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Letteratura e inquietitudine

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Pubblichiamo l’intervento che Marcello Fois ha tenuto a Pordenonelegge 2014 ringraziando l’autore. (Fonte immagine)

di Marcello Fois

Ho undici figli.

Il primo è fisicamente poco appariscente, ma serio e intelligente, pure non ho molta stima di lui, benché, in quanto figlio, lo ami come tutti gli altri. Il suo modo di pensare mi pare troppo semplice, non guarda né a destra, né a sinistra, né in lontananza, compie continuamente il periplo della ristretta cerchia delle sue idee o meglio vi si aggira dentro…

(…)

Il mio undicesimo figlio è gracile, certo è il più debole di tutti; ma la sua debolezza inganna, perché a volte sa essere forte e risoluto; ma anche allora la sua debolezza è in qualche modo determinante. Non è però una debolezza di cui s’abbia a vergognare, ma qualcosa che sembra tale soltanto su questa nostra terra. Non è per esempio anche la disposizione al volo una debolezza, trattandosi di un vacillare incerto, di uno svolazzare a caso? Qualcosa di simile appare nel mio figliuolo. Il padre, di certe qualità non può certo rallegrarsi perché tendono evidentemente alla disgregazione della famiglia. A volte mi guarda quasi mi volesse dire: Ti prenderò con me, babbo. E io penso allora: Saresti l’ultimo a cui mi affiderei. E il suo sguardo sembra rispondere: Ebbene, che io sia almeno l’ultimo.

Questi sono i miei undici figli.

È Kafka (Undici Fratelli), perché è un maestro di quella che io vorrei definire Inquietudine come Sistema. Il caso dell’immortale praghese è assolutamente paradigmatico di qualcosa che separa gli scrittori dagli scriventi, e cioè per l’appunto la necessità di fare della propria inquietudine un materiale attivo. Come si fa a mettere in moto una reazione chimica all’interno di una miscela apparentemente inerte, lettere e frasi, come la scrittura? Dove sta la febbre biologica che tiene vive, pulsanti, le pagine? Kafka risponde per tutti: nell’inquietudine. Perché l’assenza di inquietudine, e quindi l’incapacità di generare moto, produce inerzia e quindi morte.

Quello appena letto si direbbe un brano privato, e invece no: è un brano pubblico, addirittura un manifesto stilistico. Kafka, per sua ammissione diretta, in questo piccolo gioiello, sta parlando certo di un padre in rapporto alla sua numerosa figliolanza, ma soprattutto sta parlando di ciò che ha scritto e di ciò che scriverà. Sta cioè mettendo a fuoco il fulcro stesso del rapporto fra lo scrittore e la sua inquietudine. Non, moralisticamente, la Verità. Ma, eticamente, la verosimiglianza. In letteratura mentire non è peccato. Neanche quando si finge di parlare di sé per dare una sorta di credibilità aggiuntiva alla propria storia. È inquietante parlare con gli scrittori perché nessuno di loro potrà garantirvi di mantenere il vostro segreto. È inquietante la natura stessa dello scrivere e del raccontare perché arriva all’esperienza tramite il falso/vero piuttosto che tramite il vero/falso.

La Letteratura, dunque, ribadisce, fra gli altri, Kafka, dovrebbe prendersi, io mi permetto di dire riprendersi, il diritto di generare inquietudine. E mi permetto anche di far notare che questa difficoltà a fare i conti col pretendere quanto le spetta ontologicamente riguardi soprattutto la letteratura italiana contemporanea. E se così non fosse, diciamo che nell’ambito delle varie letterature “distratte” o “smemorate”, quella italiana è quella che mi sta a cuore. La Letteratura non è la Politica, che dovrebbe trovare un punto di contatto tra posizioni anche distanti; né è il Giornalismo che dovrebbe assoggettarsi alla realtà anche quando la notizia non è eclatante. La Letteratura è, per l’appunto INQUIETUDINE e cioè fine, interruzione, dello stato in cui ci troviamo prima di affrontarla.

I segnali sono chiari, uno: se dopo la lettura di un romanzo siamo esattamente come, e dove, eravamo prima, si può affermare, con buona approssimazione, che abbiamo consumato LETTERARIETÀ, cioè qualcosa che ha l’aspetto, qualche volta l’atteggiamento della letteratura, senza averne il senso, e cioè l’inquietudine; due: se quando ho finito di leggere un romanzo, o presunto tale, sono completamente d’accordo col suo contenuto, si può affermare, con buona approssimazione, che ci troviamo di fronte a un prodotto paraletterario, e sarebbe a dire, costruito per i tempi in cui deve essere consumato, ma incapace di procedere oltre; tre: se un romanzo, o presunto tale, agisce da analgesico, da oppiaceo contro la realtà, si può affermare che ci troviamo di fronte a un placebo, piuttosto che a un medicinale, nel senso che alla Letteratura spetta generare anticorpi, piuttosto che anestetizzare.

A questo proposito va detto che questa è una caratteristica meno nuova di quanto si pensi nella storia della letteratura: ogni periodo ha avuto la sua “paraletteratura” e cioè il prodotto con scadenza.

L’inquietante della Letteratura è che non è perfetta, non è pacificante, non è attuale.

Ora pensate a un qualunque classico immortale e scoprirete che queste tre caratteristiche sono assolutamente incontrovertibili. Fate il paragone con uno qualunque delle migliaia di “romanzi vuoto a perdere” che ci circondano e vedrete che, in tutti i casi, vi hanno lasciato esattamente dove eravate, vi hanno interessato a tempo, spesso limitato, ve li siete dimenticati o ve li dimenticherete a breve. Alcuni di questi sono persino diventati illeggibili, o sono in attesa di recupero momentaneo, come le orride giacche con le spalline degli anni ’80, o il carpaccio con la rucola degli anni ’90.

Fra i lati inquietanti della Letteratura dunque quello più inquietante di tutti è con quanta elementare coazione a ripetere ella si esprima. Da secoli, millenni, produciamo poche opere fondamentali e una caterva di tentativi. Per farvi capire meglio proverò a fare degli esempi, entrambi alimentari: l’aceto balsamico e la mozzarella di bufala: in entrambi i casi se ne millanta di più di quanto se ne produca. Un calcolo recente ha stabilito che per produrre tutta la presunta mozzarella di bufala in circolazione, l’intero territorio italiano dovrebbe essere un enorme pascolo per questi mansueti bovini. Non bastano nemmeno temerari allevamenti intensivi sperimentati in Cina, o negli Stati Uniti. Per l’aceto balsamico il discorso cambia poco. La procedura per farlo richiede tempi lunghissimi e i tempi lunghissimi non sono certo il massimo per l’industria, ecco così che si mettono sul mercato pseudoacetibalsamici dimenticandosi la consequenzialità tra il nome e la sostanza. Esattamente come succede nel mercato editoriale. Per i più spirituali e confessionali di voi un esempio valido di questo fenomeno è rappresentato dalla moltitudine di reliquie portanti come accezione “scheggia della croce di Cristo”.

Ecco, chi avesse tenacia e pazienza scoprirebbe, con un calcolo semplicissimo, che riunendo tutte le pseudo schegge della pseudo croce di Cristo, si potrebbe ricomporre una foresta di buone dimensioni.Ma ognuno può fare riferimento anche a fatti storico/politici: le infinite schegge del muro di Berlino; a conquiste della Scienza e della tecnica: i sassi lunari; ad avvenimenti di ordinaria,italica, trascuratezza: i frammenti di mattoni carbonizzati della fenice di Venezia. Sempre i pezzi riuniti disobbediscono alla legge di Lavoisier, il muro di Berlino sarebbe grande come la Muraglia cinese; di lune ce ne vorrebbero due; di teatri La Fenice chissà… Esattamente come succede per i dati di vendita editoriali.

“Non siamo un’Arcadia la Letteratura è vita” proclamava Francesco De Sanctis dalle barricate,  cioè la letteratura non è “vita senza inquietudine”, non è un territorio di esercizio passivo, ma attivo; non un luogo di consolazione, ma di crisi.

Ora, i detrattori, in questi tempi spicci, tagliano dicendo che tutto ciò ha a che fare con la pesantezza piuttosto che con la leggerezza, e qualcuno, temerariamente, cita in proposito Calvino, senza capire, o volendolo ignorare che proprio per Calvino i termini “leggero” e “divertente”, sono apici assoluti dell’elaborazione, quindi tutt’altro che facili da ottenere.

Di più: divertente e faticoso sono in tutto una dicotomia Calviniana, in quanto divertente non è necessariamente quanto fa ridere, come si vuole pensare, ma, etimologicamente, quello che “sposta”, quello che fa guardare da un’altra parte, in un angolo imprevisto, in uno spazio ignorato. In questo senso, per esempio, lo strabismo di Mattia Pascal, che io riesco ad afferrare per altri versi, era davvero l’incarnazione della necessità di cambiare prospettiva. E a Calvino il Mattia Pascal pareva perfetto. Così come il faticoso si rappresenta ai massimi livelli nella sua totale assenza, sarebbe a dire che è artista, scrittore, solo chi sa nascondere la fatica del suo fare. E Calvino sa risultare lineare solo perché é uno scrittore performatico, allenatissimo, indefesso. Sa stare sulla pagina con la stessa meravigliosa compostezza di Juri Chechi sugli anelli, senza un minimo digrignar di denti, senza una goccia di sudore, senza una traccia di contrazione muscolare. Chi parla di Calvino per sanare la propria incapacità di conquistare la leggerezza e la semplicità senza passare dalla pesantezza e dalla complessità, dal lavoro, evidentemente non ha letto Calvino. Perché sennò capirebbe che, nella linea dell’inquietudine, egli è il più inquietante in assoluto dei contemporanei.

Hoffmannsthal asseriva che in Letteratura la sostanza è tutta nella superficie, sintetizzando un’inquietante sequenza di paradossi che da sempre determinano, e rendono enzimatico, il fare letterario; fra queste il concetto che la semplicità in Letteratura è complicatissima da raggiungere, mentre non c’è niente di più semplice che scrivere complicato, appunto; come che la Letteratura, in modo davvero inquietante tende a “ribadire l’ovvio” piuttosto che a stupire e questo solo perché è più stupefacente lo stupore dell’ovvio che lo stupore dello stupefacente. Bisogna essere malati o no? Altro che abitare in un Paese in cui tutti scrivono. In Letteratura, il paradosso più inquietante in assoluto, è che non è detto che lo scrivere produca scrittura. Qualche volta scrivere è scrivere e basta, un sistema per produrre romanzoidi, cioè oggetti con forma di romanzo senza la sostanza del romanzo; in assetto di libroidi (G.A. Ferrari), cioè oggetti stampati con forma di libro senza averne la sostanza; nutriti difattoidi (G. Dorfless), cioè avvenimenti che hanno, ancora una volta, tutto l’aspetto della storia, senza, inquietantissimissimamente, averne la sostanza.

La misura dei tempi gramissimi che stiamo vivendo è rappresentata a pieno da questo rovesciamento in cui il romanzo rinuncia al proprio compito precipuo, di forzare e distorcere, navigando sotto il pelo dell’acqua, in apnea.

Da sempre le arti, e la scrittura più di tutte, sostanziano la loro capacità di incidere e quindi perdurare, e quindi di raggiungere l’inquietudine e la fluidità che ne consegue, il classico, attraverso un’azione bifasica: Sperimentazione e Accademia. La prima, estremo dell’inquietudine: tensione, limite senza ritorno delle capacità elaborative; la seconda totalmente priva di qualunque inquietudine, tutta genuflessa al cognito. La prima disobbediente per progetto, la seconda ciecamente obbediente. La prima solo esito, la seconda solo tecnica. Il vascello della scrittura naviga in mare aperto.

A questo proposito vorrei far notare che la metafora della navigazione che agli smemorati odierni pare solo legata all’informatica è, in letteratura, antichissima. Anzi mi spingerei a dire che il suo sembrare una metafora appena scoperta dipende proprio dalla sua “antichità” e dalla sua sedimentazione. Ora con navigazione è facile: ma con Bluetooth? Quella parola, manco a dirlo, racconta di un antichissimo re navigatore delle saghe nordiche a cui piacevano i lamponi “Re Denti blu”, per l’appunto. Ora lo scrittore, per essere tale, dovrebbe costantemente inquietarsi per la necessità, l’obbligo, di tentare di controllare più connessioni possibili, perché sono proprio quelle connessioni che tengono in vita la sua scrittura e fanno procedere la sua navigazione.

Stavamo parlando del vascello della scrittura che ora, spinto da venti furiosi sulla cresta schiumosa delle onde, tende, stira, parole e concetti come le vele gonfie (“dei remi facemmo ali al folle volo”); ora, appesantito da un carico estremo, naviga lentissimo con la superficie dell’oceano che quasi sfiora i bordi dello scafo: The poorold Past, The Future’s slave (il povero vecchio passato, schiavo del futuro – Melville, Pezzi da battaglia); ma è la giusta quantità di vento, l’essere saggiamente guardinghi, quindi il mantenere la specifica dose d’inquietudine, che produce la navigazione perfetta, stabile, progressiva (La strada sarebbe stata lunga. Sono lunghe tutte le strade che conducono a ciò che il cuore brama. Ma questa strada l’occhio della mia mente la poteva vedere su una carta, tracciata professionalmente, con tutte le complicazioni e difficoltà, inquietudini, eppure a suo modo sufficientemente semplice. O si è marinaio o non lo si è. E io di esserlo non avevo dubbi. J. Conrad, La linea d’ombra). Beato lui, Conrad intendo.

Non sono questi i tempi di “o si è marinaio o non lo si è” e cioè “o si è scrittore o non lo si è”. Sono tempi in cui il colmo della sperimentazione si è spostato nei circuiti di Formula 1 e nelle passerelle della moda: grazie ai primi possiamo guidare le nostre utilitarie e grazie alle seconde possiamo indossare abiti consoni. Senza ore di interminabili giri in tondo, non si potranno saggiare sistemi meccanici, assetti, freni, air bag, per tutti; senza il torto di subire donne di due metri che pesano trentotto massimo quaranta chili e che indossano capi impossibili, non si potranno costruire i jeans o le maglie per tutti. Sono esempi chiarissimi di come la ricerca, la tensione, l’inquietudine, producano tendenze e quindi gusto. Ergo, la letteratura è l’unico settore dove, al contrario dovrebbe essere il mass market, o al massimo l’accademia, quindi l’assenza dell’inquietudine, a decidere la tendenza. Dimenticando che dall’inquietudine, dalla sperimentazione, dal divertimento possono scaturire classici. Dall’Accademia no. Ancora discutiamo di Trama e Stile come se parlassimo di petto o coscia a tavola. Come se lo scrittore avesse l’autorizzazione a scrivere male, pur raccontando, o a scrivere benissimo, nonostante non racconti nulla. Ma questa opzione lo scrittore non ce l’ha affatto: lo scrittore al raccontare scrivendo bene non ha alternative. Siamo incagliati nella secca di una Letteratura in cui non c’è più niente a cui disobbedire, niente da addomesticare, nessun meccanismo da applicare su larga scala, nessuna linea da adattare, nessun ferodo da saggiare, o cucitura da replicare, nessuna inquietudine.

Il rapporto col giornalismo la dice lunga: ci lamentiamo che i giornali sono scritti male, li vogliamo, giustamente, scritti meglio, ma compriamo romanzi scritti come giornali. Pretendiamo cioè che la Letteratura si livelli in senso falsamente, retoricamente, calviniano, ma la notizia ci piace “letteraria” cioè caricata d’inquietudine: il romanzo deve sussurrare, ma la cronaca deve urlare o, persino ululare. Tutto il contrario di quanto preveda la natura stessa di quelle rispettabilissime discipline.

Oggi alla notizia la fattualità non basta più: urlare che due tram si sono sfiorati nel centro di Milano, senza vittime, senza che nessuno, se non il macchinista, se ne sia accorto, fa sì che il fattoide si trasformi in Letteratura, previsione attiva di qualcosa che non è stato, ma poteva essere. Mentre il romanzo è rimasto impantanato nella palude del fattuale, spesso nell’orizzonte biografico dell’autore, come se non fosse già abbastanza inquietante scrivere, da far sì che occorra scrivere considerandosi il metro, direi il paradigma, di tutte le cose. Sono gli autori che millantano di investigare il presente, come se il presente in letteratura fosse l’oggi, pensate che quel giovanotto del Decamerone ha appena compiuto settecento anni. Sono gli scrittori diversamente giovani, in una stagione dove si confonde la capacità di contribuire, di sopravvivere, con l’anagrafe, quanto sono ancora più giovani del qui presente Marcello Fois, Omero e Rimbaud? E quel ragazzaccio di Gadda, quell’adolescente di Pasolini, di quanti viventi contemporanei,restano, inquietantemente, più giovani? Fate voi.

Sono gli scrittori annuncianti piuttosto che narranti, sacerdoti dell’autofiction, completamente appiattiti nella ricerca del consenso, dopo aver individuato il target, aver nasato l’aria che tira, con la certezza di scrivere solo quello che tutti dicono di voler leggere. Ecco, quella certezza è inquietante, nel senso più letterale, e meno letterario, del termine. Di quell’autore scafato e onniscente, sappiamo tutto, dei suoi libri nulla. Tuttavia sarebbe più dignitoso il contrario. Pensate un po’ che quando il romanzo ha una qualche chance di perdurare tende a schiacciare l’autore: Guerra e Pace viene prima di Tolstoij, come i Promessi Sposi prima di Manzoni, ancora Il Gattopardo viene prima di Tomasi di Lampedusa e Il nome della Rosa viene prima di Eco. Il Giovane Holden è del 1951, Salinger è morto nel 2010, sorprendendo tutti per il fatto che fosse ancora vivo: quale migliore omaggio, che traguardo! Ma oggi, in Italia? Il Cardellino della Tartt ci appare improvvisamente, e giustamente, come un romanzo, rammentandoci che forse, in questa nazione, avevamo perso di vista il romanzo.

La letteratura, come l’ultimo figlio di Kafka, sembra debole soltanto su questa nostra terra. Come lettori, e purtroppo come scrittori, ci siamo accontentati degli esiti piuttosto che dei percorsi: abbiamo tutto sottocchio, da sempre, ma ci piace coltivare la presunzione di inventare qualcosa, come se l’obiettivo fossero i 15 minuti e non i 15 secoli… Se i romanzi che abbiamo scritto saranno Letteratura, semplicemente, ci sopravvivranno, se i romanzi che abbiamo scritto saranno già morti anni prima della nostra morte, evidentemente, semplicemente, non saranno. Sono stati per un attimo, hanno preso un abbrivio che dipendeva dai tempi e poi scompariranno come le centinaia di migliaia di tentativi prima dei nostri. Da questa inquietudine nasce l’etica dello scrivere. Il pensiero cioè che se si rinuncia a cambiare il mondo si rinuncia alla Scrittura pur scrivendo.

Commenti
3 Commenti a “Letteratura e inquietitudine”
  1. Un bel tipo scrive:

    Grazie.

  2. squaw scrive:

    Sì, grazie.

  3. Michele Montanari scrive:

    E’ raro ascoltare da parte di uno scrittore parole tanto coraggiose per quanto offuscate da una loro intrinseca provocazione. Un discorso pubblico come questo, Fois, intelligentemente, lo ha proposto considerandone gli effetti della diretta e quindi del suo pathos. Non è la stessa cosa leggerlo.
    Ho avuto già modo di apprezzare a Bagnacavallo (RA) un suo generoso intervento pubblico al teatro Goldoni l’aprile scorso… è stata una lezione sincera e dolente sul presente italiano, sul profilo difficile dell’etica e della morale dello scrivere oggi, del raccontare oggi le cose nostre.
    Poeta e pensatore quale è, Fois rilancia l’inquietudine come motore di scrittura partendo da un assunto anacronistico e allo stesso tempo visionario, ovvero senza tempo, quello secondo il quale la gente accetta il dolore e i suoi orrori. il tempo in cui viviamo è un tempo in cui la critica fa letteratura e la letteratura è critica (per lo più in crisi); è un tempo che primariamente non tollera né il dolore esistenziale (inteso ormai come difetto estetico e dunque riprovevole), né l’affaticamento dell’immedesimazione con esso (a meno che non sia declinato televisamente e quindi somministrato come espiazione dolce e condivisa). E’ molto meglio essere distratti da eventuali dolori o dubbi, che non introdotti magistralmente in essi. Kafka è troppo grande per tanti di noi, direi. Si poteva dare un po’ di fiducia (è comunque fatica sprecata mio stimato Fois) al recalcitrante Permunian (scrittore che leggo e che soffro), o diseppellire un grande disagiato e inquieto come Ottieri. Kafka è troppo iconografico perché tanti gli concedano anche l’attributo di inquieto e animatore di amarezze o cattivi pensieri.
    E’ confortante da parte di chiunque oggi voglia scrivere, ascoltare le parole di uno scrittore come Fois, inneggiare alla fuoriscita dell’inquietudine e dei suoi moti, contro i cosiddetti libroidi consolatori e mortali. Ma gente ha il potere di generare flussi, lo dice anche Bono degli U2, e la gente non legge Kafka. Tantomeno Permunian.
    Credo che l’incoraggiamento/scoramento di questo intervento sagace e provocatorio (basta ricordarsi le metafore culinarie e la passerelle di moda), stia nella mortalità bassa o almeno lenta di certe opere letterarie che hanno incarnato uomini con la nostra stessa biologia e la nostre possibili disperazioni, ma con diversi spessori appunto morali.
    Il loro talento oggi è cosa rara e pressoché inutile. Così come Kafka stesso riteneva inutile (al di là del suo privato liberarsi del morbo) scrivere delle sue inquietudini.
    Ringrazio Fois delle sue sempre comunque incoraggianti parole.

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