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L’eternità di Atene e del suo porto, il Pireo

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

PIREO (Atene). La città che io amo più di tutte è Atene. Roma e Siviglia vengono dopo. Atene è una città nascosta, un intrico di progetti urbanistici ottocenteschi dominati dall’ideale neoclassico e condomini anni Sessanta/Settanta, tende e mura, caos di cemento, un intrico in cui serpeggia costantemente l’odore di terra e roccia che è l’antica Atene. Chi viene qui, in genere, cerca l’antichità e si nega il resto, ignorando che la polis del V secolo a.C. è viva ovunque, anche lontano dalle magistrali opere architettoniche dell’Acropoli e dalle vestigia del Ceramico o dell’Agorà.

Atene è una città eterna nell’eternità dell’effimero più di Roma e Siviglia. Ma sono cose che si colgono dopo molti vagabondaggi, perdendosi per vie oscure, entrando in cortili dove si aprono improvvisi bar, frequentando i giardini creati dai cittadini sulle fondamenta di palazzi crollati, chiacchierando con i greci che sorseggiano caffè sui marciapiede per fare ai passanti le stesse domande che faceva Socrate duemilacinquecento anni fa. Ma c’è un altro modo per scoprire questa Atene sublime e inarrivabile. Un modo più veloce. Cercare la città dove la città da sempre vuole arrivare e non arriva mai. Ossia nel suo mare, nel suo porto, il Pireo.

Quando, nel 480, Temistocle fece costruire le Lunghe Mura per unire Atene al suo nuovo porto – il Pireo sostituiva così per sempre l’antico Faliro – pochi potevano immaginare che quell’opera avrebbe segnato per sempre l’immensa contraddittorietà della città che dopo le Guerre Persiane si avviava al suo apogeo. Fare di Atene e il Pireo una stessa cosa – questo il sogno di Temistocle che Pericle avrebbe reso un manifesto. Città marinara, potere sul mare, guerra attraverso il mare, ricchezza per mezzo dei commerci che arrivavano dal mare. Atene era il suo mare e la dea della città era la dea capace dell’intelligenza fluida tipica delle acque marine. Nel 404, dopo la sconfitta con Sparta, le Lunghe Mura furono abbattute e l’idea grandiosa del mare in città sarebbe rimasta per sempre una specie di utopia. Neppure oggi Atene e il Pireo sono la stessa cosa. Eppure, quando voglio sentire battere il cuore della città senza sorseggiare caffè sui marciapiede e senza perdermi nei vicoli dei quartieri sorti ovunque nel grande catino attico, scendo al Pireo. C’è un piccolo golfo che è il mio luogo dell’anima.

Si chiama Ormos Aphroditis perché, secondo il mito che i residenti si trasmettono da generazioni, Afrodite prediligeva quel piccolo golfo per venire a bagnarsi guardando lontano l’Acropoli della rivale Atena. I resti delle mura di Temistocle corrono lungo le rocce a picco sul mare e ci si può stendere sugli enormi blocchi di pietra a prendere il sole oppure si può scendere giù verso la piccola spiaggetta che sembra di entrare negli anni Cinquanta. Le barche sono tirate in secca e l’associazione dei marinai che ha il nome del santo del luogo – Nikolaos – se ne prende cura come in qualsiasi piccolo cantiere navale.

La casa imbiancata di calce con gli infissi blu ospita un bagno e un ripostiglio. Sotto alle pergole e i tendoni plastificati a fianco, i vecchi siedono, fumano, chiacchierano, giocano a backgammon, snocciolano i loro koboloi, sorseggiano retsina, il vino resinoso che si può bere solo dalle botti per sentir cantare le cicale. Il mare scintilla, i gozzi ancorati prendono il largo nelle ore della pesca, il fumo dei pesci cotti sulla griglia si attorciglia in cielo, qualcuno scende a tuffarsi, qualcun altro si riposa all’ombra della chiesetta di Agios Nikolaos, un pezzo di Cicladi sul mare che prese il nome da Egeo, il padre di Teseo che si gettò dall’Acropoli pieno di dolore, certo com’era che il figlio non fosse di ritorno dalla sua impresa contro il Minotauro a Creta.

Sedendo o nuotando fra le mura temistoclee che circondano Ormos Aphroditis, il mar Egeo è contenuto nell’immenso golfo Saronico e alle spalle Atene scende giù trasformandosi nel Pireo dei palazzoni che proliferano fino alla strada del lungomare. Si chiama Aktì Themistocleous, questa strada, e gli ateniesi la conoscono come la via che contiene il grasso lembo di terra soprannominato Pirakì su cui sono disseminate alcune fra le migliori taverne di pesce. La mia preferita è un buco perennemente all’ombra dove friggono come gli dèi. Porta lo stesso nome del golfo, Ormos Aphroditis, e fu aperta da immigrati cretesi. Del resto ovunque, qui al Pireo, trovi storie di immigrazione. Quella decisiva è l’ondata dei profughi greci costretti ad abbandonare l’Asia Minore nel 1923 dopo la guerra greco-turca. Esuli che arrivarono con il cuore zuppo di nostalgia e inondarono le strade portando hashish per lenire il dolore e musica di sofferenza e ribellione, una musica estenuante, effimera e eterna, chiamata rebetiko.

Bisogna inseguire le note del bouzouki o del baglamas, le voci stridule o roche, le storie di amore, abbandono, criminalità e ferocia tipiche del rebetiko per ritrovare il Pireo di Platone. Qui infatti il più grande scrittore e filosofo della nostra storia sosteneva di non voler scendere mai. Il porto del malcostume, della prostituzione, dei traffici, dei mercanteggiamenti e degli inganni. Il luogo simbolo della contingenza e del cambiamento continuo contro la perfezione eterna dell’idea. Mai concedersi di avere a che fare con i Traci che dominavano sul Porto. Lo diceva, lo scriveva, e nessuno mai gli credette davvero.

Tutti sapevano infatti che il grande pensatore, fradicio di eros, amava il porto, amava quegli amori furtivi e quegli inganni notturni. Amava prendere il largo da lì verso Siracusa, come aveva visto fare Alcibiade, una mattina del 415 e lui non aveva neppure dodici anni di età. Bisogna scendere al Pireo, ancora oggi, per ritrovare l’eterno effimero di questa città divina. Nulla di ciò che resta è eterno. Solo l’effimero permane. È questa la legge del Pireo e della città dominata da Atena. Un dominio solo apparentemente completo, però. Oltre ai palazzoni che si aggrovigliano fra tetti, pannelli solari e serbatoi metallici, nel mare del porto nuota la dea del desiderio.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie). I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
5 Commenti a “L’eternità di Atene e del suo porto, il Pireo”
  1. Giuliano Grasselli scrive:

    Errata corrige. Mura di Conone, non di Temistocle. Alcibiade non è mai partito per Siracusa. Atene, come tutte le città greche, è una brutta città, una specie di grande Mestre.

  2. dario scrive:

    beh, Mestre, appunto, ha una bellezza che va scoperta, con un minimo di apertura, impegno, voglia di andare oltre i luoghi comuni…

  3. matteo nucci scrive:

    Quando si utilizza la locuzione errata corrige e dunque si usa l’imperativo correggi, sarebbe bene essere sicurissimi di quel che si dice. Le lunghe mura, benché non siano state edificate da Temistocle, vengono attribuite a lui perché fu Temistocle a concepire l’idea del porto fortificato del Pireo e della fortificazione di Atene nonostante il parere contrario degli Spartani subito dopo la seconda vittoria contro i Persiani (dunque quando Ateniesi e Spartani erano sostanzialmente alleati). L’idea dunque risale al 490 (Tucidide, I 89-93), la costruzione effettiva risale al 459-7 (quindi dopo che Temistocle fu ostracizzato – 471 ma certo molto prima che Conone facesse ricostruire quelle mura all’inizio del IV secolo.
    Quanto alla partenza di Alcibiade per Siracusa, è notissima la storia. Dalla mutilazione delle erme, probabile complotto con cui si tentò di impedire al leader di mettersi a capo della spedizione che lui stesso aveva sostenuto, alla partenza con l’accusa che gli pendeva sul collo, alla nave Salamina che lo raggiunse a Catania per riportarlo in patria e processarlo, fino alla fuga. Storie notissime che si possono leggere sempre negli strepitosi racconti di Tucidide (VI, 1 sgg).
    Quanto alla bellezza di Atene e a quella di Mestre non so giudicare. La bellezza è fatto soggettivo e a Mestre non sono mai stato.
    Saluti
    MN

  4. Federico scrive:

    mi piacerebbe che un giorno scrivesse qualcosa, e se l’ha già fatto se può indicarmi qualche riferimento, riguardo alla contemporaneità della Grecia, al modo di vivere della gente, e soprattutto allo stacco che a un certo punto sembra essere stato netto, rispetto all’antichità, a cosa sia successo esattamente, a come mai arriva la sensazione che lo slancio si sia fermato.

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  1. […] è uscito qualche giorno fa, grazie alla penna sempre ricca di suggestioni di Matteo Nucci, uno splendido pezzo su Atene e il suo (suo?) porto, a cui non riesco più a non […]



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