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Letture d’autore: Paolo Benvegnù

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La prima puntata di Letture d’autore è qui. (Fonte immagine)

Da alcune settimane è uscito “Earth Hotel”, ultimo luminoso approdo di una ricerca musicale ed esistenziale mai doma. Dopo “Piccoli fragilissimi film” (2004), “Le labbra” (2008), “Hermann” (2011), il nuovo disco solista conferma come sia difficile, in Italia, trovare un autore più generoso, puro e indipendente di Paolo Benvegnù. 

Che tipo di lettore sei?

A volte costante, a volte molto pigro. Quando trovo qualcosa che mi prende, arrivo a fissarmi e ad andare avanti per mesi con la stessa lettura o lo stesso autore.

A che età hai iniziato a leggere?

Be’, ricordo che il primo libro che ho letto è stato “Tom Sawyer”, a sei anni. Avevo uno di quei febbroni infantili e fu la prima volta che vidi a casa mia un libro che non fosse l’enciclopedia del cucito di mia madre o una delle altre enciclopedie più classiche che sarebbero servite ai figli per studiare, un must dell’epoca. Tornando a casa, mio padre, non so per quale motivo, mi comprò “Le avventure di Tom Sawyer”. Fu un viaggio bellissimo,sarà che ero mentalmente turbato dalla febbre infantile e che era la prima volta che leggevo così ampiamente senz’altra possibilità che leggere, ma mi piacque tantissimo e da lì iniziai lentamente ma inesorabilmente a leggere.

Il romanzo che ti ha segnato di più durante l’adolescenza?

“I miserabili” di Victor Hugo. Lo lessi perché un mio compagno delle medie mi disse che c’era un personaggio che si chiamava Monsignor Bienvenu. Allora dissi, cavolo, ci sarà un’assonanza tra Benvegnù e Bienvenu! Scoprii che non c’era nessuna assonanza perché il Monsignor Bienvenu era un personaggio rettissimo, con una grande decisione vero il bene, io invece sono l’ambiguità fatta persona. Però il libro mi colpì molto. Devo dire che a colpirmi fu lo scenario storico, oltre alle vicende personali, e quelle quindici pagine sulla battaglia di Waterloo ancora me le porto dietro. Non dico di conoscerle a memoria, ma ne sento ancora il calore, sento le urla, gli spari… Per crescere più consapevole, credo che basterebbe davvero, da giovane, leggere un libro così, o anche un libro come “Tom Sawyer”, che a suo modo è intriso di abissi e di ruggine. Se leggi cose così da piccolo, la smetti da subito di pensare di essere un assassino. Come fai di fronte alla bellezza e alla paura che provi nella mostruosità? Leggere dà veramente dei margini alla propria identità. Se da piccolo si leggono dei libri, si fa teatro, o più semplicemente ci si prende cura di un animaletto, si riesce più facilmente a trovare questi margini.

Il senso del limite che si sta sempre più perdendo…

Esatto! Ormai il limite è inesplorabile.

I tuoi tre romanzi preferiti in assoluto?

Innanzitutto “Il mare verticale” di Giorgio Saviane. È quello che ha una potenza evocativa, un senso dell’intreccio e della ciclicità che mi hanno veramente colpito. Non pensavo, prima di leggerlo, che nella narrativa italiana ci fosse qualcosa di così misconosciuto e così potente. Poi, “I miserabili” e “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov.

Nel 2004 aprivi il tuo esordio solista proprio con un brano intitolato “Il mare verticale” e ricordo che, dopo averti incontrato prima di un concerto alla Fortezza da Basso di Firenze ed aver parlato a lungo di Saviane con te, recuperai in un negozietto di libri usati “Eutanasia di un amore”. “Eutanasia” non è però tra i tuoi titoli preferiti, giusto? E come ti spieghi che i romanzi di Saviane siano sempre fuori catalogo?

Sì, “Eutanasia di un amore” è il libro di uno scrittore che ha trovato una formula che funziona e non si fa scrupoli ad usarla. Lui ne era consapevole, lo so benissimo. Per cui non mi piace. Quel libro, tra l’altro, ha venduto un milione di copie. Il fatto che invece un libro di formazione enorme come “Il mare verticale” sia fuori catalogo è davvero irreale. È di un’importanza capitale, per riuscire a trovare al meglio ciò che è necessario, ciò che è superfluo e ciò che serve per andare dal reale all’immaginario. Saviane, però, era un po’ un cane sciolto e un grande trombatore di qualsiasi cosa gli capitasse e, un po’ come Pasolini, è stato messo in un angolo. Anzi, Pasolini forse non sono riusciti più di tanto a metterlo in un angolo, vista l’ampiezza della sua opera. A Saviane è successa un po’la stessa cosa che è successa nel cinema ad uno come Elio Petri, che ha veramente fatto dell’impegno nell’arte la propria vita. Petri era scomodo e l’hanno messo in un angolo. Nessuno si ricorda che ha vinto un Oscar e una Palma d’Oro a Cannes.

Il tuo ultimo album è concepito come un hotel. Una delle sue stanze è occupata da Stefan Zweig. Come mai?

Il perché è “Novella degli scacchi”, grande affresco del Novecento e dell’esplorazione dell’uomo verso se stesso e verso l’altro. In più, cosa che mi piace molto, Stefan Zweig incarna nella sua biografia il vero Novecento, ovvero un uomo che lascia il suo Paese per via delle leggi razziali e decide di farla finita insieme a sua moglie a quindicimila chilometri di distanza perché non riesce a tollerare una diversità così ampia rispetto alla sua radice. Praticamente, la stessa cosa che fa il suo carnefice, la stessa cosa che fa Hitler. Quindi, al di là del discorso prettamente letterario, di ciò che ho letto e di ciò che ho sentito specialmente in “Novella degli scacchi”, ma anche in alcuni brani di “Notte fantastica”, è proprio questo paradosso a colpirmi: nella mostruosità e nel sublime siamo uguali.

Come mai, invece, hai inserito la voce dello psicoanalista Jacques Lacan alla fine del brano “Piccola pornografia urbana”?

Sono le letture che ho fatto in questi ultimi anni, anche perché consigliato in tal senso. Quanto è consolante Lacan quando dice che l’uomo è il suo linguaggio! Adoro l’essere meravigliosamente sardonico di Lacan mentre cerca di dare delle risposte all’impossibile. Lo stesso discorso vale per Proust, o per Sartre ancora di più. Quanto è consolante che delle menti così straordinarie vogliano dare un senso a ciò che è insensato! Ecco perché, passando da Minkowski, passando da Jaspers, passando da Lacan e passando anche da Freud, alla fine sono arrivato a Cioran e Ceronetti, che sono il mio doppio in questo momento. Nella prosa ritrovo certe cose in Céline. E’ come se Céline, scrivendo, dicesse “sono un animale pensante spregevole, anche magico alle volte, ma sempre nello spregevole”. Il mio sublime è la miseria. Non dovremmo guardarci un pochettino di più in questo modo nel riflesso narcisistico?

Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d’autore» (Galaad, 2014) e «Letture d’autore» (Galaad, 2016).
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