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L’ex “autore cannibale” che ha scelto di essere postumo in vita

Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita in forma ridotta su «Repubblica», su «Sinapsi» di Matteo Galiazzo (Indiana Editore).

Bartleby e Wakefield sono i protagonisti dei due notissimi racconti omonimi di Hermann Melville e di Nathaniel Hawthorne. Bartleby è colui che dicendo «Preferirei di no» si dimette dal mondo fino alla propria sparizione; Wakefield è il viaggiatore di commercio che un giorno saluta la moglie, esce di casa e, come un Ulisse sui generis che al posto del Mediterraneo ha a disposizione soltanto i dintorni di casa, sta via per vent’anni e quando rientra non dice neppure una parola.

Se intendiamo Bartleby e Wakefield come due nuclei centrali (e di fatto è quello che sono: scaturigini di materia letteraria che è diramata attraverso tutto il ’900) e da entrambi tiriamo una linea convergente, nel punto in cui il desiderio di sparire e l’insensatezza strategica si intersecano troviamo non un ulteriore personaggio bensì una persona. In carne e ossa e scrittura. Quel Matteo Galiazzo che tra il 1996 – anno in cui venne pubblicata l’antologia Gioventù cannibale che conteneva un suo racconto – e il 2002, quando dopo Una particolare forma di anestesia chiamata morte e Cargo esce, ancora da Einaudi, Il mondo è posteggiato in discesa, si era imposto come punto di riferimento, per quanto timido e defilato, di una narrativa italiana che comprendeva tra gli altri scrittori del livello di Tiziano Scarpa e Aldo Nove.

Dal 2002 a oggi Galiazzo tace.

A far risuonare la potenza di questo silenzio – la sua eccezionalità rispetto a ritmi di pubblicazione fordisti, la sua legittimità, la sua capacità di suscitare ammirazione e una strana recondita tenerezza – arriva adesso Sinapsi. Opere postume di autore ancora in vita (Indiana Editore), trecento pagine in cui, per l’attenta curatela di Matteo B. Bianchi, vengono riuniti i racconti di Galiazzo pubblicati nel tempo in antologie e riviste (soprattutto nel contesto di quella straordinaria esperienza che fu «Maltese narrazioni») ma ancora inediti in volume. Un libro che nel rendere disponibili ventidue testi sparpagliati e introvabili (c’è anche un inedito) ci mette a confronto con un’immaginazione famelicamente impegnata a prendere ciò che sembra privo di valore facendone un vero e proprio oggetto narrativo (per dare un’idea, in Il ferro è una cosa viva è possibile leggere un’esaltazione delle acciaierie, un breve canto in lode dell’altoforno).

A prendere la parola, in questi racconti, c’è un ragazzino che vive nei treni dopo che il padre ha perso tutto cercando di far soldi producendo mollette a forma di caimano (Nelle mani dei caimani) o una ragazza che osserva l’esasperazione di sua nonna quando un black out, impedendole di guardare la tv, la costringe a prendere atto di un vuoto feroce (Crisi) o ancora una macchia parlante, critica e autocritica, incapsulata nel cranio di un ragazzo (Meteorologia delle sinapsi). In ognuno di questi casi, come un imitatore affascinato dalla plasticità del proprio strumento espressivo, Galiazzo modifica la voce calibrandola sempre su una tonalità diversa. Una risorsa che proprio Tiziano Scarpa, nella sua prefazione al libro, collega alla scelta di Galiazzo di non scrivere più: “Ha smesso di scrivere perché si è identificato in tutto e tutti, l’ha fatto tante volte, in molti modi, è diventato punti di vista, è diventato finestre, è diventato strade.”

Matteo Galiazzo è stato uno scrittore-antenna, uno scrittore-Zelig: qualcuno che intercettando suoni e infrasuoni stilistici ha rivelato la pulsione strutturale della scrittura verso la molteplicità. Sinapsi, in questo senso, è un libro emblematico: da un lato colleziona le potenzialità espressive della narrativa italiana di fine anni ’90, dall’altro può essere pensato come un compendio della materia linguistica in propagazione nella prima decade del nuovo millennio.

L’eredità vitale di questo autore postumo ancora in vita è chiarire che – come avevano intuito Bartleby e Wakefield – il desiderio di molteplicità e l’impulso meravigliosamente insensato a dissolversi non sono in reciproca contraddizione: sono le periclitanti saldissime fondamenta di ogni azione letteraria.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
4 Commenti a “L’ex “autore cannibale” che ha scelto di essere postumo in vita”
  1. leggete Galiazzo perché è una delle cose più belle che possa capitarvi in questo scorcio di secolo. ora lui dirà che sono esagerata (me l’ha già detto), ma io sono recidiva e molto tignosa.

  2. Mauro Maraschi scrive:

    Ho cominciato, Rachele, ho cominciato.

  3. christian raimo scrive:

    sono d accordo con Rachele è uno degli autori che ammiro di più.

  4. sono d accordo con Rachele è uno degli autori che ammiro di più.

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