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“L’estate del ’78”, il romanzo di una vita: intervista a Roberto Alajmo

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di Eugenio Giannetta

(fonte immagine)

Un incontro tra un figlio e una madre. Un saluto, un addio senza saperlo. «Cos’abbia fatto lei, nei tre mesi successivi, ancora oggi non lo so. È oggetto della presente indagine». Una frase da L’estate del ’78 (Sellerio). Come sia nato il libro che racconta questa storia, invece, è oggetto di un’intervista all’autore, Roberto Alajmo, giornalista e scrittore, in occasione dell’ultima edizione del Premio Lattes Grinzane, dov’era tra i cinque finalisti (il premio è andato ad Alessandro Perissinotto, con Il silenzio della collina, uscito per Mondadori, ndr), con questa motivazione della giuria: «Ne l’estate del ’78 di Roberto Alajmo, il commiato della madre assume la forma della gioia irrecuperabile, l’ultimo incontro, in cui l’autore vive senza saperlo l’istantaneità della felicità, prima dell’assenza della madre, che scompare per non pesare della sua malattia sull’estate del figlio, dopo la conquistata maturità. Nell’indagine sulla madre lo scrittore ricostruisce, seguendo tracce fotografiche, il tempo del “privato dolore e del pubblico silenzio” di una donna moderna non convenzionale, che “voleva afferrare il mondo ma il mondo le scappava di mano”.

Il 1978 come anno di cesura familiare con la morte della madre, nella distanza dal figlio imposta dal “pudore di un anelito di affetto”. Il ’78 anche come cesura collettiva, con Roberto Alajmo che obbliga il lettore a ritornare alla tragedia nazionale della strage di via Fani e della morte di Aldo Moro, un lavoro di memoria recuperabile di un’Italia che si separava dalla sua costruita e irreale innocenza».

Alajmo lo fa coraggiosamente (o incoscientemente?), aprendo una porta che spesso gli scrittori lasciano socchiusa, con un piccolo spioncino poco illuminato da cui guardare. Alajmo mostra le foto dell’infanzia, ingiallite, lasciate a lungo in un cassetto, poi sullo sfondo passano gli esami di maturità, crocevia simbolico di un’età adulta che in quel momento si carica sulle spalle un dolore a lungo rimasto privato, per poi un giorno esplodere, con una raccomandazione, un invito, una richiesta imperativa di essere ascoltato. E così abbiamo fatto.

L’estate del ’78 si può definire come il romanzo di una vita?

È sicuramente il romanzo di una vita. Sulla parola romanzo, invece, nel tempo ho avuto qualche perplessità, anche perché in classifica andava una volta in saggistica, una volta in narrativa, ma alla fine credo si possa definire a pieno titolo romanzo. Il materiale con cui è impastato è tutto autentico, ed è il montaggio che fa il romanzo. La parte romanzata consiste proprio nel smontare gli eventi, con il suo andare avanti e indietro nel tempo. È un continuo sconfinare tra ragionamento e narrazione, prendo spunto da foto per la narrazione e viceversa, è un libro la cui complessità spero non si colga così tanto nella lettura.

Nel libro lei fa entrare il lettore in uno spazio molto intimo. È una cosa che accade spesso in letteratura, ma in questo caso non ci sono personaggi a fare da filtro. Ho due domande: com’è stato scriverlo e com’è stato dopo.

Mentre lo scrivevo mi ha aiutato tanto l’incoscienza, perché dentro di me non pensavo che sarebbe veramente mai uscito, credevo che a un certo punto sarebbe subentrato il pudore, e che mi avrebbe fatto dire: “Lo sto scrivendo per me”. Inoltre ero convinto che un editore sincero mi avrebbe dato un rifiuto, gentile ma netto. Invece Antonio Sellerio mi ha incoraggiato da subito, dicendo che era un libro che poteva funzionare e interessare.

Credo che, sempre, nelle cose che scrivi, pensi: “Chi se ne frega?”, ma il dubbio è giusto che ci sia. Scrivendo sentivo una specie di riserva mentale, che mi aiutava a essere spudorato, e poi mano a mano che mi avvicinavo alla fine, si andavano smussando certi angoli, certe aree di riservatezza. E credo che pur essendo un libro spudorato, abbia un suo pudore nella stesura definitiva.

La letteratura permette allo scrittore di poter salire su una sorta di macchina del tempo. Perché scegliendo di raccontare un momento del passato ha scelto proprio quello?

Era inevitabile, per via della ferita emozionale, per la cicatrice che è il movente di ogni scrittore. Dicono che si impari a scrivere per raccontare una storia in particolare, e questa per me rappresentava il motore di tutte le altre. Negli altri libri ci sono andato molto vicino, raccontavo storie di madri, di figli, ma poi evitavo di entrare nel merito, confondevo, creavo confusione, finché un certo file che hai aperto sul desktop del computer si è gonfiato a tal punto che ti chiama e dice: “Sono grande, voglio uscire”. Allora apri quel file e inizi il montaggio, cucendo insieme pensieri raccolti in un arco di tempo vastissimo.

Come ha ricostruito le atmosfere, le sensazioni, i sensi di colpa, i rapporti? Com’è stato ricordare così intensamente, e mettersi in contatto con il passato?

I sensi di colpa li avevo molto bene presenti, e non ho avuto problemi a rievocarli. È come se si fosse cristallizzata nel tempo una certa sciatteria emotiva, una specie di anaffettività strisciante che si prova per i genitori, che passano in un attimo da essere i nostri eroi a essere quelli che ignoriamo. Poi con il tempo si trova una giusta via di mezzo tra i due estremi, si recupera, ma nel mio caso c’è stato un fermo immagine lì, in quell’epoca di sciatteria affettiva, che mi ha portato a un senso di colpa che mi sono trascinato dietro a lungo. Quando è arrivato mio figlio, mi ha ricordato quella sciatteria degli affetti, e forse ho trovato la forza per scrivere questo libro anche proprio per indirizzarlo a lui, e metterlo in guardia da un certo tipo di aridità emotiva.

Che valore ha per lei il ricordo?

È il maggiore rifugio, il deposito, la miniera, il magazzino, il repertorio a cui attingere in continuazione. Il mio grande terrore è perdere memoria e consapevolezza, ovvero provare quel genere di smarrimento di sé che ti può colpire e si può anche prolungare in qualsiasi momento. Forse, quando capita, te ne accorgi un po’ alla volta, e resta a chi hai accanto il dramma, ma prima di perdere te stesso, credo si abbia la percezione di perdere la memoria, e per chi fa questo mestiere credo sia la cosa peggiore che possa capitare. Perdere non solo la memoria, ma anche la capacità di connettere le parole.

Qual è il limite tra storia pubblica e privata?

Il presupposto è che non c’è un limite, o non dovrebbe, poi in realtà si avvicina sempre, come una specie di linea invisibile, che poi è quella che porta alla pubblicazione, e di conseguenza porta a una pettinatura di ogni cosa, altrimenti tutto diventa solo un vomitare la propria esperienza sulla pagina, e di solito, per quanto si possa essere sinceri, non è mai appassionante per chi non è direttamente coinvolto.

Che cos’è per lei la famiglia?

Non ho una particolare propensione alla vita familiare, forse perché la collego a un’infanzia perduta, per cui io sono affezionato a una famiglia ristretta, limitata, ad affetti più selezionati e prescelti: la persona con cui ho scelto di vivere, e mio figlio, il mio legame di sangue; quando si allarga il concetto, il mio interesse verso la famiglia va scemando rapidamente.

Ci sono autori a cui si è ispirato? Mi vengono in mente due nomi: Carrère e Knausgård.

Carrère indubbiamente, per come è capace di cavarsi nelle storie che racconta, senza essere mai molesto; certe volte è quasi presuntuoso nel suo volersi intromettere, ma è talmente bravo che lo accetti, e poi certamente Sciascia. Durante la stesura di questo libro, in particolare, ho letto una serie di testi che riguardavano il rapporto con la madre e con il padre; quello che mi è piaciuto di più è stato Geologia di un padre di Valerio Magrelli (Einaudi), che mi sembra quello che più si avvicina al mio libro, come tonalità complessiva.

Un progetto così personale, è inevitabile tocchi corde intime e profonde. Com’è tornare alla scrittura dopo un libro così? Sta lavorando a qualche nuovo progetto?

È molto complicato, so già che i lettori del prossimo libro diranno: bello ma, L’estate del ’78 era diverso. Ma giustamente, quello è un libro irripetibile, che racconta un’esperienza personale e cocente, che spero di non avere più. Ho sempre scritto cose molte diverse tra loro, e il libro che ho finito da qualche mese infatti è di pura fiction, per evitare anche a me stesso il confronto con l’ingombro di questo. È una storia di migrazione, parla di un ragazzo che parte dal Mali, attraversa il deserto, e poi mi concentro in particolare sull’esperienza di vita a Palermo, come se fosse una sorta di Pinocchio contemporaneo.

Cos’è per lei la letteratura?

È un modo frustrante di mettere ordine al mondo, ma il mondo non ha intenzione di farsi mettere in ordine da nessuno, tantomeno dagli scrittori. Eppure è doveroso provarci. Sai che non serve, che il tuo libro uscirà e attraverserà tutte le fasi: libreria, vetrina, banco, scaffale piatto, scaffale di taglio, magazzino e macero, tutto nel giro di un mese. Tuttavia, anche se lo sai, insisti a scrivere faticosamente, e continui, perché è nella nostra natura complicarci l’esistenza, cercando di mettere ordine, anche se sappiamo che è impossibile farlo.

Commenti
2 Commenti a ““L’estate del ’78”, il romanzo di una vita: intervista a Roberto Alajmo”
  1. Luigi Mazziotta scrive:

    Un memoir splendido e profondo dove il dolore di una madre speciale e la guarigione di un figlio, testimone del mistero materno, coesistono in uno stato di perpetua dipendenza. Roberto Alajmo con le sue istantanee scritte, appunti, attraverso ricordi personali, racconti, dialoghi, descrive, con sguardo retrospettivo, in modo intimo e collettivo allo stesso tempo la solitudine e il travaglio della madre Elena.
    La sua capacità di svolgere questa investigazione è straordinaria per il disincanto, perché non c’è parola che non riesca a impadronirsi del lettore. Nulla in queste pagine è sprecato, ogni frase è perfetta, premessa di quella successiva. Ogni pagina innesca l’emotività, allo stesso tempo mantenendosi asciuttissima.
    Un racconto pieno di punti interrogativi, di domande, di contrapposizioni; ma anche di parole e silenzi cocenti e della capacità straordinaria di amare di una donna sia pur chiusa nel ripiegamento della depressione.
    L’autore scrive su cosa significa smarrirsi e poi ritrovarsi, raccontando l’umanità vissuta fino in fondo di una madre speciale nell’incomprensione del figlio in quell’estate del 1978.
    E infine nella dedica a Elena che le scriveva Ignazio Butitta c’è molto del suo mistero:
    “ A Elena, Ca vulissi afferrare ‘u munnu e ‘u munnu ci scappa ri manu”.
    Insomma, se si può dire, che si dica: un altro bel libro di Roberto Alajmo.

  2. Silvia scrive:

    Un Roberto Alajmo sempre decisamente adorabile

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