forma di balbuzie). Infine gli chiede dei soldi: cinquemila dollari in contanti, in banconote di piccolo taglio non segnate. Ma quando lo Svedese si presenta all’appuntamento con una borsa piena di denaro, ecco che Rita Cohen, una ragazza tanto minuta e fisicamente insignificante quanto smodatamente infarcita di ideologia, viene fuori con una richiesta del tutto inaspettata: balbettando alla maniera di Merry, Rita chiede all’uomo più onesto del mondo, a quell’individuo dotato di una moralità ipertrofica, spropositata, a quel padre non soltanto affettuoso ma anche rispettoso e attento ai bisogni più irragionevoli di una figlia difficile; ebbene, a quest’uomo così moralmente integerrimo Rita Cohen chiede di avere un rapporto sessuale con lei in quella medesima camera d’albergo: «Perché non sco-p-p-p-iamo, p-p-p-papà?» Di fronte alla resistenza dell’uomo, la ragazza si adagia sul letto e spalanca le gambe, mostrando a un attonito Svedese di essersi presentata all’appuntamento senza indossare le mutandine; poi si infila una mano dentro, e chiede all’uomo di annusare quello che sostiene essere l’odore stesso della vita. Lo svedese a quel punto, che si era imposto di non avvicinarsi alla ragazza e di non guardare, se la dà letteralmente a gambe, e quando, dopo aver chiamato l’FBI, ritorna sul posto, non trova più traccia né di Rita né tantomeno dei soldi.

Il narratore non fornisce una spiegazione ragionevole di questo episodio. Per quale motivo Merry può aver chiesto alla sua amica Rita di estorcere a suo padre un rapporto sessuale? Perché Rita lo chiede con tanta insistenza, in un modo che avrebbe fatto capitolare qualunque altro uomo ma non lo Svedese? Perché, mentre glielo chiede, imita la balbuzie di Merry, colorendo la situazione di un carattere assai spiacevolmente incestuoso? Scopare Rita Cohen, o anche solamente annusare l’odore della sua fica, significherebbe per lo Svedese discendere dalle altezze rarefatte della sua idea del mondo e percepire finalmente il sentore sporco dell’esistenza, tuffarsi nell’impurità della vita e assaporarne l’essenza torbida e impudica.

Solo immergendosi nel nonsenso di questa situazione, lo Svedese potrebbe – se non comprendere – almeno intuire le motivazioni che hanno determinato le azioni tragiche della figlia. Ma lo Svedese è un personaggio drammaticamente intrappolato nell’idea che ha del mondo,vuole comprendere le cose piuttosto che sperimentarle. Anziché accettare quella richiesta allettante e strampalata, lo Svedese rimane impietrito a chiedersi le motivazioni di Rita. Ci ricorda un po’ Bucky Cantor, il protagonista di Nemesi, che tenta a tutti i costi di capire il perché i bambini si ammalino, muoiano o rimangano invalidi a causa della poliomielite; o forse Mark Messner, in Indignazione, che mentre Olivia Hutton gli fa un pompino al primo appuntamento, anziché goderselo, come avrebbe fatto chiunque altro, si chiede il perché Olivia stia facendo quello che fa, rischiando in tal modo di perdere anche l’interesse della ragazza.

Tra i numerosi protagonisti di Philip Roth impantanati nella ricerca delle cause, il più straziante è forse proprio lo Svedese: un uomo probo, che rinuncia a una carriera nello sport professionistico per continuare l’attività avviata con successo da suo padre; che all’inizio della sua carriera accetta di fare per sei mesi l’operaio nella fabbrica di famiglia,per imparare fin dai fondamenti l’arte di fabbricare guanti da donna; che si sforza di comprendere il carattere difficile di suo padre e quello ribelle di sua figlia, premurandosi di mantenere con lei in ogni momento un dialogo aperto e pacato, anche quando la ragazza assume un atteggiamento mortalmente intransigente. Su quest’uomo, che non è stato «programmato per avere sfortuna», la sorte si accanisce con particolare meticolosità, definendo in un certo senso lo stesso paradigma rothiano della tragedia.

La tragedia per Roth non è data dagli eventi che sconvolgono la vita degli individui, ma dall’atteggiamento di alcuni di loro che non accettano tale sconvolgimento se non ne intendono prima la motivazione. Il problema è che la motivazione,assai spesso, semplicemente non esiste. Chiedersi il perché delle cose talvolta può risultare dannatamente frustrante. L’uomo che si cimenta in questo esercizio si impantana nei gorghi limacciosi dell’ideologia e non si immerge nella piena rigogliosa dell’esistenza, che è sempre abbondante e salvifica, anche quando si manifesta in modo incomprensibile. L’odore della fica di Rita Cohen è l’emblema stesso di questa pienezza e di questa incomprensibilità. Chiedersi che cosa significhi non serve a nulla. È imperscrutabile come l’esistenza, impuro come il pensiero, misterioso come la morte.

E lo scrittore Philip Roth tutto ciò lo sa bene. Per questo farebbe bene a non chiedersi mai il perché non abbia ancora vinto il Nobel per la letteratura. Dopo aver deciso qualche anno fa di smettere di scrivere romanzi, trascorre finalmente un’esistenza felice nella sua dimora isolata nei boschi del Connecticut o nel suo appartamento invernale nell’Upper West Side, libero di oziare e di dedicare tutto il tempo che vuole alle sue letture preferite. È chiaro che nella pienezza di questa sua pace davvero non sarebbe opportuno tentare di sciogliere questo nodo inesplicabile.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
Commenti
6 Commenti a “L’essenza torbida e impudica della vita (ovvero per quale motivo Philip Roth non ha ancora vinto il Nobel)”
  1. paola scrive:

    Mi domando perché rifiutare un rapporto sessuale insensato e da un certo punto di vista francamente perverso, possa considerarsi un rifiuto della “pienezza rigogliosa della vita”, come afferma l’autore della recensione.
    Le persone scelgono, nella vita come nei romanzi e qualche volta dicono di no con le conseguenze ed i conti che nei romanzi ci racconta l’autore, in particolare Roth che è affezionato a questo tipo umano.
    Non credo ci sia niente di “fallimentare” nel protagonista che sceglie sulla scorta del proprio bisogno di comprendere, fallimentare può essere la sua esistenza, ma questo è da attribuirsi alla imperscrutabilità della vita, né potremo mai sapere come sarebbe andata se….

  2. Raul Schenardi scrive:

    Sui motivi per cui Roth non ha ricevuto il premio e che lo hanno spinto a smetter di scrivere, ho letto questo intervento:
    http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.it/2016/10/anche-il-nobel-ci-si-mette-pedinare-il.html

  3. Vulfran scrive:

    Concordo con Paola, non ci trovo niente di inspiegabilmente rinunciatario nel rifiuto dello Svedese
    a fare sesso con una squilibrata che cerca di sedurlo con mosse da lolita incestuosa, con l’aggravante grottesca dell’imitazione della balbuzie della figlia. A me sembra, piuttosto, che lo Svedese ‒ alla ricerca tra le macerie della propria vita felice e contenta della figlia diventata terrorista ‒ si trovi ancora sulla soglia di quell’abisso sfiorato anni prima, durante quel bacio sulla bocca dato in auto alla figlia adolescente. Il tabu dell’incesto (effettivo o allegorico) non mi sembra una caratteristica “apollinea” peculiare dello Svedese, ma un archetipo comune alla civiltà di cui fa parte e che in lui sembra aver trovato il vessillo positivo.
    E poi perché per avere il Nobel uno dovrebbe scoparsi sua figlia?

  4. Magda scrive:

    Perdonatemi, non sono d’accordo con voi: rileggendo più attentamente noterete che l’autore parla di “piena rigogliosa della vita” e non di “pienezza”; usa questa parola solo nel periodo successivo e con un effetto di senso molto diverso rispetto a quello che avrebbe ottenuto se lo avesse utilizzato nella frase citata da Paola, subito prima di un aggettivo come “rigogliosa”. La differenza semantica è notevole, al contrario di quella lessicale che probabilmente vi ha tratto in inganno.
    La piena della vita è il tumulto dell’esistenza che è fatto di eventi multiformi e complessi a cui un uomo retto come lo Svedese non riesce a dare una spiegazione razionale proprio perché la sua rettitudine lo allontana dall’unica via a disposizione degli uomini per poter assimilare e comprendere ciò che appare insensato: l’esperienza. Sporcarsi le mani con la vita per ciò che è nella sua interezza (appunto, pienezza): lo Svedese non riesce a fronteggiare l’odore tragico, incestuoso, torbido della fica della ragazza, rifugge quel gesto e con esso sfugge all’unico mezzo che la storia gli sta dando per avvicinarsi al lato oscuro dell’umanità che la sua indiscussa moralità, impedendogli di esplorare, gli impedisce anche di comprendere.
    L’errore dello Svedese (lo dice Roth e lo dice lo stesso autore dell’articolo) non è nel rifiuto del sesso, semmai nell’accanimento razionale e nella consequenziale frustrazione che ne deriva nel momento in cui questo bisogno di comprensione non viene soddisfatto. Egli, come gli altri personaggi di Roth citati dall’autore, non si piega alla constatazione che alcuni eventi possano accadono semplicemente perché inscritti in una natura umana opposta alla sua, ovvero in una natura umana deviata. La sua figura, per certi aspetti, mi fa pensare ad Amleto, ma chiudo qui il discorso perché troppo lungo e complesso.
    Non so, spero di non sbagliarmi io – lascio sempre un sensato margine di dubbio – ma secondo me avete solo frainteso il senso di questo articolo.

  5. Vulfran scrive:

    Ciao Magda,
    a dire il vero non mi ero concentrato sull’espressione rielaborata da Paola. Rileggendo le due frasi di Alvino, mi pare, comunque, che sia lui stesso a generare una certa ambiguità semantica tra la metafora fluviale della «piena» e l’astrazione concettuale della «pienezza», dal momento che nelle due frasi contigue sembra riferirsi alla «piena» attraverso la «pienezza»: «[…] non si immerge nella piena rigogliosa dell’esistenza, che è sempre abbondante e salvifica, anche quando si manifesta in modo incomprensibile. L’odore della fica di Rita Cohen è l’emblema stesso di questa pienezza e di questa incomprensibilità». Quel «questa pienezza» privo di un preciso referente getta un ponte lessico-semantico verso la «piena rigogliosa dell’esistenza […] sempre abbondante e salvifica», soggetto ideale della frase precedente.
    A trovarmi in disaccordo era stato, in ogni caso, il senso generale dell’argomentazione, che mi è sembrato basato su interpretazioni dell’autore presentate come assiomi. Si prenda il seguente passaggio:« Per quale motivo Merry può aver chiesto alla sua amica Rita di estorcere a suo padre un rapporto sessuale? Perché Rita lo chiede con tanta insistenza, in un modo che avrebbe fatto capitolare qualunque altro uomo ma non lo Svedese?». È quel riferirsi a una situazione che nella narrazione stessa è costruita come situazione problematica (lo Svedese durante la dolorosa ricerca della figlia psicolabile alle prese con un’altra psicolabile che si mette a imitare il modo infantilissimo di parlare della figlia e gli chiede di scoparla) come a una situazione erotica «che avrebbe fatto capitolare qualunque altro uomo» che non mi convince, in quanto non trovo affatto scontato che qualsiasi altro uomo avrebbe voluto fare sesso in quel momento, in quel luogo, a quel modo.
    Senza addentrarmi oltre nell’analisi, penso che la tragedia dello Svedese risieda non tanto nel suo non saper comprendere (in senso etimologico e traslato) la vita per quello che è attraverso l’esperienza, bensì nel suo non riuscire a salvare gli altri, a mettere a posto le cose, azione che, ostinatamente, pensava possibile. In fondo anche la moglie dello Svedese non fa esperienza della piena della vita ma in lei ciò non genera nessun conflitto, nessuna tensione: lasciare che la figlia resti dov’è e com’è non deriva da nessuna immersione nell’esistenza altrui, ma dal semplice rifiuto della differenza, o forse da un’indifferenza affettiva di fondo. Nello Svedese mi sembra che più che un’attenzione razionale verso gli sconvolgimenti della vita alla ricerca delle loro motivazioni ci sia un’irrazionale tensione umanitaria verso gli altri (mi viene in mente il verso della Szymborska: «La mia fede è forte, cieca e senza fondamento»).
    Forse il punto di divergenza nelle nostre letture risieda nella differente chiave di lettura che diamo a certi episodi. A me pare che Roth in questo romanzo le cose che non vanno le presenti ‒ senza moralismi e senza ditini alzati ‒ come tali, non come piena rigogliosa dell’esistenza.

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