Letteratura e medicina

di Linnio Accorroni

C’è una pagina di Carlo Dossi che spiega come «tra medicina e letteratura corse sempre amicizia», e non solo per la gran quantità di medici che «hanno occupato, nel cosidetto(sic) campo letterario, assài pèrtiche per coltivarvi piante non sempre medicinali», ma soprattutto per essere alleate nella stessa missione: medicina e letteratura cercano infatti «di richiamare il bel tempo, o, se non altro, di dissimulare il cattivo, una al corpo, l’altra all’animo» (C. Dossi, Ritratti umani dal calamajo di un mèdico). Oltre ai nomi di scrittori-medici o medici-scrittori (Čechov, Céline, Bulgakov, Benn) che meccanicamente salgono alla memoria quando si menziona questa curiosa liason, è anche interessante segnalare il ricorrere, nella genesi artistica di tre importanti poeti contemporanei (Sinigaglia, Magrelli, Anedda), di un incontro fortuito quanto decisivo con libri di medicina. Per ognuno di essi tale coincidenza del tutto casuale si trasformerà in una specie di folgorazione estetica e verbale, la prima radice di una produzione poetica di grande impatto ed intensità. Val la pena anche riflettere sul fatto che tutti e tre i poeti, quando si troveranno a rievocare i modi e le forme di questa esperienza, preferiscono affidarsi all’analiticità piana e razionale della prosa, la ‘seconda lingua’ per un poeta, ma in questo caso capace di sbrogliare più efficacemente i fili di una questione, carica di implicazioni psicologiche ed esistenziali.

In quell’agglomerato di testi, in quel viaggio stanziale dentro il corpo tra autobiologia ed autobiografia che è Nel condominio di carne di Valerio Magrelli (Einaudi, 2003), c’è una pagina dove l’autore ricorda una straniante tranche de vie: «Quanto a me, teschi giravano per casa. Dopo gli studi di medicina, qualcuno doveva aver dimenticato di metter via i materiali d’esame. Libri, vecchie carte giallastre che cedevano sotto le dita, ma anche vari preparati anatomici, tra i quali, appunto, teschi e calotte craniche». Da queste occasionali lezioni sul campo da autodidatta, si diparte un continuo frenetico interrogarsi su ciò che è dentro e ciò che è fuori, «sul prima e sul dopo della carne nel corpo». Per esempio: tenere in mano «l’architettura dura e spugnosa» di un arco occipitale significa comprendere immediatamente, tattilmente, la corrispondenza tra linea e senso. Ma poi anche: se in una minuscola conchiglia si sente echeggiare il mare, che cosa dovrebbe risuonare nella vuotaggine del cranio ridotto a teschio? Tra tante assorte meditazioni e riflessioni spuntano poche, malinconiche certezze: gli spazi vuoti del corpo, quelli sagomati da calotte e teschi, sono il segnale di un abbandono da parte di misteriosi ‘abitanti del palazzo’. A noi, al nostro teschio vuoto spetterà un destino gramo, da suppellettile, da povero fermacarte.

Che cosa sono gli anni è una bellissima raccolta di saggi e racconti (un libro di gratitudini e di rapine, di immense gratitudini e di piccole rapine: per l’autrice certo, ma ancor più per il lettore) di Antonella Anedda, pubblicato per Fazi nel 1997. In un capitolo intitolato «Piccole volpi» la poetessa racconta una sua esperienza biografica: «da piccoli sfogliavamo il libro di medicina legale di mio padre. Lì c’erano vive fotografie di cadaveri, le grosse lingue degli impiccati, le schiene dei pugnalati, i corpi gonfi degli annegati». In particolare, l’autrice si sofferma sui particolari di una foto datata Milano.1912 che raffigura un ragazzo suicida, appena tredicenne. Nessuna morbosa descrizione del corpo appeso alla trave, ma lo sguardo preferisce planare verso una paziente ricognizione della stanza e degli oggetti che la decoravano: la corda fissata ad una trave, la sedia di paglia, il letto accostato alla parete, un catino di smalto a raccogliere la pioggia, un’altra corda uguale a quella usata per l’impiccagione, stavolta tesa fra sedia e letto per reggere i panni bagnati. Quel misero coro di poveri, degradati feticci sembra spiegare, solamente con la loro attonita casualità, la scelta inappellabile del ragazzo.

L’ultimo di questi poeti, ma quello che con maggior vigore ha riflettuto sull’incidenza della bibliografia medica sui propri scritti, è Sandro Sinigaglia (1921-1990), poeta oggi (ma anche ieri) senz’altro assai poco conosciuto, non solo per la paradossale situazione in cui versa la poesia in Italia (tutti a scrivere poesie, nessuno a leggerle), ma anche per la riottosa intransigenza e l’ardua irriducibilità del suo trobar clous in bilico tra espressionismo e sperimentalismo che escludeva aprioristicamente e aristocraticamente il rischio del mainstream, preferendo la fedeltà di una sparuta combriccola di happy few : «non è infatti pretestuale la mia convinzione che ai pochi versi che ho scritto convenga una posizione periferica ed emarginata, che la ribalta non giovi loro e che il loro epigonismo sia tutto il buono che hanno da scialare». L’integrale delle sue Poesie edito da Garzanti nel 1997 è praticamente introvabile. In questo libro, è contenuto anche l’intervento, trascritto in una ventina di pagine, tenuto dall’autore nel giugno del 1980 in una conferenza all’Università di Ginevra: la prosa scintillante e carica di umori suona come una ghiotta prefigurazione di quel magistero stilistico splendidamente esibito nelle sue poesie. In questa Breve anamnesi Sinigaglia ricostruisce, tra nostalgia e rimpianto, la costruzione del suo caleidoscopico immaginario verbale, evidenziando la decisività dell’incontro con alcuni strani testi (i libri di medicina del nonno) che si rivelarono «una specie di avventura anche questa associata alla vacanza, al paradiso, all’età dell’oro». A confronto con la libreria di casa, quella del nonno era assai più ricca: un centinaio di volumi, altrettanti fascicoli ed opuscoletti: tutte opere di medicina. Il giovane Sinigaglia si avvicina ad essi con timore e tremore, come se fossero opere magiche, propiziatorie, segrete: «aprivo il volume, mi chinavo sulle illustrazioni, scrutavo l’inimmaginabile, leggevo le didascalie». Poi un pezzo di straordinario virtuosismo che vale la pena riportare integralmente, in cui l’orrida meraviglia delle foto e degli scritti è nitidamente evocata da una scrittura di inimitabile potenza: «Conobbi il fascino orroroso della patologia, la famiglia immane dei polisarcidi e degli splenomegalici, gli idrocefali, le contratture della paralisi agitante, la malattia di Recklinghausen, la porpora, il mixedema,la leucemia linfatica, lo scorbuto, il beriberi, l’aneurisma gigantesco dell’aorta capace di rendere l’aspetto di un gozzuto all’infelice a anche….la polimastia». Da quel momento in poi è tutto un frenetico consumarsi di incursioni sempre più accurate in quel tesoro libresco e meraviglioso, in particolare sui tomi di anatomia topografica: «vi pullulavano tavole dal tratto finissimo, dalle coloriture delicate, dalle ombrature sapienti». Si spalancano davanti agli occhi immagini colme di una bellezza ricca e strana: «trionfi viscerei, la complicazione meravigliosa degli organi, la cascata ribollente dell’addome [..], la bellezza e la profondità delle masse gravide de tenere, la pazienza dei reticoli, la capricciosità dei vasi e dei capillari». Quella tavole erano confortanti anche perché sembravano essere al di là di ogni umano giudizio. E persino quelle che raffiguravano le vergogne del corpo, l’apparato escretore, sembravano tendere al sublime, lontane da quel concetto di colpa e di peccato al quale solitamente vengono accoppiate. Queste visioni così violente e laceranti saranno poi un repertorio a cui tanto attingeranno le liriche di Sinigaglia. Ma anche le parole( psoa, fossa iliaca, celiaco, mesentere,ansa, begma, obelion, opistiom, aditus ad antrum, chiocciola, meato…) saranno lemmi-chiave nella sua produzione lirica. Da quella fascinazione per i libri di medicina, per Sinigaglia, ma anche per gli altri poeti di cui si è parlato, da quella lettura «epigastrica, fagocitata che fa pulsettare il cuore, schiattare in un grido» nascerà l’universo sensibile del poeta: il gioco dei processi identificativi, della lettura a salti e balzi, della parola posseduta «nella sua sfingea realtà».

Commenti
Un commento a “Letteratura e medicina”
  1. Marco Crestani scrive:

    Molto interessante. Indagare il rapporto fra letteratura e medicina, ricostruire l’idea di malattia, del corpo e dell’animo…

Aggiungi un commento