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L’età del loop

di Christian Raimo

La leggenda vuole che l’invenzione dell’effetto musicale del loop sia avvenuta per caso; una puntina rimasta incastrata in un solco del disco. I compositori Pierre Schaeffer e Pierre Henry stanno registrando un loro brano e intuiscono subito le potenzialità artistiche della ripetizione, che poi è diventata una delle chiavi del minimalismo o di tutta la musica oggi. Dagli anni novanta moltissimi musicisti usano dei dispositivi elettronici sul palco per produrre loop sonori e interagirci, ed esistono festival musicali dedicati al loop.
Oggi loop è una parola comunissima. Ci abbiamo familiarizzato. Come molti concetti del postmoderno, la sua diffusione è stata dilagante con la rivoluzione digitale.

Nel 2013 Simon Stålenhag, un illustratore svedese, comincia a pubblicare su riviste indie e sul suo sito una serie di immagini che diventano un vero oggetto di culto. Sono quadri iperrealistici che simulano la pittura a olio ambientati nella campagna svedese, con poche presenze umane rarefatte, e sullo sfondo a imporsi sulla scena una serie di relitti di grandi oggetti fantascientifici: astronavi, dischi volanti, robot, spesso arrugginiti, spesso distrutti, ma anche dinosauri che si aggirano in parcheggi abbandonati, il tutto compone un insieme avveniristico e retrò.
L’anno dopo Stålenhag raccoglie molte di queste immagini in un libro intitolato Tales from the loop in cui ricostruisce anche ex post una narrazione che comprende un’ambientazione comune per tutte queste immagini: ha immaginato un’ucronia. Una Svezia alternativa in un tempo sospeso tra gli anni ottanta e gli anni novanta, popolato di molti bambini. Man mano che continua a dipingere, questo mondo prende sempre più forma, in un gioco di ruolo prima e poi in una serie tv uscita quest’anno in cui si immagina che sia avvenuta una catastrofe intorno all’inizio degli anni settanta dopo che tra il 1954 e il 1969 il governo svedese ha costruire il più grande acceleratore di particelle del mondo, un’enorme struttura circolare sotterranea, estesa per decine di chilometri nelle profondità della campagna attorno al lago Mälaren. La gente del posto chiama questo portento della tecnologia di fine secolo il Loop. Sulla Terra sono rimaste – alla vista dei bambini che rimandano alla nostra vista – presenze aliene inquietanti tra cui uno strano oggetto chiamato Loop che dà ordini agli esseri umani e scandisce il corso del tempo.

Nel 1987 Steve Whilite, un programmatore, s’inventa un nuovo formato d’immagine utile per le previsioni del tempo: servono delle piccole serie di immagini in movimento. Il formato si chiama Graphic Interchange Format. Nel giro di qualche anno le gif diventano il modo con cui rappresentiamo tutto l’immaginario contemporaneo. Spezzettato, e in microreplay. Per la prima volta nella storia dell’umanità le immagini che scorrono di fronte in continuazione di fronte ai nostri occhi sono in loop, ferme e in movimento insieme, come a mimare tutte un movimento falso. La ripetizione diventa un’estetica pervasiva, e i meme riescono a sfruttarla in modo intensivo. Le gif si sottraggono al controllo offerto dal digitale, che ci consente di arrestare, alterare, plasmare la durata di ciò che riproduciamo: apriamo un link e sono già lì, si agitano, da sempre e per sempre. La gif è stata eletta parola dell’anno dall’Oxford English Dictionary del 2012, e davvero si merita questo podio perché è il dispositivo iconico che rappresenta meglio l’era della post-crisi. Mettersi di fronte a un gif edulcora il potere dell’immagine, lo vaporizza. Ci sono dipinti che quasi non possiamo guardare per la potenza che sprigionano, che ci lacerano fino a piccole sindromi di Stendhal e frame che hanno fatto la storia del cinema scavando nel nostro inconscio collettivo come lame: l’ultimo sguardo di Noodles in C’era una volta in America, la silhouette delle biciclette in aria in E.T., il volto sospeso della Giovanna D’Arco di Carl Dreyer, quello ghiacciato di Persona di Ingmar Bergman, ognuno ha il suo repertorio. Le gif annullano l’effetto drammatico del cinema che si fa quadro. Sono sempre chiaramente ironiche, ridimensionanti, le gif sono la rappresentazione visiva del nostro tempo, che è quello dell’incanto, del loop, della coazione a ripetere come illusione di terapia.

Nel 2018 in un’intervista al programma della BBC Panorama Aza Raskin, un designer d’interfaccia che viene considerato l’inventore dello scroll infinito, quel dispositivo per cui le pagine sui nostri device non finiscono mai, spiegava la natura della sua invenzione citando un famoso esperimento di psicologia comportamentale fatto da Brian Wansink, James E. Painter e Jill North nel 2005, The bottomless soup.
Un gruppo di cinquantaquattro partecipanti viene diviso in due sottogruppi a quali viene servita una zuppa in un piatto fondo. Alcuni di questi piatti sono stati precedentemente modificati con un meccanismo che consente un rimbocco continuo di zuppa dalla base, senza che l’operazione sia evidente. Quelli che mangiano dai piatti senza fondo non si accorgono che il livello della zuppa non scende e continuano a mangiare zuppa in modo distratto non avendo un feedback visivo del piatto che si va svuotando. Wansink ha utilizzato spesso questo esempio nei suoi studi sull’alimentazione eccessiva, Raskin lo usa per spiegare come la tecnologia pensata per i nostri device sia una specie di cocaina. “Se non dai alla mente il tempo di ragionare sui tuoi impulsi e la tua mente non vede il fondo della pagina, siamo portati a cliccare e scorrere senza fine e questa tecnologia rende addicted le persone”.
“Come ti senti rispetto a questo? Colpevole?”
“Sì”, risponde Raskin.

Commenti
Un commento a “L’età del loop”
  1. paola paolini scrive:

    Siete fantstici…lasciate che vi ringrazi di cuore per tutto quello che ci date quotidianamente di inedito, smart, divertente…vi seguo ( un po’ a singhiozzo talvolta) dal giorno 1…avete tenuto fede al vostro impegno del giorno 1 !!! Bravi bravissimi !!! GRAZIE ! Paola Paolini

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