Camus

Lettere a un amico tedesco

Questo pezzo è uscito sullo Straniero di settembre/ottobre

Albert Camus scrisse le quattro Lettere a un amico tedesco (poi raccolte in un unico volumetto da Gallimard nel 1948) tra il luglio del 1943 e il luglio del ’44, perché uscissero sulla stampa clandestina della Resistenza. La prima fu pubblicata su Revue libre. La seconda, con lo pseudonimo Louis Neuville sui Cahiers de la Libération. La terza e la quarta, destinate a Revue libre, rimasero inedite. Le Lettere sono un testo importante per capire la genesi del pensiero di Camus, dal momento che contengono temi e spunti che saranno articolati in maniera più esaustiva nell’Uomo in rivolta. Tuttavia l’aspetto significativo (a parte l’estrema lucidità di molti passaggi) è il fatto che siano state scritte nel cuore della lotta al nazifascismo, e che costituiscano nel loro insieme un contraltare teorico, più meditato, rispetto all’intensa attività pubblicistica condotta su Combat.

Le Lettere a un amico tedesco (che recentemente sono state ripubblicate in un opuscolo dalla piccola cada editrice bolognese Ogni uomo è tutti gli uomini; per ordinazioni: bo_baiesi@tin.it) non sono solo quindi un concentrato del pensiero di Camus in quegli anni, bensì sono allo stesso tempo un concentrato di quel pensiero in relazione alla lotta clandestina, alla riflessione sulla moralità (quale morale?) della Resistenza, e in relazione al rapporto con la Germania (e il pensiero tedesco) che, per la sua complessità, trascende l’immediatezza della lotta di liberazione.
Due grandi questioni attraversano le Lettere. La prima è raccolta nel tentativo di creare un ponte epistolare con il nemico, attraversando il fronte e la più ambigua linea di demarcazione occupante-occupato (l’amico cui Camus scrive è un destinatario immaginario: è un intellettuale tedesco poco critico nei confronti del nazismo, che in fondo considera Hitler e il Terzo Reich un parto della propria nazione, e alla propria nazione, al proprio Stato – ne è fermamente convinto – non ci si ribella mai!). Camus sa bene che non può condividere niente con il destinatario delle sue lettere, e sa altrettanto bene che rivolgersi al nemico non vuol dire retrocedere dai propri principi. Ciononostante, nel momento in cui scrive, compie un gesto umano (non riconduce il proprio interlocutore a un rango sub-umano) e così facendo compie il gesto più antinazista di tutti.
L’altra grande questione concerne i modi della lotta. Opporsi al nazismo non vuol dire semplicemente vincere la guerra contro la Germania (che, beninteso, per Camus è anche una guerra di popolo e una guerra civile), ma liberarsi da tutte le possibili scorie fasciste all’interno del proprio corpo sociale, culturale, spirituale e individuale. A un certo punto afferma: “Noi avevamo molto da vincere, come per esempio l’eterna tentazione di assomigliarvi. C’è una parte di noi che si lascia allettare dall’istinto, dal disprezzo dell’intelligenza, dal culto dell’efficienza.” E, potremmo continuare: dalla menzogna, dall’assassinio, dai virus dell’autoritarismo, del razzismo, dell’antisemitismo… La Resistenza non ha niente a che fare con tutto questo, benché sia stata costretta a imbracciare le armi. Ma chi sono il “noi” e il “voi” delle lettere di Camus? Come si sarà capito (a partire dalla scelta del proprio interlocutore immaginario, e soprattutto dalla consistenza dai reali lettori di questi scritti: i militanti della Resistenza francese, intellettuali e no, operai e no) questi non possono essere divisi con l’accetta in “francesi” e “tedeschi”. E quando nel testo ciò avviene, la Francia e la Germania non indicano due compatte entità territoriali o linguistiche, ma due diverse realtà spirituali, morali, con le loro ricadute politiche. Difatti nella prefazione a una successiva edizione italiana delle Lettere a un amico tedesco, uscita dopo la fine della guerra, Albert Camus scriverà con estrema chiarezza: “Ma non posso lasciare ristampare queste pagine senza dire che cosa sono. Sono state scritte e pubblicate in clandestinità. Avevano lo scopo di fare un po’ di luce sulla nostra lotta combattuta dapprima alla cieca, rendendola via via più efficace. Sono scritti di circostanza che perciò possono apparire ingiusti. Infatti, se si dovesse scrivere della Germania vinta, si dovrebbe usare un linguaggio un po’ diverso.” E ancora: “Vorrei perciò prevenire un malinteso: quando l’autore di queste lettere dice ‘voi’, non vuole dire ‘voi tedeschi’, ma ‘voi nazi’. Quando dice ‘noi’, non significa sempre ‘noi francesi’, ma anche ‘noi europei liberi’. Contrappongo due atteggiamenti, non due nazioni, anche se in un certo momento della storia queste due nazioni hanno combattuto una guerra.”
Ma quel “voi nazisti” non vuol dire semplicemente le SS, Hitler, Himmler, Göring… chi ha ordinato o perpetrato una lunga sequela di carneficine, stermini, morte, violenza. Quel “voi” indica anche coloro che culturalmente e intellettualmente hanno sostenuto il massacro, il percorso spirituale (e filosofico) che porta (autogiustificandosi) al nazismo. Insomma, c’è una corrente sotterranea che porta dal nichilismo, da Martin Heidegger o da Carl Schmitt – attraverso il crollo della filosofia e della filosofia morale per come erano state intese per molto tempo – al nazionalsocialismo? È, questa, una domanda cruciale, nelle Lettere e, più in generale, nel pensiero di Camus, perché giammai Camus intende contrapporre ai suoi “nemici” la ricostruzione della vecchia metafisica, o di un universalismo posticcio, o di un ordine kantiano andato in frantumi. Camus non nega la necessità di un universalismo, anche minimo. Certo che è necessario. Ma questo va conquistato, e mantenuto. Non è un dato di fatto.
Ciononostante, una risposta, dall’interno della Resistenza, va data. Perché è necessario essere diversi, sottrarsi alla mimesi, senza vagheggiare quel mondo antico, precedente alle temperie del Novecento, che non esiste più. Detto con altre parole: deve pur esistere un criterio, anche minimo, anche dissidente, per distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, al di là del potere assoluto della ragion di Stato, o della ragione della Storia, e soprattutto in netta contrapposizione a coloro i quali brindano alla dissoluzione di ogni valore e di ogni norma. E, allora, che fare?
Le idee non sono mai distaccate dai fatti, né i fatti dalle idee (per quanto ci sia ancora qualcuno, ancora nel XXI secolo, talmente persuaso del contrario, da enunciarlo come proposito programmatico del proprio fare o del proprio scrivere). Così Camus raggiunge il cuore della questione (che ha a che fare, come si sarà già capito, con la crisi della civiltà e delle scienze europee, di cui tutti siamo parte) nella quarta lettera. È un passaggio talmente bello, e talmente limpido, che sarebbe ingiusto non citarne per intero alcuni passaggi. Scrive Camus: “Insieme abbiamo creduto a lungo che questo mondo non si fondasse su un principio superiore e che eravamo dei frustrati. In un certo senso lo credo ancora. Ma ne ho tratto conclusioni diverse da quelle di cui lei mi parlava allora e che da tempo voi tentate di introdurre nella storia. Oggi dico a me stesso che, se avessi veramente aderito alle vostre idee, dovrei approvare quello che fate ora. E questo è così grave che devo assolutamente prenderlo in considerazione (…). Lei non ha mai creduto che questo mondo avesse un senso e da ciò ha dedotto che tutto si equivale, che il bene e il male fossero intercambiabili. Lei ha supposto che, in assenza di qualsiasi morale divina o umana, i soli valori fossero quelli che dominano nel mondo animale, cioè la violenza e l’astuzia. Lei ne ha dedotto che l’uomo non è niente, che si poteva sopprimere l’anima, che, in una storia così senza senso, il compito dell’individuo non potesse essere altro che l’avventura della potenza e la sua morale il realismo delle conquiste.”
Ma se lo scrittore francese condivide l’assenza di un senso superiore, in cosa consiste allora la differenza? “Nel fatto che lei accettava la disperazione senza farsi problemi, mentre io non l’ho mai accettata. Il fatto è che lei ammetteva l’ingiustizia della condizione umana tanto da risolversi ad aggravarla, mentre a me sembrava che l’uomo dovesse rendere più forte la giustizia per lottare contro l’ingiustizia eterna, creare felicità per protestare contro un universo di infelicità.” Rifiutare la disperazione e il mondo torturato, e operare questo rifiuto, questa obiezione materiale e di coscienza, nella solidarietà, nel lottare insieme “contro un destino orrendo”. Per Camus non c’è altro modo per rimanere fedeli alla terra, e a se stessi, che affermare e proteggere un’idea di uomo, contro i bombardamenti, le fucilazioni di massa, i vagoni piombati, i campi di prigionia, le torture, lo sterminio, la distruzione delle menti e dei corpi. “Continuo a credere che questo mondo non abbia una finalità superiore. Ma so che c’è qualcosa che ha un senso: l’uomo. Perché è il solo a pretendere di averlo.”
Pochi anni dopo, Hannah Arendt in un frammento poi raccolto dopo la sua morte in Che cos’è la politica?, avrebbe scardinato il rapporto tra filosofia tradizionale e politica con queste poche, geniali parole: “La politica si fonda sul dato di fatto della pluralità degli uomini. Dio ha creato l’Uomo, gli uomini sono un prodotto umano, terreno, il prodotto della natura umana.” Il frammento è dell’agosto del 1950, la quarta lettera di Camus del luglio del 1944. Ma il materiale umano che informa le loro riflessioni (la pluralità degli uomini, senza maiuscole; da cui dovrebbe discendere, sul piano politico, l’intreccio di relazioni nuove, non violente, non totalitarie) pare la medesima. Difatti, Camus continua nella sua lettera, rivolgendosi al suo interlocutore filonazista, un po’ come avrebbe potuto fare il protagonista del noto dialogo di Platone che molti secoli addietro ebbe a rivolgersi ai sofisti: “Con un sorriso sprezzante lei mi dirà: cosa significa salvare l’uomo? Glielo grido con tutto me stesso: significa non mutilarlo, dare alla giustizia tutte le possibilità che l’uomo sa concepire. Ecco perché lottiamo.”
Ecco perché lottiamo... E allora sarà superfluo aggiungere, come scrisse lo stesso Albert Camus poche settimane dopo, nel celebre editoriale apparso su Combat il 21 agosto del 1944, il giorno della liberazione di Parigi dall’occupazione nazista, che la lotta continua.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
6 Commenti a “Lettere a un amico tedesco”
  1. Girolamo De Michele scrive:

    Sono anni che questo testo di Camus è sempre nei miei programmi di filosofia dell’ultimo anno di liceo. In genere lo accosto a “Banditi”, il diario partigiano di Pietro Chiodi, e alle pagine in cui Chiodi e Cocito discutono della libertà ne “Il partigiano Johnny”. Dall’esistenzialismo, per certi versi, non si può uscire, e se anche si potesse, non c’è nulla fuori di esso che valga la fatica di pensare: e ogni volta l’ultima delle lettere all’amico tedesco me lo conferma.

  2. Eva scrive:

    “Uno dei due barcaioli era olandese. L’altro, tedesco. Quest’ultimo aveva, tempo addietro, fuggito il nazismo, perché perseguitato come comunista, o come trotskysta, o come cattolico, o come ebreo. (Non ricordo più l’etichetta in nome della quale quell’uomo era proscritto.) Ma in quel momento il barcaiolo era ben altra cosa che un’etichetta. Era il contenuto che contava. La pasta umana. Semplicemente, lui era un amico.”
    (Antoine de Saint-Exupéry, “Lettera a un ostaggio”, 1944)

  3. De Cesare Matteo scrive:

    Gradirei ricevere una copia , ovviamente pagando, del testo di Camus “Lettere ad un amico tedesco”

  4. Kavaadapheday scrive:

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  1. […] prevaricazione – ad assegnare il torto e la ragione.  Per uno come Camus, però,  non ci si può rassegnare all’idea che il mondo si divida in padroni e schiavi e genuflettersi di fronte ai vincenti, dando torto a chi è sommerso dallo spietato incedere della […]

  2. […] pubblicato in Minima et Moralia mercoledì, 29 settembre 2010 sullo Straniero di settembre/ottobre […]



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