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Lettera aperta a candidati sindaci Ignazio Marino, Sandro Medici e Alfio Marchini

di Christian Raimo

Vivo a Roma da quando sono nato, non ho mai vissuto in un’altra città che non fosse Roma, anzi, a dirla tutta, non ho mai stazionato più di due o tre settimane di seguito in un altro posto che non fosse Roma, per cui – come dire – le elezioni del sindaco mi riguardano. In tutti questi anni ho votato una volta sola con un senso di sfrontata convinzione: il mio primo voto, a diciott’anni da poco compiuti, per Renato Nicolini. Il resto delle volte: Rutelli (ballottaggio), Rutelli, Veltroni, Veltroni, Rutelli mi sono sempre turato un po’ il naso (per tapparmelo quasi del tutto e farmi mancare l’ossigeno per Rutelli 2008): questa cautela era dovuta all’impressione che la proposta dei sindaci di sinistra e centrosinistra andasse in una direzione di troppo timida trasformazione della città.

Roma dal 1993 è diventata una città indubbiamente più vivibile, ma sarebbe potuta diventare una città molto più vivibile, più giusta dal punto di vista sociale, meno ingovernabile; dall’altra parte avrebbe potuto essere – con i suoi quasi tre milioni di abitanti e i suoi 1300 km quadrati di estensione – ripensata completamente e trasformata in una metropoli. Non è accaduto, per motivazioni molteplici e complesse. Prima proverei a riassumerne alcune e poi ne vorrei sottolinearne una cruciale che voglio porre all’attenzione dei candidati sindaci – quelli presentabili.

Parto dalla mia ultima esperienza di campagna elettorale: per le elezioni a presidente della Regione, mi sono speso insieme a molte altre persone per Nicola Zingaretti. Da parte sua, dei partiti che lo appoggiavano, mi colpiva una prospettiva marcatamente diversa e ribadita fino a diventare uno slogan in più occasioni: «La cultura al primo posto nel programma». Molte volte, nel corso di questi anni, Zingaretti si è mostrato sensibile alle questioni dell’universo culturale romano e laziale – nei limiti delle possibilità di un assessore attento e preparato come Cecilia D’Elia che scontava la debolezza di un ente-cenerentola come la Provincia – fino a voler incontrare, per fare un esempio, i lavoratori di Cinecittà in sciopero o i lavoratori dell’editoria in crisi negli ultimi atti della campagna elettorale.
Per questo da quella che è stata praticamente l’unica vittoria del centrosinistra alle ultime elezioni mi sarei aspettato un coraggio molto diverso e sono rimasto interdetto – non sono stato il solo – dalla investitura di Lidia Ravera a assessore alla Cultura della Regione Lazio.

Una persona onesta, beninteso, che sarà affiancata da uno staff competente, beninteso, che magari sta imparando in fretta come funziona la macchina faticosa della politica, beninteso, ma che per molti versi a sua stessa detta è arrivata lì totalmente inadeguata a quel ruolo (nel 2008 candidata con la Lista Bonino si autodefiniva «una signora sabauda» che si scocciava a dare i volantini per fare campagna elettorale; una settimana fa rilasciava un’intervista a Paese Sera in cui formulava una serie di ottimi propositi ma faceva un serio scivolone con una dichiarazione di questo tipo: «Ho rinunciato alla mia libertà e alla mia vita da privilegiata per impegnarmi alla Regione Lazio, perché per 5 anni voglio provarci. Bisogna invertire questa tendenza vergognosa. Il mio è un grande sacrificio: il primo maggio di ogni anno parto per Stromboli e ci rimango fino alla fine di ottobre, da dove produco reddito seduta sul mio terrazzo. Se ho rinunciato a tutto questo deve valerne la pena»). Vorrei partire da quest’errore di scelta non certo per fare una battaglia ad personam ma per provare a ragionare su un errore di metodo (e per tentare anche un’autocritica).

Parto alla larga e pongo questa domanda: Quale è stata la grande mancanza nell’immaginare una Roma diversa negli ultimi anni? Un deficit mostruoso di esperienza della città. Quale è stata la seconda grande mancanza? La distanza polare tra gli intellettuali e i politici.

Cosa voglio dire con esperienza della città? Per anni ho preso alle 6.50 il trenino metropolitano che viene da Borgata Ottavia a Trastevere, per altri anni alle 7.05 ho preso quello che da Nuovo Salario va a Trastevere. Chi non è mai salito a quell’ora su quel treno non credo possa capire che cos’è Roma nel 2013. Un’eccezione costante. Una città divisa in due. Non a caso Beppe Grillo nel venerdì precedente l’ultimo comizio elettorale del febbraio scorso fece la mossa di prenderlo quel trenino dei pendolari che è l’ipostasi di una situazione perennemente emergenziale e sperequativa.

Cosa voglio dire con distanza polare tra intellettuali e politici? Da una parte gli scrittori, i registi, gli artisti se ne sono fregati di coltivare una conoscenza di tipo urbanistico, economico, amministrativo su Roma, si sono in modo estremamente colpevole deresponsabilizzati da un ruolo attivo, critico, personale dall’avere a che fare con quello che questa città diventava; dall’altra i politici hanno preferito affidarsi ai report degli staff e evitare di leggere un libro uno, di vedere un film uno che gli raccontasse una Roma diversa da quella che avevano in testa.
Il rimpianto per quello che poteva diventare Roma in questo senso è stato doppio: mentre gli abitanti di Roma hanno cominciato a spostarsi fino a Orte per i prezzi proibitivi delle case, creando di fatto una non-metropoli su un’area vasta praticamente quanto il Lazio, oggi Roma è di fatto una non-città divisa in due – un centro e una periferia che non si parlano perché praticamente non usano la stessa lingua.

Ci sono due interviste che metterei a confronto per spiegare quello che intendo. La prima è del 2009, la rilasciò l’allora sindaco Walter Veltroni all’indomani dell’uscita del suo romanzo, Noi. Non parlava ovviamente di politica, ma a latere diceva una cosa che mi aveva colpito quasi quanto la improvvida, ingenua dichiarazione di Lidia Ravera. Siccome Noi è ambientato a Roma Nord, Veltroni prendeva spunto per parlare anche di come era cambiata la sua città e diceva che il risultato di cui era più orgoglioso come sindaco era aver risistemato Villa Borghese cosicché anche lui, per esempio, ci poteva passeggiare in bicicletta con le sue figlie.

La seconda intervista è del 2010 ed è stata fatta da Francesco Raparelli a Walter Tocci per una free-press legata al centro sociale Esc. Tocci è stato vicesindaco di Roma fino al 2001 e a rileggere quest’intervista in cui parla di quella primavera dei sindaci targata ’92-’93 viene alla mente tutta una teoria di occasioni sprecate in questi anni dal Pds-Ds-Ps (Perché per rinnovare l’Italia può essere fondamentale amministrare bene le città). Sembrava allora che fosse possibile immaginare un’altra città, e del fatto che non sia avvenuto non per colpa di un destino avverso – a mia chiara memoria – l’unico politico di sinistra che più volte si è preso le responsabilità è colui che, pur governando, ha cercato di evitare che accadesse: proprio Walter Tocci. Mi ha colpito qualche giorno fa ritrovare il suo nome in due documenti diversi e fondamentali e che i candidati di sinistra dovrebbero leggere assolutamente e di cui vorrei parlare per il resto di questo pezzo prima di arrivare a delle conclusioni minime.

Il primo è una ricerca che ha redatto il Centro per la Riforma dello Stato. S’intitola Le forme della periferia (vedi pdf): Rintraccerete almeno un paio di elementi preziosi: a) la ricostruzione ormai possiamo dire storica dell’amministrazione capitolina di sinistra (1993-2008) intrecciata al calendario legislativo da una parte e alla trasformazione dei partiti dall’altra, utile per cercare di indagare le ragioni di uno scollamento tragico nella rappresentanza; b) il racconto degli interventi dal basso della comunità periferiche che si sono inventate altri modi di fare politica.

E veniamo al secondo documento, che è un libro. Bello, fondamentale, necessario, per una città che – nonostante venga ogni giorno iperraccontata dalla televisione, dalla cronaca, dalla sociologia d’accatto – è oggetto raramente di uno sguardo sintetico. L’ha scritto Francesco Erbani, l’ha pubblicato Laterza, e s’intitola Roma. Il tramonto della città pubblica (190 pagine, 12 euro). È un libro che chiunque vive a Roma è bene che legga, figuriamoci chi vuole fare il sindaco.

Leggi il resto sul sito de Linkiesta.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
3 Commenti a “Lettera aperta a candidati sindaci Ignazio Marino, Sandro Medici e Alfio Marchini”
  1. Federico di Vita scrive:

    Magari si leggessero “Roma moderna”. Il piano di Tocci (e Insolera) era quello di costruire una ramificata rete tramviaria per ovviare alla difficoltà di metropolitanizzare la città (la metro a Roma è sostenibile fino alla quarta linea, la D, già progettata). Di tutta la rete tramviaria progettata è stato costruito, credo, metà della linea 8 (che doveva arrivare a Termini, ora forse, con 13 anni di ritardo, la prolungano). Le concessioni edilizie vengono date perché sono quasi l’unica fonte dei Comuni per monetizzare, ma ormai non bisognerebbe costruire più niente, da nessuna parte in Italia, per nessun motivo, mai. Bisognerebbe limitarsi a mettere insieme quello che già c’è. Ma non lo capiranno non per ignoranza, che pure abbonda, quanto per interesse. Si ritroveranno senza fondi e anche se facessero un piano (o un abbozzo di piano) buono come quello tramviario di Tocci a un certo punto, molto presto, lo interromperebbero per mancanza di fondi, e concederebbero qualche altro appalto fuori dal raccordo, o per fare un grattacielo al Torrino (senza finirlo) o per costuire chissà cosa dove c’erano i Mercati Generali (lì sotto sono stati trovati importanti reperti che sono stati interrati al volo, sia mai che si debbano cambiare i piani dei palazzinari…).

  2. Questa città è cresciuta disorganicamente, a macchia di leopardo, in preda ai palazzinari e ai loro quartieri-dormitorio…

  3. addioluganobella scrive:

    Commento quest’ottimo pezzo solo per una piccola, pignola precisazione: Veltroni nel 2009 non era sindaco.

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