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L’Europa in seppia di Dubravka Ugreŝić

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

A qualche anno di distanza dall’uscita di un saggio, Cultura Karaoke, che è un libro dentro a tanti libri, Dubravka Ugreŝić ha faticosamente smesso di fumare, ma ha conservato lo stesso sguardo delle sue pagine. La raccolta di riflessioni Europa in seppia (nottetempo, pp. 349, 18.50 euro) parla di un futuro che tarda ad arrivare e di un passato divelto da un montaggio cinematografico privo di emozioni e coscienza.

«Forse solo uno che crede di avere un futuro osa costruire musei», dice. Lei, croata, classe 1949, figlia di un matrimonio misto, scrittrice di romanzi e saggi, che rende un genere letterario alto, mantiene la piacevole aggressività dell’eloquio, della penna, senza smarrire i tocchi di umorismo che la contraddistinguono e l’idiosincrasia per l’etichetta di autrice in esilio.

Avversaria tenace di quella forma di fascismo che è stato il nazionalismo post-jugoslavo, emigrata nel ’93 – dopo la polvere sollevata dal crollo del Muro di Berlino – dall’Istituto per le scienze letterarie della Facoltà di filosofia di Zagabria verso Germania, Olanda e negli Stati Uniti, si sente a casa in una sorta di piattaforma di letteratura transnazionale, out of the nation, che definisce una resistenza. Catalogata come scrittrice croata all’estero, dopo essere stata disconosciuta come tale nel paese natio, Ugreŝić ha sempre rifiutato il revisionismo storico di culture politiche artificiose, autoritarie e l’ingresso nel presepe dei criminali della guerra disgregatrice innanzitutto dei legami sociali, familiari.

Ha detto no all’oligarca, al militare che riabilitò il simbolismo del movimento ustaša fascista. Ha disertato il pacchetto di prescrizioni e le bugie politiche, culturali del presidente ultranazionalista Franjo Tudjman, perché un buon scrittore non lo si distingue dal passaporto, ancor più se posticcio. La sua ferita si chiama patria: «Io stessa non sono né un’emigrante, né una profuga, né una rifugiata politica. Io sono una scrittrice che a un certo punto ha deciso di non vivere più nella sua terra perché la sua terra non era più sua», si dichiara in Vietato leggere. Come ha notato Predrag Matvejević, nei testi di Ugreŝić la dissidenza non è fine o mezzo, tanto meno movente o pretesto.

«È paradossale che la mia passione per la letteratura, alimentata dall’archeologia della quotidianità jugoslava, si sia accresciuta», racconta. «Quando sei così a lungo parte di un processo di ricostruzione, hai vissuto tante esperienze dolorose dovresti arrivare alla ragione e rinunciare. Invece, come fossi una ragazzina, credo ancora nella ricerca. Il mercato globale è sensibile ai paesi, alle nazioni e ne trae profitto. Le nostre opere dovrebbero comunicare fra di loro senza avere i confini molto pesanti della caratterizzazione nazionale. La donna, per avere una canonizzazione al pari di un collega maschio, deve essere vista come un “martire”. È noioso».

Nella raccolta stratificata di saggi di Europa in seppia si rintracciano segni del percorso di Ugreŝić. Ci sono la necessità di tutelare la ricchezza del proprio bagaglio linguistico e lo spirito sovversivo della jugonostalgija, per sentirsi vivi oltre lo sradicamento culturale, che animavano le pagine de Il ministero del dolore. La rabbia per la fine violenta e fratricida della Jugoslavia non svanisce. La sua patria è in esilio e il vero esule di rado ritorna: «La nostalgia confonde le proprie tracce, vanifica gli sforzi di chi la cerca e non è mai quello che è», dice. «Ritengo che il sentimento della jugonostalgija fosse sovversivo all’inizio, finché era proibito. Ora non ha più nessun potere. È un prodotto di consumo privato di immaginazione emozionale. C’è ancora qualcosa che mi provoca quella pelle d’oca, ma sono cose abbastanza rare».

Ugreŝić porta alle conseguenze estreme con un certo tono di rassegnazione la riflessione critica che permea Vietato leggere e Cultura karaoke. Essere un intellettuale oggi significa soprattutto essere un conformista. Il mondo letterario non è più uno spazio di contemplazione, sovversione o escapismo capace di arricchire spiritualmente. «Gli scrittori di oggi ricordano i fotomodelli, adorano farsi fotografare con lo sguardo seducente puntato sul proprio pubblico di lettori», scriveva nel 1996 in Vietato leggere.

Vent’anni dopo, nei saggi di Europa in seppia, diagnostica la decadenza del concetto di autorialità, a favore della standardizzazione: «Gli autori sembrano preoccuparsi più di come creare il proprio personaggio pubblico. Molti artisti e performer contemporanei ricorrono a processi di autobeatificazione, autodivinizzazione, sfruttando il potenziale religioso dell’atto artistico. La vita intellettuale si svolge in semi clandestinità, in posti remoti, nelle università dove si scrivono libri che poi saranno pubblicati dalle university press. Ma gli intellettuali sono scomparsi dai media mainstream, dai grandi giornali, dalla televisione. Certo, fra loro ci sono le celebrità, ma questo tipo di mercato non può avere tanti intellettuali, una pluralità di voci».

Nell’incipit di Europa in seppia Ugreŝić vuole raggiungere Zuccotti Park, chiede a un passante dove si trova la rivoluzione, quasi a testare di non essere guarita dalla sindrome di bassa tolleranza all’autoritarismo. La fatica più grande appare individuare l’altro da noi: «Tutta questa messa in scena di lotta politica serve soltanto a rafforzare il potere sul denaro. Non trovo nessuna etica, nessun discorso politico. Gli ex contendenti, i presunti nemici, ormai si scambiano i linguaggi. È difficile trovarsi in un tempo dove tutto si ruba: la lingua, il sapere, la letteratura e non esserne vittima».

Ugreŝić scatta con il proprio iPhone fotografie dell’Europa in questo primo scorcio di millennio, e poi sceglie l’effetto seppia. A proposito delle politiche di accoglienza comunitarie cita una frase di Vladimir Nabokov che non vuole tradurre: «Why stranger rhymes always with danger?» E aggiunge: «Non vedo analogie nel comportamento dell’UE fra i profughi di ieri e i migranti oggi. All’epoca eravamo trattati meglio. Non dimentichiamo che gli jugoslavi sono bianchi, pochi i musulmani. Incontrando Susan Sontag, le ho mostrato fotografie con amici jugoslavi. Lei mi ha detto: “È facile per voi essere multiculturali, perché siete tutti bianchi e parlate tutti la stessa lingua”. Aveva ragione. Il nazionalismo risorge, non per la presunta invasione dei migranti, ma perché gli europei non credono più nel sistema in cui vivono. L’unica prospettiva è dunque rifugiarsi nella tribù, in una logica incorreggibilmente tribale».

Dopo la celebrazione della politica di allargamento a est dell’Unione molti nodi riemergono in superficie e coinvolgono i complessi rapporti fra le entità statuali post-jugoslave. Nel supermarket Europa la Croazia appare a Ugreŝić solo un piccolo scompartimento, uno scaffale. «Non so più cos’è l’Europa», conclude. «A unirci c’è solo la moneta. L’Unione parla un linguaggio ideologico vacuo. Nella moderna Europa c’è la schiavitù dei braccianti. Per avviare la ricostruzione dobbiamo partire dalla consapevolezza dell’ormai pura formalità di diritti fondamentali».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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