ognicosa

L’estasi dell’influenza

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(Immagine: una scena del film Ogni cosa è illuminata di Liev Schreiber.)

di Francesco Guglieri

Questa settimana ho percorso quarantaquattro chilometri a piedi per la bellezza di 61.470 passi.

A volte mi chiedo se è lo spirito del tempo a dare forma alle nostre ossessioni o se, al contrario, sono le nostre ossessioni (da cui i desideri, da cui i bisogni, da cui le merci) a definire lo spirito del tempo. Me lo chiedevo piuttosto oziosamente quando la settimana scorsa ho iniziato a usare un programmino: un’app per l’iPhone che tiene traccia dei miei tragitti, del tempo e dello spazio percorso, con tanto di conteggio dei passi. Non mi considero una persona particolarmente ossessivo-compulsiva, al contrario, ma ammetto che ho sempre subìto il fascino degli elenchi, delle liste, degli archivi personali: le città visitate, i ristoranti in cui ho mangiato, i film visti e, soprattutto, i libri letti. Di fatto poi, proprio perché non sono un autentico ossessivo compulsivo, quando iniziavo a tenere questi diari in forma di elenco di solito smettevo di farlo dopo pochi giorni o un paio di titoli segnati. Il mal d’archivio, come sa bene Derrida, è una patologia della memoria, e cioè dell’identità: come se, facendo un elenco dei libri letti, ad esempio, potesse emergere un autoritratto fedele di me, qualcuno, un avatar, un doppio, che potesse dirmi chi sono, dal momento che io no, non lo so chi sono. Un qualcosa che ricordasse al posto mio ciò che ero stato, anche se solo attraverso la memoria di ciò che per definizione non sono io: oggetti, cose, scritture.

Mi ha fatto piacere trovare uno spirito affine in questa sorta di nostalgia dell’io in Jonathan Lethem mentre leggevo il suo ultimo libro uscito in Italia, L’estasi dell’influenza. Osservando la copertina si potrebbe pensare che questa raccolta della sua non-fiction abbia anche un sottotitolo, ma “Una specie di autobiografia” è quello che gli americani chiamano blurb, una breve frase tratta da una qualche recensione (in questo caso del National Post) e messa lì dall’editore per scopi promozionali. Eppure “Una specie di autobiografia” è veramente la descrizione più sincera ed efficace per questa corposa raccolta di testi diseguali nella forma e negli esiti, principalmente saggi, interventi critici, recensioni, pezzi di costume, articoli sull’arte, il fumetto, il cinema dei supereroi e tutto ciò che arreda la wunderkammer dell’immaginario dell’autore della Fortezza della solitudine. E funziona, “Una specie di autobiografia”, non solo perché “la critica è l’unica forma civile di autobiografia” come diceva Oscar Wilde (e con lui Harold Bloom), o quanto meno l’unica che mi interessi leggere, ma anche perché il tema che lega i diversi testi  è proprio quello di come si diventa se stessi. O, per usare le parole di Lethem, la “crescita di una sensibilità attraverso l’alfabetizzazione fondata sulla cultura visuale, sulla cultura comunitaria e commerciale, sulla cultura dello scrivere di musica e della letteratura per bambini, dei graffiti e della mitologia di strada”.

Il punto è questo: se lo scrittore è lo specialista della sensibilità – se, nella divisione del lavoro, lo scrittore è colui che è demandato alla produzione di un certo tipo di esperienza estetica – cosa e chi plasma la sua sensibilità nel tempo della cultura pop? Come andavano le cose prima è faccenda su cui la critica letteraria ha riflettuto a lungo: anzi, si potrebbe dire che, solo per rimanere al secolo scorso, da Tradizione e talento individuale di Eliot, alla Mossa del cavallo di Sklovskij, fino all’Angoscia dell’influenza di Bloom sia proprio questo il problema attorno cui lavora la critica. Ma se per il passato le cose sono, se non chiarite, di certo instradate in una solida abitudine interpretativa (declinata di volta in volta in chiave più o meno storicista, psicanalitica, strutturalista e così via) per quel fronte dell’onda che chiamiamo presente la faccenda si fa più confusa.

Lethem organizza il suo discorso come una sorta di risposta a Bloom: la strategia retorica è evidente fin dal titolo (anzi, così manifesta e ribadita da destare, lo vedremo, qualche fondato sospetto che non sia questa la risposta più sincera): no caro Bloom, l’influenza non è qualcosa che genera angoscia, la grandezza dei maestri non desta alcuna ansia da prestazione, non si tratta di uccidere padri per riabilitare i nonni. Basta con l’armamentario modernista: “make it new”? ma neanche per sogno. L’influenza, al contrario, è qualcosa che manda in estasi, una febbre, non una condanna ma una benedizione, uno stato di orgasmico nirvana in cui lo scrittore è costantemente immerso. Anche perché non c’è più alcuna tradizione – cioè un potere mediato dalle istituzioni che hanno forgiato il campo fino a ieri (scuola, università, critica, correnti, riviste e compagnia danzante) – ma il sempre contemporaneo repertorio del passato, a libero servizio come il buffet di un ristorante cinese. E come degli euforici dee-jay (o come quei clienti che si avventano sui buffet quasi non mangiassero da una settimana) non dobbiamo fare altro che passare da un archivio all’altro, da uno stimolo all’altro, ricombinare, “detournare”, mutarli e rimetterli in circolo.

La differenza con anche pochi anni fa è che questa immediata disponibilità non è più una metafora con cui descrivere il tramonto delle grandi narrazioni, dei paradigmi assiologici, dell’ancien regime del gusto, ma è un dato di fatto tecnologico: oggi io ho veramente a disposizione tutto il repertorio della musica mondiale (abbonamento a Spotify premium: 4,50 euro al mese), del cinema di ogni latitudine (Netflix: 8 dollari al mese), della letteratura di tutti i tempi (ho appena comprato su Amazon l’intera Recherche in ebook a 4 euro e 99 centesimi). Il sogno di ogni bulimico.

L’estasi dell’influenza di cui canta Lethem, allora, non è forse quello stato di eccitazione nervosa e coatta in cui siamo già immersi tutti, scrittori e no? In fondo l’obbligo di plasmare una propria sensibilità, di maturare un gusto così da poter poi creare dei “contenuti” dal maggiore o minore valore estetico è esattamente quello che ci viene chiesto come consumatori per sopravvivere. Il consumatore perfetto oggi non è quello che acquista una merce (en passant: è per questo che la pirateria non è un vero problema per il mercato, ma al contrario lo favorisce), e nemmeno quello che resta incantato nel suo feticismo: il consumatore perfetto è quello che ne diventa esperto, che conosce l’oggetto della sua ossessione, sia esso un romanzo, un mondo immaginario, una saga cinematografica, un supereroe dei fumetti, un videogioco, e lo possiede in ogni suo aspetto, che se ne appropria, che ne diventa in qualche modo autore (come uno scrittore); che ci riflette, che ne interroga il senso, che lo mette in relazione alla sequenza di prodotti simili (come un critico). Il consumatore perfetto, insomma, è il fan.

Non è un caso che Lethem presenti se stesso soprattutto come un fan, un tifoso, un nerd: un appassionato di fantascienza e di fumetti (ah, mon frère, mon semblable!), uno che ha reagito alla propria adolescenza di ragazzino sfigato ed emarginato specializzandosi in qualche oscuro sapere che solo lui e quelli come lui possiedono, tipo la fantascienza degli anni Sessanta o la perfetta padronanza dell’universo di Superman da Crisi sulle terre infinite (1985) a Final Crisis (2008).

Allora il libro di Lethem, sotto la sua patina di euforia d’obbligo, mi trasmette un sottile disagio, un disagio che, adesso è chiaro, non fatico a riconoscere come mio: non l’ansia dell’influenza ma l’ansia dell’ininfluenza. L’angoscia dell’obsolescenza: quella di essere superati, inutili, il terrore dell’indistinzione (di essere, ancora e sempre, quei ragazzini sfigati di un tempo, non quegli eroici e bolañiani perros románticos che ci raccontiamo). L’estasi dell’influenza è un’indagine, cursorale e idiosincratica, sui processi di legittimazione e di autolegittimazione, un romanzo di formazione su come si diventa ciò che siamo.

Legittimare, però, significa mettere a valore: e se tutto può essere messo a valore, se si può sempre trasformare la merda in oro, è vero anche l’opposto, che tutto può perdere valore di colpo, e l’oro trasformarsi in escremento. “Una vita spesa ad amare la poesia in un mondo decaduto è forse solo una barzelletta patetica?” si chiede Lethem in un articolo proprio su Bolaño. È questa l’angoscia con cui Lethem fa i conti: la fine di uno spazio autonomo, distinto (e come tale socialmente riconosciuto), in cui la letteratura trafficava con qualcosa che non poteva essere scambiato, qualcosa che era fuori dal circuito dello scambio: l’assoluto.

Cosa sia questo assoluto, in fondo, è presto detto: è ciò che mi fa capire quanti dei miei  61.470 passi sono stati dei “passi falsi”. Questo non me lo dirà mai nessuna app, questo me lo diceva, e continua a farlo, la letteratura.

O almeno spero.

Francesco Guglieri (1976) è editor della narrativa straniera Einaudi. Ha insegnato Letteratura inglese e Letteratura comparata alle Università di Genova e Torino. Scrive o ha scritto per Pagina 99, L’Indice dei libri del mese e Pulp libri.
Commenti
3 Commenti a “L’estasi dell’influenza”
  1. ornella scrive:

    si’, perche’ “a writer should write with his eyes and a painter should paint with his ears”. ottimo pezzo

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  1. […] della mia amica McMusa) e L’estasi dell’influenza, su cui Francesco Guglieri ha scritto uno di quei pezzi che vorrei aver scritto io. E in verità in verità vi dico, che prima della fine dell’anno spero di farcela. Ma questi, […]

  2. […] della mia amica McMusa) e L’estasi dell’influenza, su cui Francesco Guglieri ha scritto uno di quei pezzi che vorrei aver scritto io. E in verità in verità vi dico, che prima della fine dell’anno spero di farcela. Ma questi, […]



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